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sabato 18 aprile 2015

La porta di Ken e la “rivoluzione” di Ivo Milazzo.


Splendida cover per il n. 27 di Ken Parker "C'era una volta".

Conobbi Ivo Milazzo grazie agli albi a fumetti di Ken Parker avuti in prestito dal mio amico Luca Bertelè e, devo essere sincero, non mi fece una grande impressione: troppa sintesi per i miei gusti da quindicenne con la passione per un disegno molto più dettagliato, come per esempio quello di Claudio Villa o di Michel Blanc-Dumont.

Ivo Milazzo, l'allora quindicenne Ned e Giancarlo Berardi durante il loro primo incontro a Lucca '90. 
Poi arrivò Lucca '90 e lì conobbi la mitica super coppia che, a detta di molti, aveva rivoluzionato il fumetto italiano con il personaggio di Ken Parker, Giancarlo Berardi e, appunto, Ivo Milazzo; in quel periodo i due avevano creato la Parker Editore e stavano ristampando tutte le storie di Ken nella famosa Ken Parker Serie Oro. In quell'edizione di Lucca incontrai tutti e due gli autori e comprai le prime storie di Ken. Ma questo l'ho già raccontato nel post I libri di Giancarlo Berardi e il buon soldato Švejk così come ho raccontato di come stringemmo amicizia con Berardi e Milazzo e di come gli stessi vennero a Lecce per trattare con un imprenditore locale la possibilità di una linea di abbigliamento con il marchio di KenParker.
Ivo Milazzo in quella che era la mia stanza, sul mio tavolo da disegno intento ad autografare gli albi di Ken Parker. Lecce, novembre 1991.
Da Lecce Giancarlo Berardi e la sua compagna partirono dopo due giorni, mentre Ivo e quella che al tempo era sua moglie, Cristina, si trattennero altri quattro giorni.
Purtroppo in quel periodo io mi trovavo a Roma per frequentare il primo anno della Scuola Internazionale di Comics e non riuscii a godermi a pieno questo disegnatore che ancora non stimavo granché, ma iniziava a piacermi; apprezzavo soprattutto gli acquerelli delle sue copertine di Ken. Durante il soggiorno a Lecce, Ivo realizzò due illustrazioni originali e molto dettagliate di Ken Parker che ogni fan vorrebbe avere, vista la rapidità (e la ripetitività soprattutto) con cui Milazzo di solito disegna per il pubblico durante le fiere; per me realizzò un bellissimo primo piano di Ken Parker e un fantastico Ken a cavallo con tanto di disegni a matita alla base.
Ecco una cosa che mi colpì di Milazzo: le sue matite. Belle, pastose, un insieme di tratti, segni e micro segni che componevano il disegno. E devo dire che fu una bella lezione per me, vista la mia convinzione che a un disegno sintetico corrispondevano matite altrettanto sintetiche. Invece le sue matite erano molto ricercate e soprattutto molto belle visivamente.
Il bellissimo disegno realizzato da Ivo Milazzo in occasione della sua visita a Lecce, nel 1991. 
Sempre durante il suo soggiorno a Lecce a Ivo venne un'idea particolare: la stanza di mio fratello aveva una porta in legno costruita da mio padre. Ivo chiese a mio fratello di dargli qualche pennarello e disegnò sulla porta un primo piano di Ken Parker insieme a Pat O'Shane, il bellissimo personaggio che compare nei numeri dal 12 al 15 della serie (ed ecco i titoli: La Ballata di Pat O'Shane, La città calda, Ranchero! e Uomini, bestie ed eroi). Era il 21 novembre del 1991 e Ivo Milazzo realizzò questo “piccolo” disegno che adornò non poco la stanza di mio fratello.
È inutile dire che, in futuro, quella porta diventò mia dato lo scarso interesse di mio fratello per i fumetti.
Le bellissime matite di Ivo Milazzo: Ken Parker e Tiki.

Vista la mia assenza durante la visita di Milazzo a Lecce, Ivo, la moglie e i miei genitori decisero di venire a Roma per un weekend prima delle vacanze natalizie. Fu un'esperienza bellissima e per quell'occasione mio padre si portò dietro la porta (all'insaputa di Ivo) affinché Milazzo la completasse.
A Roma vivevo in una pensione sul Gianicolo. In quei due giorni passammo tutto il tempo a parlare di fumetti, passeggiammo per Roma e devo dire che Milazzo era di una simpatia contagiosa. Ricordo che addirittura i miei fratelli (al tempo dei bambini) spesso gli saltavano letteralmente al collo e lui, pazientemente, ci giocava e scherzava. Gentilmente diede un'occhiata ai miei disegni e notò che il mio stile puntava troppo sulla cura del dettaglio e poco sul racconto; cercò di darmi vari consigli su come non esagerare con i dettagli e mi esortò a concentrarmi di più sul racconto in quanto il fumetto è soprattutto “raccontare con le immagini”.
Ma il mio io sedicenne metteva al primo posto il disegno pieno di dettagli e continuavo, stupidamente, su quella strada.
La cosa più bella di quel weekend fu vedere Ivo Milazzo all'opera nel completare la porta che aveva iniziato a Lecce. Vederlo lavorare fu un'esperienza unica anche perché disegnare un Ken Parker a figura intera con Pat O'Shane dietro, su un compensato, usando come colori una scatola di scarpe piena di pennarelli a spirito semi scarichi... beh provateci voi. Il risultato fu all'altezza di un vero maestro del fumetto. Vi sembrerà strano ma in quella porta, rivista oggi (un po' scolorita dal passare degli anni) si può intravedere tutta la classe di un grande artista.

Ivo Milazzo all'opera: il grande maestro realizzò tutta l'opera in circa un'ora utilizzando, pennarelli giotto e carioca. Il talento non ha confini. 


Quando ci congedammo lo feci con vero dispiacere, perché Ivo Milazzo oltre ad essere un grande fumettaro era anche un uomo di bella compagnia e dispensava ottimi consigli per la mia carriera di aspirante fumettista.
Alla fine di giugno del 1992 terminai il primo anno della Scuola Internazionale di Comics, licenziandomi all'esame con il massimo: 60/60, voto preso anche dal mio compagno di corso Alessandro Nespolino.
Ovviamente mi pavoneggiavo per questo: insomma avevo preso il massimo e mi godevo il mio momento di gloria. Ma il “bello” doveva ancora venire.
Per le vacanze estive partì con la mia famiglia in camper alla volta di Genova, per far visita prima a Giancarlo Berardi e poi, il giorno dopo, proseguendo verso Lavagna, per incontrare Ivo Milazzo; fui molto contento di rivederlo.
Dopo saluti e convenevoli mostrai orgogliosamente a Ivo il mio book con le tavole dell'esame, pronto a prendermi i miei complimenti. E lì arrivo il “bello” prima citato.
Ogni occasione era buona per parlare di fumetti. Qui discuto con il maestro su un Nick Raider. Ivo ha sulle ginocchia il nostro cane Lilly. 
Mentre sfogliava le tavole, Milazzo aveva un'espressione seria, sembrava quasi dispiaciuto. Poi iniziò a parlare, e mi disse che le mie tavole, di fumetto non avevano niente. Per me fu uno shock. Intanto lui iniziò proprio ad arrabbiarsi perché vedeva dettagli dappertutto: “Hai perso tempo a disegnare uno per uno i mattoncini di un muro, a mettere pieghe inesistenti sui vestiti e i personaggi sono privi d'espressione...” mi disse con tono serio e deciso. Io provai a ribattere, ma lui mi azzittiva e mi ribatteva contro dicendo che questa non era la strada giusta e che se volevo fare il fumettista dovevo tenere a mente che stavo raccontando una storia e non che stavo illustrando una cartolina. Ivo spesso usava questo esempio delle cartoline, per indicare quegli artisti che disegnano le vignette con gli stessi dettagli delle cartoline.
Vedere Ivo Milazzo all'opera è stata un a delle esperienze più belle della mia carriera artistica. 
Devo essere sincero, per me fu una vera e propria “mazzata”, nel senso che Milazzo riuscì a demolire le mie convinzioni (per quanto possano definirsi convinzioni quelle di un sedicenne); ma per me, col senno di poi, quella solenne “mazzata” fu il presupposto di una rivoluzione artistica; Milazzo era riuscito a generare un caos e una confusione dentro di me, spingendomi a mettere in discussione le mie idee e le mie posizioni. Nel momento in cui si verificava questo episodio, ci trovavamo nel suo studio, all'interno della sua abitazione. Sulla scrivania alla quale abitualmente disegnava giaceva il disegno a matita della copertina n. 3 di Ken Parker Magazine “Ore d'angoscia” e credetemi se vi dico che era splendida; il solito caos di segni a matita e l'inchiostrazione essenziale realizzata con i pennarelli Pilot resistenti all'acqua (Ivo poi avrebbe colorato il disegno con l'acquarello).
Le copertine di Ivo Milazzo rappresentano quanto di meglio realizzato per un fumetto seriale in Italia. Questa fu realizzata per il n. 39 di Ken Parker, "Odio antico".
Da poco era uscito il primo numero di KP Magazine; Milazzo ci portò nell'altro suo studio dove lavoravano due artisti emergenti: Pasquale Frisenda e Giuseppe Barbati. I due artisti stavano lavorando alla seconda storia di KP Magazine, “I selvaggi” e fu un privilegio vederli lavorare e ancora di più vedere Ivo Milazzo “supervisore” dell'opera. Ricordo, come se fosse ieri, le belle tavole a matita realizzate da Frisenda e Barbati. Milazzo si sedeva al tavolo e le supervisionava. Poi prendeva un gomma e all'improvviso cancellava completamente un'intera vignetta e la ridisegnava e, sinceramente, senza apparente motivo ai miei occhi perché erano davvero belle. Ma ovviamente il maestro era consapevole di quello che faceva.
Stare nello studio di Milazzo e vederlo lavorare con Frisenda e Barbati fu una bellissima esperienza: dopo il lavoro per Ken Parker, Pasquale Frisenda avrebbe iniziato la sua scalata nella Sergio Bonelli Editore che lo avrebbe portato poi a disegnare Magico Vento e soprattutto Tex, confermando il suo talento artistico per buona parte sicuramente appreso nella bottega del maestro Milazzo. Giuseppe Barbati (purtroppo recentemente scomparso) lavorò come matitista in tandem con il disegnatore Bruno Ramella per Magico Vento, Nick Raider, Shanghai Devil e la recente miniserie Coney Island.
Sceneggiatura di G. Berardi e tavola definitiva di I. Milazzo. Da Ken Parker n. 36, "Diritto e rovescio".
Le parole di Milazzo continuavano a rimbombarmi dentro; quell'estate del 1992, di ritorno dalla Liguria, incominciai a tenere a mente i suoi consigli; realizzai delle tavole western e prima di ritornare a Roma per frequentare il secondo anno della Scuola Internazionale, rividi Ivo a Lavagna e lui osservò, con piacere questa volta, le mie tavole: Beh, va già molto meglio...” mi disse.
Da quel momento in poi (ed è riscontrabile nelle tavole che realizzai durante il secondo anno alla Scuola Internazionale) il mio stile fu sempre più sintetico e incominciai ad avvicinarmi di più agli autori che della sintesi avevano fatto un loro marchio di fabbrica: Mike Mignola, Attilio Micheluzzi e, soprattutto, Alex Toth, oltre ad Ivo Milazzo naturalmente, di cui ormai ero un fan accanito.
Dall'ottobre del 1992 ebbe inizio anche la mia collaborazione con Jacovitti e di conseguenza con Ivo ci perdemmo pian piano di vista, ma ho sempre seguito la sua carriera con interesse; dopo Ken Parker ci fu Magico Vento e poi il suo bellissimo Texone “Sangue sul Colorado”.
Poi le vite di ognuno di noi prendono le proprie strade. Ma il ricordo di “quei giorni”, per citare una dedica di Ivo Milazzo a tutta la mia famiglia, rimane per sempre. Senza la lezione di Ivo Milazzo non avrei mai realizzato Ci vediamo domani e tutt'oggi mi ritrovo a trasmettere i suoi consigli agli allievi dei miei corsi.
Splendida illustrazione per la cover di Glamour International Magazine n. 11.

Ho voluto condividere il mio personale ricordo di Ivo Milazzo vista l'uscita in questi giorni dell'ultima storia di Ken Parker, “Fin dove arriva ilm mattino”. Ultimamente i nomi di Berardi e Milazzo sono saltati alla ribalta in merito a questo evento e sembra che la sintesi di Ivo Milazzo abbia subìto un'evoluzione non gradita a molti.
In una sua intervista di qualche anno fa, Milazzo ebbe a dire: Per essere un buon fumettista devi strutturarti e devi saper comunicare. Se sei un bravo pittore o un bravo illustratore non per forza sarai anche un bravo fumettista. Perché disegnare un fumetto non significa necessariamente dover fare in ogni vignetta la Cappella Sistina, bensì disegnare una vignetta funzionale a ciò che stai narrando: né una linea di più né una di meno. E questo sia a livello grafico che narrativo. Quello della sintesi è un discorso difficile, non lo metto in dubbio...”.
Parole sante, non ci sono dubbi. Ma al di là di questo, il segno di Milazzo ha, forse, perso quell'incredibile magia artistica che si ritrova in opere come Tom's Bar, Il respiro e il sogno, Dove muoiono i Titani e in tanti capolavori che Milazzo (sempre con il fido Berardi) ci ha regalato nel corso della sua lunga carriera.

Ivo Milazzo e l'evoluzione stilistica di Ken Parker. Dall'alto verso destra: Omicidio a Washington (1977), Casa dolce casa (1980), Adah (1982), Dove muoiono i Titani (1986), Faccia di rame (1997) e Fin dove arriva il mattino (2015).

Sicuramente il distacco tra i due ha penalizzato non poco i loro futuri lavori. Non che “Sangue sul Colorado” oppure la serie a fumetti Julia non siano lavori altamente professionali, ma a mio parere mancano quegli “ingredienti” che hanno fatto di Ken Parker un'opera rivoluzionaria sotto tutti i punti di vista.
Detto questo l'importanza di un artista come Ivo Milazzo nel fumetto italiano è assoluta e indiscutibile. Giancarlo Berardi, durante il nostro incontro disse: “Ivo è uno dei due o tre migliori disegnatori al mondo!” e per lui parole di grandissima stima le ebbe anche il grande Galep: “È un artista magnifico, bravissimo, che con pochi segni riesce a realizzare un'illustrazione così bella...” (riferendosi alla cover di Ken Parker “Rosso sangue”) “... anche i colori sono splendidi...”.
“Milazzo è un artista magnifico..." parola del grande Galep.
E ovviamente tutta una serie di disegnatori come Pasquale Frisenda, Bruno Ramella, Goran Parlov, Laura Zuccheri, il bravissimo Luca Vannini, Werther Dell'Edera e tanti altri sono “debitori” allo stile personalissimo di Ivo Milazzo.
Un disegnatore imprescindibile nella storia del fumetto italiano; e personalmente fondamentale per la mia formazione fumettistica.
Tavola da Il respiro e il sogno - Cuccioli, uno dei capolavori di Berardi e Milazzo


giovedì 9 aprile 2015

300: Maurizio Bovarini – La dinastia dei Miller

Editiemme, 1980
(Italia, Philadelphia Miller il Monco 1973)
Eravamo lì con i nostri normalissimi rapidograph, senza fare del male a nessuno, quando all’improvviso la porta si spalancò e apparve lui col pennello spianato. «Fermi tutti, questo è un disegno!» «Non spararlo, Maurizio, non spararlo!» Ma lui se ne fregò, lo sparò comunque. E poi se ne andò sorridendo educatamente. E noi impotenti a chiederci: «Ma dove lo trova quell’arsenale? Quale cartolaio gli fornisce inchiostro al tritolo, machines-pennelli, pennini a testa dirompente?» Possibile che si lasci girare indisturbato uno capace di scatenare una libertà grafica di tale portata?”.
(Quino)

La prorompente forza espressiva e dinamica dei disegni di Bovarini.
I disegni di Maurizio Bovarini sono davvero esplosivi. Ha ragione il creatore della mitica strip Mafalda. Osservare i disegni dell'artista bergamasco (naturalizzato milanese) e soprattutto le sue tavole, equivale ad assistere ad una vera e propria detonazione; solo che al posto del tritolo c'è l'inchiostro. I suoi lavori hanno una forza dirompente ed una carica espressiva fuori del comune.
Maurizio Bovarini è un autore unico e irripetibile: irripetibile come illustratore e irripetibile come artista satirico. Ebbe a dire di lui il compianto Georges Wolinski: "Quelli che hanno visto per la prima volta i disegni di Bovarini nell'Enragé del maggio '68 non li hanno dimenticati. Gli uomini al potere adorano essere caricaturizzati, ma non da disegnatori come Bovarini. Lui non è cattivo, è spietato come lo sguardo di un bambino o come la requisitoria di un avvocato. I suoi disegni sono delle condanne". E il più grande autore francese di satira aveva ragione da vendere quando parlava del collega italiano.
Le "esplosioni d'inchiostro" nelle tavole di Maurizio Bovarini
Ma Bovarini fu irripetibile anche come fumettista. Fu sua la graffiante parodia Ultimo tango a fumetti, tratta dal noto film del 1975 di Bernardo Bertolucci e oggetto di feroci attacchi da parte della censura. Gli stessi attacchi furono subiti, senza nessun apparente senso, da Bovarini che si vide vietare la diffusione del libro. Ma anche opere come Eia Eia Trallallà e Schizzofrenia (la doppia zeta è voluta) sono opere di elevatissimo spessore grafico e contenutistico.
Tuttavia credo che la vera opera a fumetti di Maurizio Bovarini rimane La dinastia dei Miller.
La storia segue le vicende del piccolo Nelson Bartolomew Miller Jr. che, mandato via dal ricco padre, cresce nel selvaggio west diventando il temibile pistolero Philadelphia Miller il Mancino; da li in poi una serie di drammatici eventi lo porterà ad una tragica fine, ma di lui resterà qualcosa in suo figlio Arthur, avuto dalla sua tanto amata Clara che lo cresce nascondendogli la vera identità del padre. Arthur ormai adulto si ritroverà in un west più moderno (nell'epoca dei gangsters e del proibizionismo) e dovrà fare i conti col suo passato.
la pennellata secca e decisa si alterna a quella più 'sgranata' ed espressiva.
I motivi per definire un capolavoro (ma sinceramente quasi tutti i suoi lavori lo sono) quest'opera sono diversi: la particolare ambientazione (in gran parte western), la storia narrata da Bovarini con gli stessi toni epici e drammatici di una tragedia e, naturalmente, l'altissimo livello artistico raggiunto dall'autore. In questa storia il genere western assume dei toni costantemente cupi e questo grazie allo stile grafico di Bovarini che, come ha giustamente detto Quino, usa inchiostro al tritolo: il suo pennino 'graffia' le tavole tanto da far quasi percepire lo stridore dello strumento e il suo pennello delinea i personaggi e gli ambienti con un'espressività che pochi artisti hanno. E questi due strumenti nelle mani di Maurizio Bovarini equivalgono ad un winchester e una colt in mano a Wild Bill Hickok: siamo oltre la meraviglia. Perché quando sfogliamo un western dipinto da Hermann rimaniamo meravigliati; quando ci soffermiamo sulle tavole western di Milazzo, rimaniamo meravigliati, così come lo siamo stati davanti al tanto atteso 'Texone' di Magnus. Ma con Bovarini il discorso è diverso. Perché le sue tavole sono libere da quegli schemi che spesso il pubblico sembra gradire e i suoi personaggi non sono belli come quelli che il pubblico si aspetta; le sue tavole sono un concentrato di inchiostro magistralmente distribuito sotto forma di segni che variano sotto gli occhi del lettore: la 'pennellata' di Bovarini talvolta è nitida e decisa, altre volte è secca e sbiadita, ma sempre carica di un'espressività che ha pochi eguali. Non sembra esserci un disegno vero e proprio nei suoi fumetti ma solo delle pennellate incisive che costruiscono l'intera tavola; quest'ultima viene composta in maniera efficace e dinamica, perfettamente in linea con l'intero caos dello stile di questo grande autore.
Verso il finale di un capolavoro misconosciuto: l'ira di Arthur.

Bovarini disegna con la cravatta, digrignando i denti... Poi si corica, lasciando i pennini sfiniti sulla carta sfatta!” dice di lui Francesco Tullio Altan, che con Bovarini creerà la serie Morgan per la rivista Alteralter; e il creatore della Pimpa ha perfettamente ragione. Le pennellate di Bovarini potrebbero essere realizzate con qualsiasi mezzo. Purché sia usato da Maurizio Bovarini: artista imprescindibile. E soprattutto irripetibile.

Curiosità

Il primo episodio, Philadelphia Miller il Mancino, uscì per la prima volta in Italia, su uno dei supplementi della rivista Linus, Disco Linus, nel 1973. L'anno dopo fu tradotto in Francia dalla rivista Charlie. Nel 1980 la Editiemme (che tra le altre cose pubblicava la rivista Tempo Medico su cui Bovarini collaborava come illustratore) decise di ripubblicarlo nella collana di volumi cartonati curati da Luigi Bona; per l'occasione Bovarini disegnò la seconda parte e il volume fu pubblicato come La dinastia dei Miller.
Tra i vari lavori realizzati da Maurizio Bovarini val la pena citare le illustrazioni realizzate per il romanzo di Leonard Gardner, Fat City (pubblicato da Milano Libri nel 1974), da cui John Huston trarrà uno dei suoi film più belli e la cover dell'LP Appointment in Milano di Bobby Watson.
Mure per un infarto nel 1987.
Cover del romanzo Fat City, illustrato da Maurizio Bovarini

Edizione consigliata

Assolutamente dignitosa e abbastanza rispettosa del segno di Bovarini: cartonata, formato medio e stampa su carta a grammatura pesante. Si trova su internet a buon prezzo oppure nelle fiere di comics.

Altre edizioni


Ovviamente nessuna. Nonostante il suo genio, credo sia difficile sperare in una riedizione delle sue opere più belle. 

martedì 7 aprile 2015

Il fumetto nel cuore: Santo D'Amico

Santo D'Amico nel suo studio mentre mi mostra orgoglioso alcuni suoi studi, se non ricordo male realizzati per il personaggio di Mister No.
Avete presente il film L'attimo fuggente? Sicuramente si. Chi non conosce il mitico film di Peter Weir con Robin Williams che interpreta il professore che tutti vorremmo avere.
Ebbene io ho avuto il “mio Robin Williams”; non insegnava letteratura ma disegno; non parlava di poesie ma di fumetti; e sicuramente non ci ha mai fatto salire sui banchi per guardare il mondo dall'alto, ma era capace di trasmettere la passione per i comics con la stessa energia del professor Keating. Il mio Robin Williams si chiamava Santo D'Amico ed era nato nel dicembre del 1927 a Siracusa (città da lui molto amata); esordì nel fumetto molto giovane sul Giornalino e da quel momento collaborò per molti anni con le Edizioni Paoline, per le quali disegnerà opere molto belle, come Guglielmo Tell e Lancelot e molte altre storie delle quali alcune verranno racchiuse in tre volumi cartonati e di grande formato: Quando gli uomini vestivano di ferro, Pirati e gladiatori e Socrate, Dante e le epoche in cui vissero. Santo D'amico ha anche disegnato circa quaranta avventure di The Phantom, il personaggio creato da Lee Falk e Ray Moore e, nell'ultimo periodo della sua vita, ha continuato a lavorare sempre con grande entusiasmo, lo stesso che sapeva trasmettere ai suoi allievi durante gli anni d'insegnamento alla Scuola Internazionale di Comics a Roma, città in cui viveva.
Ma se provate a cercare qualcosa di Santo D'Amico su Google troverete poco o niente. A D'Amico è toccata la medesima sorte che spetta a tanti altri disegnatori di fumetti italiani: vengono dimenticati.
Santo D'Amico: studio per una vignetta.
Eppure a questa generazione di artisti del dopoguerra il fumetto italiano deve molto, per non dire tutto; di quella stessa generazione facevano parte artisti come Jacovitti, Gino D'Antonio, Aurelio Galleppini, Roy D'Ami, Franco Caprioli, per citare i più noti. Ma anche Ruggero Giovannini, Carlo Boscarato, Gino Sorgini, Antonio Canale, Sebastiano Craveri, Andrea Bresciani, Nevio Zeccara per citarne qualcuno oggi quasi dimenticato. Tutta gente di talento che cercava di farsi strada in un mondo, quello del fumetto, molto difficile; all'epoca la documentazione per le proprie storie era difficoltosa e i disegnatori lavoravano con quel poco che avevano a disposizione; eppure in coppia con i colleghi sceneggiatori, i loro personaggi hanno segnato profondamente il fumetto italiano. E tra questi c'era anche Santo D'Amico.
Ho avuto la grande fortuna di lavorare con Jacovitti, uno dei più grandi fumettari di sempre; ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare artisti come Galep, Berardi e Milazzo, Magnus; ma la mia fortuna più grande è stata quella di avere Santo D'Amico come maestro. Perché quando si ha un maestro del fumetto che trasmette tutta la sua passione, che incoraggia gli allievi a dedicarsi amorevolmente ai comics, allora si è davvero fortunati.
Fu D'Amico, nel vedere i miei primi disegni di neo studente alla Scuola Internazionale di Comics, a spingermi con tutte le sue forze a seguire il mio sogno di lavorare con Jacovitti: “Buttati su questo e non fare nient'altro” amava ripetermi quando vedeva i miei disegni in stile Jac.
Una bellissima tavola tratta dalla storia Bjarne il navigatore
Rispetto ai miei compagni di corso (tra cui c'era anche Alessandro Nespolino, disegnatore di Adam Wilde), ebbi la fortuna di frequentarlo anche al di fuori della scuola; andavo nel suo studio ed era come entrare nella storia del fumetto; le librerie, i cassetti dei mobili e ogni angolo erano colmi di fumetti, disegni originali, albi in lingua originale, fotocopie di tavole americane. Ricordo che i suoi cassetti traboccavano talmente di carta che per aprirli dovevamo essere in due e una volta ad uno di essi si ruppe anche la maniglia. E poi le videocassette: Santo D'Amico registrava dalla televisione tutto ciò che gli sembrava potesse tornargli utile per disegnare. Quando lo conobbi la Rai trasmetteva un serial sulle avventure di Zorro interpretato da Duncan Regehr e il maestro D'Amico le stava registrando tutte. “Ti serve una scena a cavallo?” mi ripeteva sempre “Tiè! Guarda qua...” diceva e mi faceva vedere qualche sequenza d'azione di Zorro o di altri film che aveva registrato. Una volta restai a pranzo con lui e con sua moglie, la signora Fina, e vedemmo una parte del film “Il principe coraggioso” di Henry Harhaway; il maestro si emozionava come un bambino davanti alle sequenze spettacolari del film, nonostante rispetto allo stesso gli effetti speciali avessero ormai fatto un notevole passo avanti.
Il maestro D'Amico mentre visiona i miei primi disegni. Roma 1991.
Ma Santo D'Amico, in fondo, era proprio questo: un artista capace di emozionarsi, anche davanti alle opere dei suoi colleghi di cui spesso tesseva le lodi: mi riferisco a Gino D'Antonio, Gianni De Luca, Roberto Diso con cui condivise moti anni di carriera artistica. In realtà non dobbiamo dimenticare che il futuro disegnatore di Mister No deve non poco al maestro D'Amico, ma a quest'ultimo non interessavano eventuali attribuzioni di meriti, lui si limitava ad elogiare apertamente e ripetutamente l'arte di chi apprezzava. Mi parlava anche di Jacovitti, delle serate passate insieme a lui ed agli altri artisti del Vittorioso. Una volta telefonò a Jacovitti in mia presenza e gli disse che c'era un giovane disegnatore che poteva aiutarlo nel suo lavoro (da lì a un anno si sarebbe avverato il mio fatidico incontro).
Quando mi parlava di fumetti e dei suoi artisti preferiti era come assistere all'eruzione di un vulcano: energica, poderosa, con tutti quei frammenti di lava che rappresentavano mille aneddoti, consigli e curiosità sul fumetto.
Come gran parte dei suoi colleghi a lui coetanei, aveva una grande passione per Alex Raymond: ne amava incredibilmente l'arte. Conosceva tutte le edizioni di Flash Gordon pubblicate in Italia e spesso le confrontavamo insieme. Sapeva riconoscere con un colpo d'occhio l'intervento di Austin Briggs (collaboratore di Raymond) nelle tavole domenicali di Gordon. Uno dei primi fumetti che disegnò poco più che ventenne fu Dray Tigre, un comics formato striscia i cui disegni risentivano non poco dell'influenza dello stile raymondiano (lo stesso personaggio era praticamente identico a Flash Gordon).
Dray Tigre, uno dei primi lavori di Santo D'Amico (fortemente influenzato dal Gordon di Alex Raymond).
Ma amava anche disegnatori come Leonard Starr, Stan Drake, Al Williamson, John Prentice, John Cullen Murphy artisti in qualche modo discendenti da Raymond; ma anche gli amici e colleghi Renato Polese, Carlo Boscarato (disegnatore di Larry Yuma), Lino Landolfi, oltre già citati D'Antonio e Diso.
E non si fermava qui: nutriva grande ammirazione anche per gli artisti moderni, come Jordi Bernett o Ivo Milazzo, per citare due nomi illustri.
Fu Santo D'Amico a farmi conoscere i disegni di Alex Toth e per me fu una folgorazione; mi regalò un albo americano disegnato dallo stesso Toth, The real McCoys, albo che tutt'oggi custodisco molto gelosamente, così come conservo con grande commozione e cura tutte le fotocopie che il maestro D'Amico faceva per me dello stesso disegnatore; dopo quasi venticinque anni sono ovviamente sgualcite (e d'altra parte, oggi ho recuperato lo stesso materiale su internet), ma quelle fotocopie hanno per me un valore inestimabile: rappresentano una testimonianza della passione artistica del maestro D'Amico e del suo continuo incoraggiamento.
Era poi un uomo molto ironico: una volta mi raccontò di quando insegnava in un liceo e diede ai suoi allievi il compito di disegnare la sua tomba: “Con l'augurio di entrarci il più tardi possibile!” disse. Spesso andavamo insieme in edicola a vedere e commentare le nuove uscite del fumetto oppure andavamo a prendere la sua nipotina a scuola; passavo sempre molto volentieri il mio tempo con lui perché era un uomo che riusciva a non essere mai noioso, anzi, come ho ribadito più volte, era pieno d'energia, che riusciva a trasmettere come se fosse un dono innato.
Una stampa raffigurante un'illustrazione di Santo D'Amico: il maestro spesso mi chiamava Domenico (che dovrebbe essere la versione italiana del nome Nedeljko).
Anche quando si ritrovò ad avere un problema all'occhio (non ricordo cosa esattamente) per il quale fu costretto a restare a riposo, riuscì a non perdere mai la sua vitalità. Non poteva disegnare ma il richiamo era troppo forte; ricordo che mentre guardavamo uno dei film che ovviamente stava registrando prese la matita, indicò la scena del film e iniziò a dirmi: “Vedi, fai così, poi così, metti un po' di sfondo e hai fatto la vignetta” e la signora Fina dal soggiorno che lo ammoniva: “D'Amico, smettila di disegnare!” (lei spesso lo chiamava per cognome).
Niente e nessuno poteva fermare la sua forza comunicativa; lui era un insegnante nato. Amava trasmettere quello che sapeva ai suoi studenti e non smetteva mai di incoraggiarli quando ne intravedeva il talento.
Non sono mai riuscito ad avere una sua tavola originale completa; non era solito venderle, al contrario, le conservava orgogliosamente. Di fatto erano bellissime: formato grande, pennellata decisa, insomma pura avventura. Spesso le metteva sul vetro della finestra, contro la luce del sole per lasciar intravedere la colorazione che, ricordiamolo, al tempo veniva effettuata sul retro delle tavole: e, credetemi, erano bellissime e, purtroppo, la stampa delle Edizioni Paoline non rendeva affatto giustizia alla sua arte.
"Imparate a disegnare esseri umani e cavalli e sarete in grado di disegnare qualsiasi fumetto!". Il maestro D'Amico me lo ripeteva spesso. 
Pur non avendo ricevuto da lui nessuna tavola originale, il maestro D'Amico mi ha spesso e volentieri regalato qualche suo disegno; bozzetti, studi preparatori, una volta persino una tavola a matita incompleta. Ma il regalo più grande lo ricevetti un giorno mentre frequentavo il primo anno della Scuola Internazionale: avevo dato al maestro un suo libro Quando gli uomini vestivano di ferro chiedendogli una dedica e se possibile uno schizzo. Mi disse di lasciarglielo. Qualche settimana dopo avevamo lezione con lui e prima d'incominciare mi diede il libro lamentandosi: “Oh è impossibile lavorare su sta carta... ho fatto 'na faticaccia per usare il pennello...”. Quando ho aperto il libro sono rimasto sbalordito: Santo D'Amico aveva realizzato un disegno a tutta pagina che raffigurava un veliero in mezzo alle onde del mare: strepitoso, da rimanere senza parole. Io credo che nessuno abbia mai ricevuto una dedica su un libro con un disegno simile. I miei compagni di corso lo ammiravano ed io mi sentivo privilegiato nel poter avere una simile meraviglia.
La copertina del volume Quando gli uomini vestivano di ferro e lo splendido disegno dedicatomi dal maestro D'Amico
Era davvero un uomo eccezionale. Un disegnatore della vecchia guardia con un grande talento.
A volte mi trovavo nel suo studio proprio mentre stava disegnando; un giorno lo trovai che inchiostrava e aveva un modo particolare nel farlo: prendeva una tavola, dava qualche pennellata a una vignetta e la metteva da parte. Poi prendeva la tavola successiva, un paio di pennellate e la riponeva insieme alle altre. E via via in questo modo. Ad un tratto mi chiese di riempire di nero col pennello uno spazio in una vignetta dicendomi: “Non riesco a vedere bene, fallo tu!”. Era una cosa da niente ma per me fu veramente emozionante. Da quel giorno, e fino a quando non ho iniziato ad usare la tavola grafica, ho sempre usato il suo metodo di ripasso a china.
Seguiva costantemente la mia crescita artistica. Mentre lavoravo con Jacovitti, dedicavo parte del mio tempo a perfezionare il mio stile realistico: l'ultima volta che c'incontrammo (credo sia stato nel maggio del 1995) gli portai alcune tavole che avevo fatto per Nick Raider e rimase abbastanza colpito dai miei progressi e per me quella fu una soddisfazione indescrivibile, perché ho sempre tenuto al suo giudizio.
Studio per un'illustrazione di Marco Polo. 
Sempre in quell'anno ci sentimmo telefonicamente, credo, in estate inoltrata e mi comunicò che aveva avuto un lieve infarto. Non ricordo quale fu l'impedimento per il quale non riuscimmo a vederci; ma so che ancora oggi questo è il mio rimpianto più grande. Poi il 25 ottobre del 1995 mi telefonò Jacovitti: “Ti chiamo solo per darti una brutta notizia: é morto D'Amico!”. Rimasi senza parole. Da Lecce, dove mi trovavo, presi il treno notturno e mi recai a Roma per dargli il mio ultimo saluto. Dopo il funerale sentii nuovamente Jacovitti per telefono; infatti quest'ultimo non era venuto al funerale, e ricordo che fummo costretti ad interrompere la telefonata perché non riusciva a trattenere le lacrime. Potevo capire quello che provava il grande Jac: molti suoi colleghi ed amici pian piano se ne andavano e con D'Amico sicuramente se ne andava un pezzo della sua vita.
Per quanto mi riguarda fu una perdita immensa; ricordo che durante il funerale mi si avvicinò il genero (che avevo conosciuto una sera, tempo prima nello studio di D'Amico), mi pose un braccio sulla spalla dicendomi: “Hai visto, se n'è andato!”.
Era incredibile pensare che un uomo con una vitalità così dirompente si fosse spento. Sembrava impossibile. Santo D'Amico aveva 68 anni e una passione per il fumetto che oggi è difficile riscontrare in un ventenne. Una passione vera, fatta di dedizione, di talento e di amore per i comics.
Il suo studio, con le librerie ricolme del materiale di un'intera vita passata ad amare i fumetti, rimasero a testimoniare un amore per il fumetto davvero unico.
E il maestro D'Amico era unico: unico nel trasmetterne agli altri la passione per i fumetti; e soprattutto unico nel disegnarli con grande emozione (quando disegnava spesso e volentieri fischiettava).
Santo D'Amico aveva il fumetto nel cuore.
La prima volta nello studio di Santo D'Amico. Roma 1991. 


martedì 31 marzo 2015

Patrick Cothias e André Juillard – Le 7 vite dello sparviero - Enrico IV

Mondadori (collana "Historica" n. 6), 2013
Francia, Les sept vies de l'Épervier, 1983
In verità miei cari fratelli voi non siete altro che una banda d'ingenui di cui questo SANTO UOMO usa e abusa. Nei primi anni del cristianesimo, in Giudea e poi a Roma, la vostra religione proclamava l'uguaglianza fra gli uomini!... Ma la legge degli uomini divideva già il mondo in due caste... I PADRONI E GLI SCHIAVI!
(Lo Sparviero)

André Juillard Patrick Cothias
Mi viene una rabbia quando penso che un fumetto come Le 7 Vite dello Sparviero non goda, in Italia, di un'edizione definitiva, cioè di un bel volume che raccolga tutte le sette avventure. E che cavolo! Planeta De Agostini e Panini Comics hanno immesso sul mercato volumi che sembravano dizionari e che contengono in un unico tomo tutto un intero ciclo di un determinato personaggio, mi chiedo cosa costi racchiudere in un volume uno dei fumetti europei più belli di sempre.
Chi possiede i mitici 7 volumetti brossurati ultra sottili della Glénat (serie Le Avventure della storia) potrà rendersi conto che, messi l'uno accanto all'altro, formerebbero un volume grande poco più di un 'Texone'; sarebbe una cosa davvero gradita a chi ama il fumetto di alto livello e per chi fosse a caccia di grandi storie dall'arditezza narrativa e dall'accurata ricerca artistica.
Lo Sparviero, il misterioso giustiziere che si nasconde dietro una maschera rossa.
Recentemente, nella collana “Historica”, la Mondadori ha deciso di ripubblicare in due distinti volumi questo capolavoro della nona arte e direi che non potevamo sperare di più, almeno in Italia.
Patrick Cothias e André Juillard, nell'ormai lontano 1982, più di trent'anni fa quindi, riuscirono ad architettare una saga storica strepitosa, che conquistò una grossa fetta del pubblico francese e che, col passare degli anni, divenne un vero e proprio fumetto di culto in tutta Europa.
L'incipit iniziale è apparentemente semplice: la vicenda si svolge in Alvernia (Francia) all'inizio del 1600, quando una donna, nel gelido inverno di quelle terre, dà alla luce una bimba che protegge con il suo corpo fino alla morte. Verrà ritrovata morta dal marito, il barone Yvon de Troïl. Contemporaneamente un altro bambino viene al mondo e in situazioni più consone: è il figlio di Maria de' Medici ed Enrico IV, il futuro re di Francia, Luigi XIII.
Una delle prime tavola da La morte bianca: inizia la saga dello Sparviero.
Passano gli anni (otto per la precisione) e un misterioso giustiziere mascherato di rosso, Lo Sparviero, lotta strenuamente contro le classi nobili che opprimono la povera gente. Ariane, la bimba nata dalla moglie del barone de Troïl, è attratta dallo Sparviero e farà di tutto per scoprirne l'identità.
Come dicevo poc'anzi il lavoro dei due autori è strepitoso. Le trame ordite da Cothias sono sempre intriganti e i suoi personaggi hanno una caratterizzazione eccellente; lo sceneggiatore non lesina sulla descrizione della disumana esistenza della classe “elevata”, ricalcandone spesso la brutalità (come avviene nella sequenza in cui un soldato cerca di violentare una bambina) e cede alla tentazione (più che giusta) di lanciare più di una frecciatina all'ambiente ecclesiastico da cui emergono preti corrotti, che vivono nel vizio e nel lusso a discapito di un popolo ormai abbandonato alla sua miseria.
Juillard ci mette tutta la sua professionalità affinando e rendendo molto più espressivo un disegno il cui stile è “vittima” di una meticolosa perizia grafica; ma questa cura non impedisce all'artista di creare delle sequenze d'azione degne di un bel film (dettagli sanguinolenti compresi) e di riuscire a ricreare delle bellissime scenografie in cui il dettaglio risulta molto importante per il lettore.
La tipica meticolosità artistica di André Juillard.
Come ha osservato Luca Lorenzon nel suo bellissimo e dettagliato articolo dedicato al fumetto di Cothias e Juillard: "Les sept vies de l’Epervier ha saputo diventare qualcosa di più di una semplice saga a fumetti di successo. Quello che Cothias e Juillard hanno creato è un’epopea le cui stesse contraddizioni sono funzionali allo sviluppo del mito dello Sparviero. Il meccanismo prettamente feuilletonesco e centrifugo della serie è senz’altro la prima causa che viene alla mente quando ci si chiede il perché di tanto seguito e di tanto successo, ma alla base del fenomeno che ci spinge a non staccare gli occhi dalle tavole di Juillard e a chiederci “adesso cosa succederà?” quando un ciclo è concluso ci sono anche altri fattori.
A percorrere le tavole in cui compaiono Ariane e gli altri c’è un pesante senso di predestinazione e alcuni riferimenti saggiamente dosati portano spontaneamente il lettore ad arrovellarsi sui loro possibili significati reconditi anche quando forse non ce ne sono…"
Le sette vite dello Sparviero resta un'opera che, al di là dell'accuratezza storica e grafica, rappresenta un riuscitissimo mix dei generi più cari al fumetto: l'avventura predomina, ma non sono da meno il mistery, l'erotismo, la tragedia e l'ironia che spesso alleggerisce il contesto violento descritto dai due autori.
E la bellezza di questo lavoro, uscito in Francia oltre trent'anni fa, tutt'oggi non ha perso un briciolo della sua incredibile forza artistica e descrittiva.
I vizi e le lussurie di Re Enrico IV.

Curiosità

La prima apparizione della saga in Italia risale al 1984 sulle pagine della bella rivista Orient Express (OE n. 24, 25, 27 e 28).
Le sette vite dello Sparviero rappresenta una sorta di prequel di Masquerouge fumetto realizzato ancora una volta dalla coppia Cothies – Juillard.
Per un'esaustivo resoconto della serie, vi rimando all'ottimo post Les7 Vies de l'Épervier – A caccia di Sparvieri di Luca Lorenzon, curatore del blog Cosa sono le nuvole.

Edizione Consigliata

Questo primo volume della collana “Historica” comprende le prime quattro (delle sette) storie: La morte bianca, Il tempo dei cani, L'albero della cuccagna e Hyronimus. Grande formato, cartonato e stampa a colori. Naturalmente sarebbe sciocco non procurarsi il secondo volume della collana, Le sette vite delle sparviero – Luigi XIII (collana “Historica” n. 9), che comprende i restanti tre episodi: Il signore degli uccelli, La parte del diavolo e Il segno del condor.
La cover del secondo volume pubblicato da Mondadori all'interno della collana "Historica". 

Altre edizioni

Sicuramente di prim'ordine è quella della Lizard, che ha suddiviso in sette volumi brossurati e di grande formato le serie di Cothias e Juillard. All'inizio degli anni '90 la Glénat Italia pubblicò le serie (sempre suddivisa in sette volumi) nella collana Le grandi avventure della storia.
Da sinistra: il quarto volume, Hyronimus, della collana "Le avventure delle storia" e l'edizione cartonata della prima avventura, La morte bianca, realizzata da Lizard.