Jac e ned

giovedì 3 aprile 2014

Comics' Diary: Il segno di Galep


Prosegue la ripubblicazione della rubrica Comics' Diary (ideata per la rivista di fumetti online COMX DOME curata da Francesco Moriconi). 
Questo terzo capitolo è dedicato ad Aurelio Galleppini più noto come Galep, ed è uscito a dicembre 2013. Ho inserito solo una parte delle foto di Galep. Per vederle tutte scaricate QUI il terzo numero di COMX DOME, ricordandovi che il magazine è gratuito per iPad e presto sarà disponibile anche per il sistema Android. 


Prologo

Aurelio Galleppini in arte Galep, al suo
tavolo di lavoro. Chiavari, estate 1992.
Era il 1987 quando ho scoperto i fumetti. Avevo tredici anni e li ho scoperti con Jacovitti; è stato (e tutt'ora è) il mio artista preferito, colui che ho adorato e copiato fino all'esaurimento. Dopo circa quattro anni di continuo esercizio divenni il suo collaboratore e molte cose non furono più le stesse. Quando dico molte cose mi riferisco soprattutto a quei momenti, chiamiamoli 'primordiali', in cui scopri i fumetti e soprattutto in cui li leggi con occhi diversi; inizi a essere attratto da alcuni artisti, ne osservi il tratto, il modo che hanno di disegnare le figure o i paesaggi, cerchi di carpirne lo stile. Per farla breve mi riferisco a quel momento della vita di meravigliosa spensieratezza, in cui il tempo era dedicato unicamente ai propri idoli di carta.
Se Jacovitti ha occupato gran parte della mia mente, ad occuparne la parte restante sono stati tutti quegli artisti che pian piano, nel tempo, conoscevo: Raymond, Schulz, Eisner, Kirby e potrei continuare all'infinito. Ma uno su tutti mi attirava tantissimo: Aurelio Galleppini, in arte Galep.
Galep era un'autorità nel fumetto italiano; aveva creato graficamente il nostro personaggio più famoso, Tex Willer, e quindi era anche l'artista che aveva una maggiore visibilità in edicola. Ricordo ancora la prima cover di Galep che vidi: L'aquila e la folgore (Tex n. 207); rimasi subito colpito da Tex visto di spalle, nella classica posizione del duello, con un'inquadratura dal basso e con una prospettiva centrale che faceva intravedere in lontananza l'avversario: bellissima.
Acquistai subito l'albo (credo fosse una ristampa) e cominciai a sfogliarlo. Prima dei disegni di Galep c'erano quelli di Fernando Fusco; ma nemmeno li guardai. Ero attratto dal disegno di Galep, dalla sua pennellata morbida e dal modo di disegnare i cavalli. E soprattutto dal volto di Tex Willer, dai lineamenti quasi sensibili, molto simile a eroi come Gary Cooper o James Stewart.
Da quel giorno passai interi pomeriggi in una piccola libreria dell'usato a sfogliare tutti gli albi di Tex cercando unicamente quelli disegnati da Galep. Da La Mano Rossa, a Il segno di Cruzado, passando per Sangue Navaho, le storie con Mefisto ed El Muerto, la mia passione per Galep fu quasi pari a quella per Jacovitti. Grazie a questo grande maestro incominciai a copiare il disegno realistico: e fu un eccellente allenamento per imparare il disegno a fumetti.
Nel 1991 mi iscrissi alla Scuola Internazionale di Comics. Avevo sedici anni e mi trasferii a Roma.
Avevo da poco iniziato la scuola e arrivò la fine ottobre che, per tutti gli amanti di comics, significa una cosa sola: “Salone di Lucca”. I miei mi avrebbero raggiunto in camper a Roma e saremmo andati tutti insieme alla più bella fiera del fumetto (almeno lo era a quei tempi) italiano.
Era il 30 ottobre, eravamo a Lucca e io contemplavo qualche mio acquisto quando mio padre mi rivolse più o meno queste parole: “Lo sai con chi hai appuntamento domani?” e io non risposi perché la domanda mi sembrò alquanto strana. “Con Galep!” esclamò mio padre sorridendo. Guardai mia madre per sapere se era vero e la sua espressione lo confermò.
Ero a Lucca, sfogliavo i fumetti appena comprati, avevo sedici anni e stavo per incontrare Galep. Momenti indescrivibili. Almeno per un adolescente.

Acquerello dei quattro pards al galoppo.

Chiavari 31 ottobre 1991

Quando mi trovai di fronte al mitico Galep, quella mattina di ottobre, ebbi la stessa espressione attonita, frastornata, di quando incontrai Jacovitti per la prima volta. Era davvero incredibile. Ero nello studio di Aurelio Galleppini, il creatore grafico di Tex. Mi colpì molto il suo studio perché aveva un elemento in comune con quello di Magnus o di Jacovitti: la semplicità.
Ed è questo l'aggettivo con cui potrei descrivere quell'uomo di settantaquattro anni, dal volto dolce e onesto (proprio come il suo Tex), su cui si disegnava un sorriso rassicurante: un grande maestro, geniale e allo stesso tempo umile.
Il suo studio sembrava un piccolo soggiorno adattato a bottega artistica: un vecchio divano e uno di quei tavoli tondi con le quattro sedie dove il maestro quel giorno posò un omaggio da noi donatogli. Lungo le pareti erano appesi alcuni manifesti e illustrazioni a colori di Tex. In prossimità della porta d'ingresso vi era un vecchio armadio e poco più in là una macchina fotocopiatrice. Accanto a quest'ultima un proiettore e poi, sempre appesi alle pareti, ancora altre illustrazioni, oltre a una serie di modelli in scala di armi, tutte da lui stesso minuziosamente ricostruite.
E poi il pezzo forte del suo studio, naturalmente: la sua postazione da lavoro. Un tavolo da disegno con, sulla destra di chi vi lavorava, una sorta di leggìo di cui Galep si serviva per sorreggere foto o materiale documentaristico, e a sinistra un piccolo televisore con videoregistratore che l'artista usava sempre a scopo documentaristico per il suo lavoro su Tex. E poi tutta una serie di pennelli (Windsor & Newton) e inchiostri di china fondamentali per la resa finale delle sue tavole.
Con mio stupore vidi due illustrazioni di Tex in grande formato che coprivano gran parte della superficie del tavolo. Appena accolti nel suo studio, Galep si sedette davanti al suo tavolo e pronuncio più o meno queste parole: “Sapendo del vostro arrivo, mi sono permesso di fare questi due disegni per Nedeljko...”. E credetemi potrei non aggiungere altro. Rendiamoci conto di una cosa: quest'uomo si era messo la sera prima (o forse si era alzato di buon'ora la mattina stessa) a realizzare due disegni per un suo fan, non uno, due, di grande formato, prima a matita e poi inchiostrati. E credetemi, mi viene da ridere quando oggi alle fiere ci sono autori che fanno addirittura pagare i loro stessi fan per un disegno.

Galep mentre autografa uno dei due disegni regalatimi; ambedue le opere furono incorniciate con un passepartout ricavato da alcuni albi di Tex (foto a destra). Non me ne sono mai separato e tutt'oggi adornano la mia casa. Chiavari, 1991.

Quella mattinata fu un caleidoscopio d'emozioni, una dietro l'altra. Galep fu di una disponibilità davvero disarmante; mi autografò i miei libri cartonati di Tex e notando che me ne mancava uno (Tex e gli indiani) mi domandò: “Ma questo non ce l'hai?” E senza darmi il tempo di rispondere s'era già chinato e mi aveva preso una copia del libro che sembrava appena uscita dalla tipografia. Mi autografò il suo bellissimo libro autobiografico L'arte dell'avventura (splendido volume in cui Galep narra la sua vita professionale; un libro da avere assolutamente) e iniziammo a parlare di fumetti (com'era ovvio). L'argomento andò sul Texone che in quel momento era uno degli eventi più attesi dell'estate, soprattuto per la vasta gamma di super star del fumetto che era stata chiamata a collaborare: Victor de la Fuente, Josè Ortiz e soprattutto il grande Magnus. L'anno prima era uscito il Texone di Galep, Il segno del serpente (Speciale n. 3), mentre di qualche mese prima era l'uscita di quello realizzato da Sergio Zaniboni (Speciale n. 4), Piombo rovente. Proprio sfogliando quello di Zaniboni, Galep lamentò una certa piattezza nel disegno, spiegandomi come per lui era fondamentale dare volume alle figure e soprattutto cercare di creare una certa profondità di campo. E a proposito di profondità, prese il Texone realizzato da Alberto Giolitti (Speciale n. 2) Terra senza legge e mi fece notare come l'artista romano eccedesse nei dettagli in ogni singola vignetta tanto che a volte risultava confusa: “Questo” disse parlando di Giolitti “è un disegnatore formidabile, bravissimo, però spesso quando osservo la sua tavola la trovo molto confusa!”.
Non credo amasse particolarmente le nuove leve artistiche. Ad un tratto si alzò e prese un libro dalla sua libreria. Era un volume di Flash Gordon di Alex Raymond: “Questi si che erano disegnatori. Guarda che meraviglia...” esclamava Galep sfogliando le tavole raymondiane. E l'amore per il cartoonist americano si vedeva tutto nello stile di Galep. Ho sempre sostenuto che il maestro Galeppini non si è solo limitato a imitare lo stile di Raymond, come la maggior parte degli artisti del periodo del dopoguerra. Acquisendo la tecnica, Galep era riuscito a scomporla e a sintetizzarla meravigliosamente, rafforzandola con una personalità che avrebbe fatto scuola a diversi suoi colleghi; uno su tutti: Gallieno Ferri.

Due delle cover più belle di Tex realizzate da Galep.
A sinistra: fotocopia da una delle tavole originali di Tex e il segno di Cruzado.
Ma, soprattutto, Galep aveva un modo formidabile di disegnare i cavalli, le rocce, il mare in tempesta; lui il mare lo vedeva ogni giorno dalla sua Chiavari. Spesso lo riproduceva nelle belle tele che teneva esposte nel suo soggiorno e da esse si evinceva il suo straordinario talento d'osservatore e d'illustratore. E quello stesso talento illustrativo Galep lo mise spesso al servizio del suo eroe, Tex Willer; mi fece vedere una serie di manifesti e locandine sul famoso ranger da lui realizzate in occasione delle varie mostre tenutesi nel corso degli anni. Forse risulterà superfluo ormai dirvi che mi donò una copia per ogni locandina. Ma la straordinaria dote d'illustratore, Galep l'ha sempre sfoderata nella realizzazione delle mitiche copertine di Tex; tra le prime trecento si possono trovare autentici gioielli: la già citata l'Aquila e la folgore, ma anche La rivolta, Vigilantes, SuperTex, El Morisco, la splendida Il figlio di Mefisto, Il veliero maledetto, I due rivali, Il giudice Maddox, ecc...
Posso vantarmi di averle viste tutte, ma non sotto forma di albo stampato bensì tutti gli originali.
Vieni”, mi disse Galep, “Siediti qui e sfogliati tutti i disegni che ho fatto per le copertine. Delle tue preferite puoi farti le fotocopie!”. Che roba ragazzi; davanti ai miei occhi sfilavano tutte le cover del ranger più tosto della storia dei comics e vi posso garantire che il disegno originale non ha niente a che vedere con il risultato stampato: tutta un'altra storia. Ne scelsi una decina e le fotocopiai (ma fu veramente dura: le avrei fotocopiate tutte). Nel frattempo mio padre gli chiese se era disposto a vendere qualche sua tavola e lui rispose negativamente. “Guardi qui...” e aprì l'armadio vicino alla porta d'ingresso: completamente saturo delle sue tavole (o meglio strisce poiché quello era il formato da lui prediletto per disegnare), “Le ho tutte con me, non m'interessa darle via!” Però in compenso Galep mi fece scegliere alcune tavole tratte da Il segno di Cruzado che fotocopiai immediatamente.
Il bellissimo libro scritto da Galep
L'arte dell'avventura.
A proposito dei “Texoni”. Galep mi 
illustra il suo punto di vista. Chiavari, 1991.
In effetti è molto difficile trovare originali di Galep in vendita presso i vari mercanti d'arte; a tal proposito Sergio Bonelli mi diede un'ulteriore conferma durante una sua intervista concessami nel 2010: “Conservava tutti i suoi disegni tanto che è difficilissimo vederli in giro. Se ne trovi qualcuno in qualche fiera, vuol dire che l’hanno rubato direttamente a me oppure in tipografia”.
Un uomo davvero eccezionale Galep. Parlando di Tex ci disse come in realtà lui detenesse i diritti sul volto dell'eroe western in quanto creatore grafico del personaggio. Ci raccontò anche che fu lui a suggerire a Gianluigi o Tea Bonelli (non ricordo esattamente) di chiamare il personaggio Tex Willer e non Tex Killer come originariamente era previsto. A tal proposito sempre Sergio Bonelli mi disse: “È un mistero. Ci sono cose che si sono perse nella memoria. È come il logo di Tex. Mia madre dice che è stata lei a idearlo. Mio padre dice che è stato lui, che chi dice che è stato quell’altro…”
Personalmente, avendo conosciuto Galep, e soprattutto la sua creatività, credo assolutamente alla sua versione dei fatti. Del resto il contributo del grande maestro a Tex fu pari a quello di Gian Luigi Bonelli.
Nonostante la sua età, Galep aveva un'aria gioviale: non ancora stanco, si sedette e armandosi di matita e pennello realizzò un disegno per la piccola collezione di mia madre: una serie di orologi di cartone pressato bianchi su cui ogni artista poteva realizzare il proprio disegno. Galep realizzò un primo piano di Tex, Carson e Tiger Jack; nel realizzarlo, il maestro lamentava le sue non buone condizioni fisiche; non riusciva a muovere correttamente il braccio destro e aveva problemi di vista che gli impedivano di far bene il proprio lavoro. E lui ne era perfettamente consapevole; e di questo potevamo renderci conto tutti guardando le ultime copertine di Tex, in cui si percepiva l'immane fatica provata da Galep nel realizzarle. Sul suo tavolo oltre ai disegni donatimi, c'era anche qualche tavola di quello che sarebbe stato il suo ultimo lavoro: Tex 400: “Per le storie speciali come questa, mi lasciano piena libertà creativa soprattutto nella composizione delle vignette...”. Una libertà creativa forse un po' negatagli dal suo personaggio simbolo Tex Willer; basterebbe guardare la produzione di Galep prima del ranger texano, per rendersi conto della sua versatilità e genialità creativa, nel fumetto realistico e umoristico, nell'illustrazione, nella pittura e perfino nel disegno animato (d'obbligo, in questo caso, la lettura del suo volume L'arte dell'avventura).
Prima di congedarci, Galep ci portò in una stanza dove ci stupì per l'ennesima volta: aprì un enorme pannello tenuto fisso sul muro da un gancio e davanti ai nostri occhi si materializzò uno splendido plastico ferroviario da lui interamente ricostruito con incredibile dovizia di particolari.
Una cosa davvero incredibile: cos'era capace di realizzare questo piccolo, grande e geniale uomo.
Ci salutammo con la promessa di rivederci. In viaggio, nel camper, parlai poco. La mia mente era piena di tutte le emozioni provate in quella splendida mattinata.

Galep alla prese con il suo splendido plastico ferroviario. Galep aveva la passione del modellismo: riproduceva sempre da se le armi, le diligenze, servendosene per le storie di Tex Willer. Chiavari, 1991.

Chiavari 28 giugno 1992

La promessa di rivederci fu mantenuta. Eravamo a Lavagna (se non erro è questo il nome del comune) ospiti di Ivo Milazzo, quando sia a me che a mio padre venne voglia di rivedere Galep; approfittammo quindi del fatto che anche Ivo doveva incontrarlo, per avere momentaneamente in prestito da Galep una cover di Ken Parker (KP n. 49, Rosso sangue) che lo stesso Milazzo tempo addietro aveva realizzato in omaggio a Galeppini.
Ed eccoci quindi, nella seconda metà del pomeriggio, nuovamente nello studio di Galep. Ci accolse sempre con lo stesso umore e la stessa espressione con cui ci aveva lasciato. Ci fece accomodare nel soggiorno della sua abitazione dove erano esposti in bella vista i suoi quadri.
L'altro giorno il mare era un po' agitato, le onde erano belle, quindi ho preso la tavolozza con i colori e ho buttato giù quello...” indicandoci un bel dipinto in cui predominavano le onde della costa ligure.
Passammo nel suo studio. Milazzo, in realtà, si era già congedato, dicendoci che sarebbe venuto a riprenderci dopo un paio d'ore.
Una volta seduto al suo tavolo di lavoro, Galep ci consegnò la cover di Ken Parker da portare a Ivo. Prima di darcela elogiò con grande sincerità l'arte di Milazzo: “... Che dire? È un artista magnifico, bravissimo, che con pochi segni riesce a realizzare un'illustrazione così bella...” (riferendosi alla cover) “... anche i colori sono splendidi...”. In effetti Galep aveva ragione: quella cover vista dal vivo aveva davvero qualcosa di magico.
Galep intanto si lamentava delle sue condizioni fisiche che non gli permettevano di far bene il suo lavoro: “Dovrei avere il coraggio di fare come quello scrittore, Hamingway...” e prendendo una delle sue pistole modello da lui costruita se la puntò alla tempia tipo roulette russa. “PAM! Un colpo e via...”. Rimasi basito ma lui lo disse con tale ironia e tranquillità che sembrava quasi una cosa naturale. Il grande maestro era consapevole che i suoi ultimi disegni non erano all'altezza dei suoi capolavori degli anni '60 e '70 e per un artista, credetemi, non c'è niente di peggio.
Galep mi regalò il suo libro L'arte dell'avventura (lo avevo già ma regalato dal maestro era tutta un'altra storia) che impreziosì con una splendida dedica e poi decise d'illustrarmi il suo metodo di lavoro.
Prese la fotocopia di una sua tavola (Il segno di Cruzado) e la posò su un tavolo illuminato artigianale da lui realizzato: un pannello di vetro tenuto da due sostegni a mo' di cavalletto. Prese una delle sue lampade che illuminavano il suo tavolo da lavoro e la posizionò sotto il vetro, creando così un perfetto tavolo luminoso. Quindi con la matita ricalcò un Tex a cavallo.
Una volta finito prese un pennarello e incomincio a inchiostrare: “Questi pennarelli sono magnifici per fare il tratto uniforme...E anche questi pennelli sintetici...” (quelli messi in commercio alla fine degli anni '80 dalla Staedtler) “...sono fantastici, se solo gli avessimo avuti vent'anni fa...” e incominciò a dare le tipiche pennellate con una tale rapidità che non feci in tempo neanche ad accorgermene. Si lamentava sempre che non riusciva a roteare bene il braccio e quindi ripeteva il gesto della pistola alla tempia con mio padre che ribatteva di non pensare neanche a una cosa del genere.
Ma Galep, nonostante le sue condizioni di salute continuava a stupirmi ed emozionarmi. Lui stesso quando parlava lo faceva con la stessa giovialità di un bambino. Nel frattempo mio padre ci scattava qualche foto per immortalare questi momenti e lui all'improvviso si alzò, aprì un armadio e prese una macchina fotografica (una polaroid) e porgendomela mi disse: “Ora fammi tu una foto.” Una volta scattata e uscita lui la prese e me la autografò e poi mi disse di mettermi accanto a mio padre: “Adesso anch'io vi faccio una foto!”. E una volta fatta, pretese di tenerla per se e che la firmassimo entrambi come ricordo di questa bellissima giornata.
Ivo Milazzo passò a prenderci. Salutammo Galep che ci disse: “Quando volete venire a trovarmi....” Sempre con quel suo bel sorriso dolce e gentile.

La dedica che leggete fu scritta da Galep sul retro di questa foto il 18 novembre del 1991. Una volta sviluppate tutte le foto (niente digitale e niente pc al tempo...) realizzammo un ingrandimento di questa in particolare e la inviammo al grande maestro che dimostrò la sua generosità per l'ennesima volta, dedicandomi queste bellissime parole. Chiavari, 1991.

Epilogo

Lecce 10 Marzo 2004

Di lì a poco sarei partito per il servizio di leva. La notizia della morte di Galep la apprendemmo da un telegiornale.
Alla tristezza si mischiava la gioia per aver avuto la fortuna di conoscere quest'uomo meraviglioso, artista creativo e geniale come pochi nel nostro panorama fumettistico.
Ma in me c'era anche il rimpianto di non essere ritornato una terza volta a passare nuovamente con lui un ennesimo, memorabile momento.
Ma il 1992 fu un anno fondamentale della mia vita: dopo circa quattro mesi dall'ultima visita ad Aurelio Galleppini, incontrai il mio idolo di sempre, Jacovitti e con lui diedi inizio una collaborazione lunga cinque anni.
Ma Galep è uno di quegli artisti che porterò sempre nel cuore. I suoi due disegni da lui dedicatimi sono sempre in bella vista nella mia casa e mi hanno sempre seguito in oltre vent'anni.
Dopo la morte di Galep, Tex non fu più lo stesso. È come quando qualcosa si perde per sempre e non si può più recuperare. Senza nulla togliere allo staff odierno di artisti che realizzano le avventure del noto ranger, Galep aveva una marcia in più rispetto a tutti. Tecnicamente forse ce ne sono di migliori ma nessuno è mai riuscito a rendere un paesaggio così selvaggio, o una galoppata a cavallo così vera; nessuno è più riuscito a dare quella bella 'rocciosità' al Canyon o quell'effetto tenebroso al mare in tempesta; nessuno è più riuscito a disegnare le ghost town con lo stesso senso di desolazione così com'era capace di farlo Aurelio Galleppini in arte Galep.
Un artista unico e imprescindibile.

Galep e il sottoscritto nel nostro ultimo incontro.  Chiavari, estate 1992.






mercoledì 26 marzo 2014

Ritorno al passato: The Mind



Alberto Becattini e Massimo Gamberi
Cover dell'albo The Mind.
L' ANAFI (Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell'Illustrazione) da oltre vent'anni si occupa di promuovere e far conoscere il fumetto, soprattutto quello americano e italiano di stampo classico; pubblica una bellissima e documentatissima rivista trimestrale, Fumetto, si occupa di far conoscere al pubblico italiano grandi classici e inediti del fumetto attraverso una serie di pubblicazioni per lo più riservate ai soci (per chi fosse interessato a iscriversi vada a questa pagina).
Recentemente è uscito un albo davvero curioso che attira l'attenzione di chi, come il sottoscritto, è appassionato di fumetti classici.
L'albo si chiama The Mind ed è un sincero e appassionato omaggio ai comics americani degli anni '30, quelli che uscivano sotto forma di daily strip sulla maggior parte dei quotidiani.
Sfogliando l'albo, ci troviamo di fronte a una serie di strisce datate 1934, anno in cui vedono l'esordio grandi eroi del fumetto come Terry e i pirati, Mandrake e soprattutto Flash Gordon del grande Alex Raymond. Le strip sono distribuite da una fantomatica Grim Features Syndacate e sono scritte e disegnate da un certo Al Maxwell. Ma che è Al Maxwell? Nient'altro che un nome fittizio dietro cui si nascondono il fumettologo e sceneggiatore Alberto Becattini e il disegnatore Massimo Gamberi la cui comune passione per le strip classiche americane ha portato a rendere un sincero omaggio a un'epoca irripetibile del fumetto.
Ed è proprio su Massimo che vorrei spendere qualche parola parlando della sua carriera artistica che l'ha visto esordire giovanissimo su Lazarus Ledd per cui disegna un paio di numeri.
Dopo un lungo periodo d'inattività Massimo riprende la matita e grazie all'ANAFI pubblica nel 2010 una storia dal titolo Mandhro (rivista Fumetto numero 74 maggio 2010) mentre nel 2012 realizza la cover per il volume che sempre l'ANAFI dedica a uno dei personaggi più belli del fumetto: Captain Easy.
Con The Mind Massimo ha la possibilità di omaggiare uno dei suoi idoli, il grande Alex Raymond creatore di un formidabile poker d'assi di personaggi: il già citato Flash Gordon, Jungle Jim, Agente segreto X-9 e Rip Kirby, il fumetto della sua piena maturità artistica. I disegni di Massimo sono curati fino al minimo dettaglio, sia nelle figure che nelle scenografie e rappresentano una sua (e di Alberto Becattini) personale e sentita rivisitazione di un periodo indimenticabile del fumetto americano.
Massimo se la cava molto bene sia con l'espressività dei volti (che talvolta ricordano lo stile di Claudio “Tex” Villa) che con le sequenza d'azione in cui si nota di più l'influenza di Raymond e soprattutto di AL Williamson.
Sfogliando The Mind (che racconta le avventure di un eroe che si fa chiamare “La Mente”) non possiamo far altro che gustarci questo affettuoso omaggio cogliendone i vari particolari: l'alternanza delle strisce giornaliere con le tavole domenicali (tipico dei quotidiani americani), riferimenti a Chuck Jones e al cinema hollywoodiano del periodo e altre piccole piacevolezze che un lettore appassionato potrà divertirsi a cogliere.
Leggendo questo volumetto si ritorna indietro nel tempo e non possiamo far altro che ringraziare Alberto Becattini e Massimo Gamberi per questo bel ritorno alle origini.  

Una bella "Sunday Pages" realizzata dal bravissimo Massimo Gamberi

martedì 25 marzo 2014

300: Dick Browne – Il grande Hägar

Glénat, 1991
(USA, Hägar the Orrible, 1973) 
"Ricorda... Quando conosci qualcuno guardalo negli occhi e sorridi... Poi dagli una calda e robusta stretta di mano! Così non può prenderti la spada!"
(Hägar parlando a suo figlio Amlet)


Il vichingo più simpatico del mondo.
Ironico autoritratto di Dick Browne.
Le strip, con le loro daily e sunday pages, hanno accompagnato (e tutt'oggi accompagnano) intere generazioni di lettori e in USA furono un vero toccasana per tutta quella gente, adulti e ragazzi; spesso avevano per protagonisti ragazzini terribili (fin dai tempi dei Katzenjammer Kids, passando per i Peanuts, Tiger e Dennis the Menace fino a Calvin e Hobbes), coppie prese dalla routine quotidiana (dalla famiglia Fenouillard ad Arcibaldo e Petronilla, da Blondie e Dagoberto fino allo splendido Li'l Abner, arrivando al nota coppia formata da Andy Capp e Flo) e animali con vezzi poetici, politici e avventurosi (da Krazy Kat a Pogo passando per l'universo Disney). Inutile dire che le varie strip appena citate furono realizzate da autori divenuti vere leggende del fumetto, vere e proprie colonne delle nuvole parlanti.
Richard “Dick” Browne è uno di quegli autori che, una volta letto, resterà per sempre nei cuori di chi ama la strip americana; dopo un passato come strillone di quotidiani, viene assunto come illustratore e lavora non poco nel campo della pubblicità (suo il logo della famosa banana Chiquita). Poi, nel 1954, incontra Mort Walker, autore della strip di successo Beetle Bailey e con lui crea una delle strip più riuscite degli anni '50: Hi and Lois in cui Brown fa conoscere il suo splendido quanto immediato segno artistico che caratterizza con forte espressività ogni personaggio.
Quasi vent'anni dopo, raggiunti i cinquantacinque anni d'età, l'artista americano diventa autore completo con un personaggio tra i più spassosi che abbiano mai popolato le strip americane.
Hägar the Horrible è un vichingo simpatico e per niente orribile; ha l'aspetto del guerriero ma è più felice con un boccale di birra, cerca di tener testa ad una moglie autoritaria e giunonica che tenta di elevarlo ad uno stile di vita più alto, senza sbronze e risse di cui il nostro eroe spesso è protagonista. Durante le sue razzie nei vari paesi europei non bada tanto alle minacce avversarie quanto a riuscire a soddisfare le richieste della moglie. Ha un figlio, Amlet, più attratto dalle pagine di un libro che dalla spada e una figlia, Honi, che ha il mito delle principesse guerriere e per questo è spesso armata di corazza e scudo; è non sono da meno il fedele ma poco intelligente cane Snert, il dottor Zook e il suo vice e amico Eddie, lo sfigato volenteroso ma tonto.
Il dottor Zook visita Hägar
Insomma un universo in cui Browne si destreggia con armonia, fra battute esilaranti e un disegno personalissimo che conferma il suo incredibile talento nella sintesi e nella caratterizzazione dei personaggi; il tratto è ancora più sintetico rispetto Hi and Lois e, mentre per la coppia di sposini tipica dell'America anni '50 Browne era solito usare un retino puntinato (abbastanza comune per le strip del periodo), per il suo eroe vichingo si avvale di un tratteggio che dona alla strip un gustoso tocco di storicità.
NON NE POSSO PIÙ!” strilla Hägar durante una battaglia, “Coraggio Hägar! La battaglia sta per finire!” Lo rassicura il suo braccio destro Eddie. “E chi parla della battaglia? Sono queste merende che mi prepara Helga!” ribatte Hägar, con la sua voglia di bere, poltrire e mangiare che sovrasta quella di comandare e conquistare regni, come si converrebbe a un valoroso capo vichingo. Ma poco importa, perché la simpatia e la goffaggine di questo personaggio hanno bisogno di poche strip per conquistare il cuore dei lettori.
Come mi disse Giancarlo Berardi, circa vent'anni fa, nel suo studio a Genova mostrandomi un'illustrazione di Dick Browne: “Questo è il mio disegnatore umoristico preferito”!
Con il suo segno, così personale e moderno, Dick Browne è l'autore preferito di molti. Lo conferma Hägar, che tutt'oggi, dopo più di quarant'anni, solca i mari alla conquista di qualche regno da conquistare e sempre pronto per una bella bevuta.
La semplice e geniale ironia di Dick Browne.

Curiosità

Hägar the Orrible fu un grande successo fin dalla sua prima apparizione nel 1973: i quotidiani che lo accolsero furono all'inizio circa duecento, per diventare oltre mille del 1975. Alla morte di Dick Browne, avvenuta nel 1989, subentrò suo figlio Chris (che già aveva preso in mano la serie un anno prima a causa dei problemi di salute del padre) che tutt'oggi continua a realizzare sia i testi che i disegni della strip con un successo che non sembra tramontare. Secondo alcuni dati risalenti al 2010 (fonte: Wikipedia) Hägar viene distribuito su 1900 quotidiani in oltre 59 paesi e tradotto in tredici lingue (compresi i paesi scandinavi dove la strip gode di grande popolarità).
Per Hägar Browne ha ricevuto il prestigioso premio Reuben nel 1973 e due volte il Comic Strip Award, nel 1984 e nel 1986.

Edizione Consigliata

Francamente la Glenat realizzò diversi cartonati all'inizio degli anni '90 pertanto l'edizione consigliata non è l'unica valida, va benissimo una qualsiasi di quelle disponibili: con Hägar si ride sempre.
Comnque il volume consigliato è di grande formato e raccoglie alcune strip del 1977, '78 e 79.
La grafica e la traduzione sono curate dal grande Ferruccio Alessandri.

Altre edizioni

Come dicevo la Glenat ne ha fatte diverse: Il grande Hägar 2, Hägar l'orribile, Hägar il vichingo, ecc... se non ricordo male riproposti anche in versione più economica nella collana Hit Comics.
Buono anche il volume della IF Editore che ripropone daily e sunday pages in quasi duecento pagine.
Alcune edizioni di Hägar: le prime due della Glénat, l'ultima delle Edizioni IF. 



venerdì 7 marzo 2014

300: Pierre Christin ed Enki Bilal – Le Falangi dell'Ordine Nero

Alessandro Editore, 2004
(Francia, Les Phalanges de l'Ordre Noir, 1979)
 
Quarant'anni dopo lo scioglimento delle brigate nel 1938... Non si rivedevano da oltre quarant'anni... Ed eccoli di nuovo riuniti nella sala di un discreto locale... Quarant'anni sono molti, soprattutto in certi casi … E il risultato era più che altro una collezione di asmatici, di reumatici semi paralizzati, di vecchia carne mangiata dal colesterolo... Ma tutto sommato, non un mucchio di rimbambiti! Era gaia quella sera; ci sentivamo quasi ringiovaniti...”
(Jefferson B. Pritchard)

Il massacro nel villaggio di Nieves: ferocia gratuita!
Pierre Christin ed Enki Bilal
Un paio di macchine e un autocarro avanzano con decisione verso Nieves, uno sperduto villaggio nella provincia d'Aragona. Giunto il convoglio nel villaggio, dai mezzi esce un gruppo di uomini armati e incazzati a dovere; catturano tutti i 72 abitanti (sindaco compreso) e li giustiziano senza alcuna pietà. Poi, con assoluta disinvoltura, cospargono il villaggio di carburante e a quel punto il fuoco fa il resto, riducendo Nieves in un mucchio di cenere.
Inizia così uno dei capolavori del fumetto francese; gli uomini (se tali si possono definire) responsabili di questo massacro formano un gruppo di estrema destra che si fa chiamare Le Falangi dell'Ordine Nero che dà il titolo a questo grande fumetto, magistralmente architettato dalle parole di Pierre Chistin e dai disegni di Enki Bilal.
Una volta avuta notizia di questo massacro, Jefferson Pritchard cerca invano di far conoscere al mondo la notizia attraverso il giornale in cui lavora: “Tutto ciò è storia vecchia, che non riguarda più nessuno...” si vede rispondere dal direttore del giornale. E allora la cosa migliore da fare è mettere insieme i vecchi compagni di lotta (un tempo appartenenti alla Brigata Nazionalista) e fermare il gruppo di neofascisti. Certo è che dopo quarant'anni questi ex partigiani non sono al massimo della forma; chi lotta contro gli acciacchi, chi contro i chili di troppo o contro i reumatismi, ma la volontà e lo spirito di cambiare il mondo sono più vivi che mai. La loro tenacia li porta a girovagare per mezza Europa da Barcellona a Palermo, poi a Roma, Svizzera, Germania, Olanda e poi in Francia, viaggiando su mezzi di fortuna e cercando in tutti i modi di stanare i neofascisti.
Le Falangi dell'Ordine Nero non è un semplice fumetto di fantapolitica ma una grande riflessione sull'uomo e su quegli ideali per i quali si è pronti a sacrificarsi; una bella e profonda descrizione della vecchiaia, dei suoi limiti ma anche della sua voglia di riscatto. Ma soprattutto è una storia di uomini soli. Disposti a tutto pur di perseguire gli stessi ideali che un tempo misero a fuoco e fiamme la Spagna durante la guerra civile; desiderosi di rendere giustizia agli abitanti di Nieves massacrati senza pietà, ma in completa solitudine e ignorati da tutto il mondo (e dalla nuova sinistra) che sembra non interessarsi più a simili vicende.
Il gruppo di ex partigiani quarant'anni dopo: il peso degli anni si fa sentire.
Christin e Bilal mettono a disposizione tutto il loro talento per raccontare questa storia di eroi soli; vogliono dare a questi eroi una possibilità di sentirsi vivi continuando a lottare per un ideale anziché morire nella routine quotidiana in cui le loro vite sono affondate. E lo fanno magistralmente; Christin mette in scena una serie di personaggi ottimamente caratterizzati che Bilal riesce a riprodurre in maniera sorprendente: in ogni volto sembra di riconoscere le rughe, la sofferenza, la tensione emotiva di chi sta affrontando l'ultima battaglia. E l'artista francese qui dà completo sfoggio del suo talento visionario (che si amplierà nelle successive opere) curando la parte artistica in ogni minimo dettaglio: il segno è fresco e dinamico ma allo stesso tempo statico, soprattutto quando delinea le espressioni dei vari protagonisti, espressioni che sembrano richiamare le tonalità che l'artista francese usa per rappresentare lo scenario in cui si muove la storia; colori scuri (vari blu e grigi su tutti) permeano un cielo in cui sembra non esserci mai il sole ma sono indispensabili per dare quel tono cupo al racconto.
Un fumetto assolutamente imperdibile, oscuro e ossessivo e senza nessun tipo di morale; Christin e Bilal non sembrano schierarsi, ma sono più interessati a mettere in scena sia l'assurda violenza della falange neonazista che quella del gruppo di ex brigatisti di sinistra assetati di una vendetta che avrà il suo epilogo nel triste finale. Evocativo, da questo punto di vista, il periodo in cui si svolge la storia, quegli anni '70 che fecero da triste cornice alle più crude vicende terroristiche.
Un capolavoro da leggere e rileggere, che chiude in bellezza (insieme a Silenzio di Didier Comès) un decennio strepitoso per il fumetto francese, in cui autori rivoluzionari come Moebius e Philippe Druillet diedero il via (nella metà degli anni '70) alla loro creatività senza limiti fondando la mitica rivista Metal Hurlant; rivista in cui lo stesso Enki Bilal darà conferma del suo incredibile talento visionario affermandosi come una delle più grandi icone del fumetto europeo.
Il centro storico di Roma rivisto da Enki Bilal: precisione storica e grande talento artistico.

Curiosità

I colori della storia sono dello stesso Bilal e della moglie Patricia che si è occupata di colorare solo le scene d'interno usando tinte piatte.
Diversi i riferimenti da cogliere nel fumetto soprattutto nella parte ambientata in Italia; siamo negli anni di piombo e la scena in cui viene rapito un esponente del P.C.I. ricorda quella triste di Aldo Moro (comunque citata); nella scena ambientata in Sicilia alcuni dei brigatisti fanno visita a un noto boss della zona il cui nome, Don Calogero Virzi, ricorda quello di Don Calogero Vizzini capomafia della provincia di Caltanissetta.
Enki Bilal è nato a Belgrado da padre bosniaco e madre slovacca e si trasferì in Francia appena undicenne.
Oltre alla Falangi Bilal e Christin hanno realizzato altre opere a fumetti in coppia: Battuta di Caccia, La città che non esisteva, Il vascello di pietra, La crociera dei dimenticati e La stella dimenticata di Laurie Bloom, sempre con ottimi risultati.

Edizione Consigliata

Ottima come sempre quella di Alessandro Editore che rispecchia le modalità d'edizione del fumetto Francese.
A proposito della stampa a colori Bilal lamentava in un'intervista pubblicata sul n. 1 dell'edizione italiana della rivista Pilot: “Peccato che la stampa tenda a far sparire molti degli effetti ottenuti sugli originali. Per esempio, se si utilizzano due verdi per far risultare le pieghe su un vestito è molto probabile che la riproduzione non li distingua. È un errore: quando coloro mi diverto molto e non tengo conto della difficoltà di riproduzione...”
Per fortuna dalla prima pubblicazione dell'opera a oggi i progressi nel campo delle tecniche di stampa sono stati notevoli.

Altre edizioni

Chi ha i primi quattro numeri dell'edizione italiana della rivista Pilot potrà godersi la storia tra le vecchie pagine di questo glorioso magazine.
La Fabri/Dargaud pubblicò in un buon volume cartonato la storia di Christin e Bilal nel 1983. La storia fu ripresa anche dagli Editori del Grifo nella collana La nuova Mongolfiera.


A sinistra l'opera nell'edizione Fabri/Dargaud. A destra quella degli Editori del Grifo.

lunedì 3 marzo 2014

Gino D'Antonio: un GRANDE!

Uno degli aggettivi più usati per definire una personalità che ha fatto parlare di sé in un ambito specifico è GRANDE! Il grande Leonardo per esempio, oppure il grande Picasso, il grande Charlie Chaplin, il grande Moebius, insomma quante volte usiamo questa espressione per esaltare un artista o scrittore o regista che sia, che si è distinto grazie alla sua arte?! A volte però si fa un abuso di questo aggettivo. Quindi, in definitiva, un grande dev'essere di fatto tale, e tale deve essere definito senza mezzi termini; nello stesso tempo la parola grande non deve essere usata a sproposito per definire un bravissimo artista o un dotato scrittore.
Personalmente cerco di non abusare di questo aggettivo ma ahimè non sono perfetto: spesso ci casco anch'io, soprattutto quando parlo entusiasticamente di un determinato artista.
Recentemente, mentre mettevo ordine nella mia biblioteca, mi sono capitati tre vecchi libri della AMZ Editrice; tre romanzi illustrati per ragazzi di cui due portavano la firma di Gianni Padoan, uno dei migliori scrittori italiani del genere. Ma il vero tesoro di questi libri sono le illustrazioni; basta vederne una e si riconosce immediatamente l'inconfondibile tratto di Gino D'Antonio.
Ecco un autore per cui l'aggettivo grande è d'obbligo. Nel fumetto, per gli addetti ai lavori, il nome di Gino D'Antonio è irrimediabilmente legato alla sua opera più famosa, vale a dire l'imponente saga della Storia del West, una delle opere più belle e innovative di tutto il fumetto mondiale.
Ma D'Antonio fu molto di più della Storia del West. Come sceneggiatore fu eguagliato da pochi: scrisse L'uomo di Pechino disegnato da Renato Polese, L'uomo del Bengala disegnato dal grande (anche qui è d'obbligo) Guido Buzelli e L'uomo del deserto e L'uomo di Rangoon per i disegni di Fernando Tacconi, oltre a disegnare le sue storie L'uomo dello Zululand e il capolavoro bellico L'uomo di Iwo Jima. Creò personaggi belli e originali, come la saga western con toni da commedia Bella e Bronco (all'epoca non apprezzata dal pubblico), Mac lo straniero (disegnato da Tacconi), Susanna (disegnata da Tacconi e Polese) e una superba rivisitazione della seconda guerra mondiale, Uomini senza gloria, in gran parte disegnata dal fidato Fernando Tacconi; un'opera che narra la seconda guerra mondiale attraverso una serie di racconti avvincenti lontani anni luce dalla didattica Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi. E molto altro ancora ha fatto D'Antonio e continuò a fare fino alla morte sopraggiunta nel dicembre del 2006.
Autodidatta, uomo di grande cultura, autore completo tra i più completi (mi si permetta il gioco di parole), profondo innovatore e dotato di un segno grafico geniale, D'Antonio era un fuoriclasse anche come illustratore.
Due giovani talenti: Gino D'Antonio e Renato Polese.
Le illustrazioni per questi tre romanzi rappresentano la piena conferma di quello che dico: l'autore milanese alterna pennino e matita, e grazie al suo tratto dinamico e fortemente espressivo crea delle splendide immagini; niente a che vedere con gran parte delle illustrazioni che spesso affollavano i libri di questo genere che riempivano gli scaffali delle poche librerie e cartolibrerie del periodo. E ancora una volta il grande maestro ha a che fare con la selvaggia America (nel romanzo Glory, Glory, Alleluja...! illustrando l'attivista per i diritti civili John Brown), con l'Italia durante la prima guerra mondiale (Un elmetto coperto di fango) e con il Pakistan raccontato nelle sue miserie (Una corsa verso l'ignoto).
Di seguito alcune illustrazioni tratte dai tre romanzi. Una piccola dimostrazione dell'eccezionale talento di Gino D'Antonio, autore geniale e vero maestro del fumetto mondiale.

Un grande, appunto.