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sabato 10 ottobre 2015

300: Enrique Breccia – La guerra della Pampa

Editiemme, 1980
(Argentina, La guerra del desierto..., 1973-76)
Fu un congedo senza parole, quando la sagoma di Nicasio e del suo cavallo fu definitivamente scomparsa nella penombra, il vecchio si strinse dentro il poncho e si addormentò con un solo pensiero: fra poco, quando inizierà la battaglia, mi farò uccidere in prima linea...”
(Dal racconto El amigo)

Un giovane Enrique Breccia.
Essere figli d'arte è veramente difficile. Soprattutto se tuo padre si chiama Alberto Breccia. Che sarebbe come dire, facendo un paragone con un altro ambito artistico, di essere figli di Leonardo Da Vinci o Pablo Picasso. Un talento geniale come quello di Alberto Breccia nasce una volta ogni chissà quanto e capolavori come Mort Cinder, Perramus o I miti di Chtulhu sono lì, ancora oggi e più che mai, a testimoniarcelo. Quindi presumo che dev'essere stata dura per il figlio del grande Alberto emergere con una figura paterna artisticamente così ingombrante.
Ma il giovane Enrique non demorde e, proprio in coppia con il padre Alberto, lascia subito il segno con una “famigerata” biografia a fumetti del rivoluzionario Che Guevara, opera perseguitata dal regime e, negli anni a venire, diventata subito un cult.
Stilisticamente (e intelligentemente) si distacca dallo stile paterno e incomincia un suo personale percorso artistico sia come disegnatore di storie altrui (pensiamo al famoso Alva Major realizzato in coppia con lo sceneggiatore Carlos Trillo) sia come autore completo, e tutt'oggi è artisticamente molto attivo sia per il mercato francese che quello italiano grazie alla Sergio Bonelli Editore che gli ha affidato la realizzazione dei suoi due personaggi più famosi: Dylan Dog e Tex.
Due bellissime tavole in cui emerge lo stile originale ed efficace di Enrique Breccia.
Il suo stile realistico, fitto di tratteggi e che ricorda solo vagamente il padre Alberto, ne ha fatto un maestro del fumetto; ma c'è stato un periodo, verso gli anni '70, in cui Enrique alternava ai suoi lavori più popolari uno stile sperimentale; del resto il figlio di un grande autore come Alberto Breccia di certo non poteva non tentare qualche azzardo in campo artistico.
I cinque racconti racchiusi in questo volume della Editiemme rappresentano una delle punte più alte della sua carriera oramai quasi cinquantennale. In questi cinque racconti c'è un Enrique Breccia impegnato, sia politicamente ma soprattutto artisticamente; l'autore racconta la sua terra, l'Argentina, la sua indipendenza, la conquista degli immensi territori della pampa abitata dagli Indios. Enrique usa il punto di vista degli oppressi e descrive tutto con una spietata violenza che viene leggermente esorcizzata dalla fortissima personalità del suo segno. Ed è in questo che sta il punto di forza di questa bellissima opera, in cui ogni vignetta ha la stessa levatura di un'opera esposta in un museo, grazie soprattutto all'uso magistrale del bianco e nero: l'immensità della pampas è definita da un'enorme spazio bianco che ne simboleggia la luce del sole; e quest'ultimo viene spesso rappresentato con una forza grafica che rappresenta il torrido calore che si spegne in un tramonto oscuro e misterioso. E il caldo della pampas è ben rappresentato dall'autore argentino sui volti dei suoi personaggi, sulle mani rugose e venose di questi.
Enrique Breccia, maestro del bianco e nero. 
Il talento artistico di Enrique Breccia si vede soprattutto nelle sequenze di battaglia; nessuna spettacolarizzazione, ma solo i personaggi definiti dalle pennellate che sembrano vere e proprie coltellate d'inchiostro sulla carta; sembra quasi di vedere non solo la rabbia degli oppressi ma anche quella del suo autore che si schiera dalla parte di questi ultimi. Nel racconto finale, ambientato in Algeria, Enrique descrive gli orrori di cui è capace l'essere umano; il suo disegno non entra nei dettagli ma l'orrore per quello che sta accadendo è costantemente nell'aria.
Enrique Breccia mette la sua anima di artista in questi cinque racconti; nessuno sembra ricordarseli più ma questa manciata di pagine bastò a far capire al mondo dei comics che Enrique Breccia non era solo il figlio del grande Alberto Breccia ma era un autore capace di sperimentare, di raccontare e di disegnare in un modo del tutto originale, coniugando il fumetto con la pittura e raccontando attraverso delle immagini che hanno il peso di opere d'arte.
E come Alberto Breccia, che con le sue immagini ogni volta stupiva l'intero mondo dei comics, Enrique riuscì a stupire tutti, raccontando la sua terra con originale espressività.
L'essenzialità artistica di Enrique Breccia

Curiosità

I racconti presenti nel volume sono: La guerra del deserto, 1870 il ritorno, L'attesa, El amigo e Algeria 1959. I racconti furono pubblica ti tra il 1972 e il 1976; in Italia furono pubblicati dalle riviste Linus e Alter Alter.


Edizione consigliata e altre edizioni

Il volume consigliato fu pubblicato dalla casa editrice Editiemme nel 1980: formato grande, cartonato e con carta patinata a grammatura pesante.
Pare che a breve sia prevista la ristampa in un volume brossurato a cura della 001 Edizioni con un interessante apparato critico.


Letture consigliate dello stesso autore.




giovedì 8 ottobre 2015

300: Adrian Tomine - Summer Blonde

Coconino Press, 2003
(USA, Summer Blonde, 1998-2001)
“Pronto... Mi chiamo Neil, ho 34 anni, 1,80, peso normale. Mi interessa... Il cinema, la musica, i viaggi... Qualunque cosa. Oddio sono una frana, mi spiace... Potrebbe cancellare il messaggio?”
(Neil nell'intento di pubblicare un annuncio personale per cuori solitari)

Adrian Tomine
Alcuni artisti hanno il dono della narrazione pur non avendo un talento artistico altrettanto illuminante. Mi riferisco a tutti quegli autori che, alla fine degli anni '90 e con l'inizio del nuovo millennio, sono venuti alla ribalta grazie al fenomeno “graphic novel”, fenomeno che dura tutt'oggi, tra vasti consensi e altrettante critiche. Un paio d'anni fa mi contattarono per realizzare un fumetto e, che ci crediate o no, la parola “fumetto” non è mai stata usata nell'espormi il progetto; il committente usava solo il termine “graphic novel”, questo per farvi capire fino a che punto questo termine, o genere, sia ormai sulla bocca di tutti. Forse per molti dire “graphic novel” significa dare maggior rispetto ad un genere come quello dei fumetti a lungo denigrato.
Una bellissima inquadratura dal racconto Summer Blonde.
Una delle caratteristiche di alcuni graphic novel sembra essere quella di avere una storia interessante sorretta da un disegno che lo è un po' meno. Come mi disse il compianto Sergio Bonelli parlando di graphic novel: “... i disegnirichiedono una certa complicità a cui non sono abituato. A volte idisegni sono solo abbozzati, forse perché per gli autori è moltopiù importante la storia, mentre io, per motivi generazionali, sonopiù legato ai disegni”. Non aveva del tutto torto il grande autore/editore; quando apriamo un albo a fumetti il primo impatto è visivo, osserviamo i disegni di ogni singola vignetta e poi decidiamo se comprarlo. Con i graphic novel non è proprio così. Se dovessimo aprire un graphic di Chester Brown o di James Sturm o di David Small (chi vi scrive è un grande estimatore di tutt'e tre) saremo perlopiù incuriositi ma non completamente presi dai disegni così come ci potrebbe capitare con un albo di Hermann o di Eisner.
I silenzi e gli sguardi sono una caratteristica del racconto di Adrian Tomine.
La prima volta che sfogliai un albo di Tomine provai curiosità. Erano dei racconti contenuti nella raccolta Sonnambulo e altre storie; mi incuriosivano i volti dei personaggi, a volte statici, con lo sguardo spento, triste. Più leggevo e più mi rendevo conto che l'autore raccontava sfruttando le espressioni dei suoi personaggi. E questi ultimi erano perfettamente collocati nelle vignette; gli scenari potevano sembrare didascalici ma erano veri, come le sue storie, che raccontano situazioni puramente quotidiane.
I quattro racconti contenuti nel volume Summer Blonde rappresentano uno dei migliori esempi del nuovo fumetto indipendente americano. Tomine racconta storie ordinarie con un segno grafico ordinario ma di grande efficacia: l'uso dei neri nel racconto Hawaiian getaway è perfetto, capace di creare le giuste atmosfere in cui si muove la protagonista Hillary e il massiccio uso dei retini ha una funzione più coreografica che necessaria alle esigenze dell'artista. Ma quello che più colpisce di Tomine è il suo modo di raccontare le sue storie e di far parlare i suoi personaggi; all'apparenza degli sfigati qualsiasi, dei perdenti che in alcuni casi ottengono una vittoria dal “sapore” amaro, in altri restano imprigionati nella routine quotidiana nella quale sembrano istituzionalizzati. I protagonisti di queste storie sono brutti, depressi, soli, costretti a fare i conti con i successi degli altri (come nel caso del racconto Summer Blonde) e i propri fallimenti. E Tomine, nel raccontare questo microcosmo americano, non usa soltanto la sua abilità narrativa ma cerca di trasferire gli stati emotivi dei suoi personaggi attraverso il suo segno, sicuramente statico ma allo stesso tempo incredibilmente espressivo. E sono diversi, in questi quattro racconti, i momenti molto efficaci in cui Tomine combina le sue intuizioni artistiche e narrative: il finale nella metropolitana in Summer Blonde; gli scherzi telefonici di Hillary ai danni di ignari passanti; la tavola finale muta di Bomb scare e altre sequenze in cui ironia e quotidianità sono in perfetto equilibrio. Il segno di Adrian Tomine vanta una bella sintesi che di certo non è priva di alcuni dettagli che rendono le sue tavole ricche a livello visivo; le inquadrature e i tagli sono ben studiati e perfettamente funzionali ai suoi racconti. E nonostante vi sia una certa staticità nel suo disegno, i suoi racconti sono tutt'altro che statici.
La solitudine di Hillary.
Tomine è uno di quei pochi autori del fumetto contemporaneo che riescono a sorprenderci; come dicevo prima il suo disegno a primo colpo potrebbe far storcere il naso a chi è abituato a un disegno tecnicamente impeccabile e fortemente coreografico, ma in realtà anche un artista come lui riesce a sorprendere e a catturare con le solo immagini: valgano per tutti le sue bellissime copertine per la rivista New Yorker.
Ma prima di tutto Tomine è un autore formidabile: un artista che usa le immagini per narrare; un narratore che fa dei disegni le sue parole.
Il voyeurismo di Neil. 

Curiosità

I quattro racconti presentati nel volume consigliato furono pubblicati su alcuni numeri del comic book Optic Nerve auto prodotto dallo stesso Tomine: Alter ego nel n. 5, Hawaiian getaway nel n. 6, Sumer blonde nel n. 7 e Bomb scare nel n. 8.
I nonni di Adrian Tomine erano giapponesi e pertanto l'autore è di quarta generazione americana giapponese (i suoi genitori trascorsero la loro infanzia in un campo di internamento giapponese durante la seconda guerra mondiale).
Gli autori che più l'hanno influenzato sono gli indipendenti JamieHernandez e Daniel Clowes.

Edizione consigliata e altre edizioni

Una buona edizione questa della Coconino, risalente al 2003: brossurata con sovracopertina e buona qualità di stampa.
Nessun'altra edizione italiana.

Letture consigliate dello stesso autore




giovedì 18 giugno 2015

300: Gérard Lauzier - Cronache dell'Isola grande

Bonelli-Dargaud, 1984
(Francia, Chroniques de l'ile grande, 1977)
Più vi conosco più amo la mia giumenta!”
(Seu Gerardo rivolgendosi alle sue donne)

Due grandi artisti francesi: Claire Bretécher e Gérard Luazier.
Che splendido narratore è stato Gérard Lauzier. Lui sì che sapeva raccontare usando un mezzo di comunicazione come i fumetti. Lauzier è uno di quegli autori che questo mezzo riesce a sfruttarlo in tutte le sue potenzialità; opere come La corsa del topo, Lili Fatale, Ritratto d'artista, Il diario di un giovane mediocre testimoniano un incredibile talento del l'artista francese che ha brillato negli anni '70 e '80. Ricordo ancora quando riuscivo a prendere in prestito i suoi libri dai miei amici aspiranti fumettari; non mi attirava particolarmente il segno, perché ero ancora nella fase “disegno ultra dettagliato”, ma le storie mi divertivano tantissimo.
Le procaci bellezze dell'isola grande tentano sempre il Seu Geraldo.
Quelle che mi colpirono di più furono le sette storie che compongono il volume Cronache dell'isola grande; e il motivo è che sono semplicemente perfette. In queste storie ci sono sicuramente i ricordi dell'autore risalenti al periodo passato a Bahia, in Brasile. In esse vi è un concentrato di umorismo e realismo davvero incredibile. Lauzier narrava e si rivolgeva ai lettori con un linguaggio schietto e sincero; il suo segno sintetico e fortemente espressivo era un'arma artistica eccellente con la quale raccontava le sue storie. Nelle Cronache dell'Isola grande le varie storie ruotano attorno a Seu Geraldo, una sorta di piccolo imprenditore proprietario di alcune barche da pesca. A volte i suoi “dipendenti” gli danno qualche grattacapo, come fa, per esempio, Seu Edmundo che si invaghisce della giovanissima Arminda, spendendo tutti i suoi averi per lei e abbandonando la famiglia alla fame; oppure come la sua cameriera Theresa che porta su Isola Grande tutta la sua famiglia, inclusa la bella figlia Zenaide che diventa l'amante di Seu Gerarldo. E che dire di Seu Sete che tra mogli e figli ha attorno ben 14 donne che lo fanno impazzire? O dei pescatori alle dipendenze di Seu Geraldo che non vogliono indossare le incerate e gli stivali gialli comprate dal loro padrone altrimenti, secondo loro, vengono presi per “finocchi”?
Gli uomini sono uomini nell'isola grande: i pescatori alle dipendenze di Seu Geraldo. 
Leggendo queste storie in cui avventura e ironia si sposano meravigliosamente abbiamo uno spaccato divertente della vita su un'isola in cui il progresso non esiste. E Lauzier descrive tutto questo con un'ironia che oserei definire pura: i personaggi non sono belli ma dannatamente simpatici e Isola Grande è un paradiso naturale in cui uomo e donna hanno dei ruoli ben definiti, molto arcaici ma trattati da Lauzier con grande maestria comunicativa; il maschilismo dilaga in tutto il fumetto ma l'autore francese non tratta la donna come un essere debole, tutt'altro (valgano per tutti i battibecchi tra Seu Geraldo e la sua domestica che sembra l'unica che riesca a ricattarlo e a metterlo in riga), e le altre figure femminili sono delle componenti molto forti e, letteralmente, imponenti, in questi racconti. E forte e imponente è lo stile di Gérard Lauzier che con una sintesi azzeccata è riuscito a dare un perfetto equilibrio a tutte le sue storie al di là delle Cronache dell'isola grande; la caratterizzazione dei personaggi ne fa uno degli autori francesi più geniali del ventennio '70-'80 che oggi rischia di essere dimenticato, tanto che, almeno in Italia, nessuno sembra aver interesse a ristampare le sue storie, che non hanno perso nulla in fatto di originalità e modernità.
Recentemente, navigando su internet, mi sono imbattuto in un post che rendeva omaggio all'arte di Gérard Lauzier, in cui ho letto: Poteva farti semplicemente morire dal ridere; ma se era amaro, era l'amaro della medicina che ti guarisce per sempre dall'Invidia, e diventi uomo. L'ultima tavola di Cronache dell'isola grande in cui due ubriaconi al bancone raccontano come una tribù di indios amazzoni fu sterminata per uno scherzo (e intanto non riescono a smettere di riderne) è qualcosa che non dimenticherò mai, e ho dimenticato Delitto e Castigo!”.
E in effetti l'ultima tavola dell'ultima storia, Indio, rappresenta la perfetta conclusione di un volume che è un capolavoro del fumetto francese per ironia, amarezza e comicità. Imperdibile, come la maggior parte delle sue storie.
Il segno di Gérard Lauzier: pura sintesi grafica e, allo stesso tempo, accuratezza nel dettaglio.

Curiosità

Oltre alla sua brillante carriera fumettistica, Gérard Lauzier fu anche regista e sceneggiatore per il cinema. Il suo film più famoso (e credo ache l'unico distribuito in Italia) rimane Mio padre che eroe! con Gérard Deppardieau del 1991. Inoltre Lauzier ha partecipato alla stesura della sceneggiatura di Asterix e Obelix contro Cesare del 1999.
E' morto nel 2008.

Edizione consigliata

Erano belli questi volumi della Bonelli-Dargaud: formato gigante, cartonato a colori. La carta non è patinata ma la stampa si difende bene.
Le storie contenute nel volume sono sette: Seu Edmundo, Il baule di nonna Maria, Stivali e incetrate, Zenaide, Il Monzoa, Dramma della gelosia e L'Indio.

Altre edizioni

Purtroppo nessuna.

Gioia, libertà sessuale e avventure nell'isola grande. 



sabato 18 aprile 2015

La porta di Ken e la “rivoluzione” di Ivo Milazzo.


Splendida cover per il n. 27 di Ken Parker "C'era una volta".

Conobbi Ivo Milazzo grazie agli albi a fumetti di Ken Parker avuti in prestito dal mio amico Luca Bertelè e, devo essere sincero, non mi fece una grande impressione: troppa sintesi per i miei gusti da quindicenne con la passione per un disegno molto più dettagliato, come per esempio quello di Claudio Villa o di Michel Blanc-Dumont.

Ivo Milazzo, l'allora quindicenne Ned e Giancarlo Berardi durante il loro primo incontro a Lucca '90. 
Poi arrivò Lucca '90 e lì conobbi la mitica super coppia che, a detta di molti, aveva rivoluzionato il fumetto italiano con il personaggio di Ken Parker, Giancarlo Berardi e, appunto, Ivo Milazzo; in quel periodo i due avevano creato la Parker Editore e stavano ristampando tutte le storie di Ken nella famosa Ken Parker Serie Oro. In quell'edizione di Lucca incontrai tutti e due gli autori e comprai le prime storie di Ken. Ma questo l'ho già raccontato nel post I libri di Giancarlo Berardi e il buon soldato Švejk così come ho raccontato di come stringemmo amicizia con Berardi e Milazzo e di come gli stessi vennero a Lecce per trattare con un imprenditore locale la possibilità di una linea di abbigliamento con il marchio di KenParker.
Ivo Milazzo in quella che era la mia stanza, sul mio tavolo da disegno intento ad autografare gli albi di Ken Parker. Lecce, novembre 1991.
Da Lecce Giancarlo Berardi e la sua compagna partirono dopo due giorni, mentre Ivo e quella che al tempo era sua moglie, Cristina, si trattennero altri quattro giorni.
Purtroppo in quel periodo io mi trovavo a Roma per frequentare il primo anno della Scuola Internazionale di Comics e non riuscii a godermi a pieno questo disegnatore che ancora non stimavo granché, ma iniziava a piacermi; apprezzavo soprattutto gli acquerelli delle sue copertine di Ken. Durante il soggiorno a Lecce, Ivo realizzò due illustrazioni originali e molto dettagliate di Ken Parker che ogni fan vorrebbe avere, vista la rapidità (e la ripetitività soprattutto) con cui Milazzo di solito disegna per il pubblico durante le fiere; per me realizzò un bellissimo primo piano di Ken Parker e un fantastico Ken a cavallo con tanto di disegni a matita alla base.
Ecco una cosa che mi colpì di Milazzo: le sue matite. Belle, pastose, un insieme di tratti, segni e micro segni che componevano il disegno. E devo dire che fu una bella lezione per me, vista la mia convinzione che a un disegno sintetico corrispondevano matite altrettanto sintetiche. Invece le sue matite erano molto ricercate e soprattutto molto belle visivamente.
Il bellissimo disegno realizzato da Ivo Milazzo in occasione della sua visita a Lecce, nel 1991. 
Sempre durante il suo soggiorno a Lecce a Ivo venne un'idea particolare: la stanza di mio fratello aveva una porta in legno costruita da mio padre. Ivo chiese a mio fratello di dargli qualche pennarello e disegnò sulla porta un primo piano di Ken Parker insieme a Pat O'Shane, il bellissimo personaggio che compare nei numeri dal 12 al 15 della serie (ed ecco i titoli: La Ballata di Pat O'Shane, La città calda, Ranchero! e Uomini, bestie ed eroi). Era il 21 novembre del 1991 e Ivo Milazzo realizzò questo “piccolo” disegno che adornò non poco la stanza di mio fratello.
È inutile dire che, in futuro, quella porta diventò mia dato lo scarso interesse di mio fratello per i fumetti.
Le bellissime matite di Ivo Milazzo: Ken Parker e Tiki.

Vista la mia assenza durante la visita di Milazzo a Lecce, Ivo, la moglie e i miei genitori decisero di venire a Roma per un weekend prima delle vacanze natalizie. Fu un'esperienza bellissima e per quell'occasione mio padre si portò dietro la porta (all'insaputa di Ivo) affinché Milazzo la completasse.
A Roma vivevo in una pensione sul Gianicolo. In quei due giorni passammo tutto il tempo a parlare di fumetti, passeggiammo per Roma e devo dire che Milazzo era di una simpatia contagiosa. Ricordo che addirittura i miei fratelli (al tempo dei bambini) spesso gli saltavano letteralmente al collo e lui, pazientemente, ci giocava e scherzava. Gentilmente diede un'occhiata ai miei disegni e notò che il mio stile puntava troppo sulla cura del dettaglio e poco sul racconto; cercò di darmi vari consigli su come non esagerare con i dettagli e mi esortò a concentrarmi di più sul racconto in quanto il fumetto è soprattutto “raccontare con le immagini”.
Ma il mio io sedicenne metteva al primo posto il disegno pieno di dettagli e continuavo, stupidamente, su quella strada.
La cosa più bella di quel weekend fu vedere Ivo Milazzo all'opera nel completare la porta che aveva iniziato a Lecce. Vederlo lavorare fu un'esperienza unica anche perché disegnare un Ken Parker a figura intera con Pat O'Shane dietro, su un compensato, usando come colori una scatola di scarpe piena di pennarelli a spirito semi scarichi... beh provateci voi. Il risultato fu all'altezza di un vero maestro del fumetto. Vi sembrerà strano ma in quella porta, rivista oggi (un po' scolorita dal passare degli anni) si può intravedere tutta la classe di un grande artista.

Ivo Milazzo all'opera: il grande maestro realizzò tutta l'opera in circa un'ora utilizzando, pennarelli giotto e carioca. Il talento non ha confini. 


Quando ci congedammo lo feci con vero dispiacere, perché Ivo Milazzo oltre ad essere un grande fumettaro era anche un uomo di bella compagnia e dispensava ottimi consigli per la mia carriera di aspirante fumettista.
Alla fine di giugno del 1992 terminai il primo anno della Scuola Internazionale di Comics, licenziandomi all'esame con il massimo: 60/60, voto preso anche dal mio compagno di corso Alessandro Nespolino.
Ovviamente mi pavoneggiavo per questo: insomma avevo preso il massimo e mi godevo il mio momento di gloria. Ma il “bello” doveva ancora venire.
Per le vacanze estive partì con la mia famiglia in camper alla volta di Genova, per far visita prima a Giancarlo Berardi e poi, il giorno dopo, proseguendo verso Lavagna, per incontrare Ivo Milazzo; fui molto contento di rivederlo.
Dopo saluti e convenevoli mostrai orgogliosamente a Ivo il mio book con le tavole dell'esame, pronto a prendermi i miei complimenti. E lì arrivo il “bello” prima citato.
Ogni occasione era buona per parlare di fumetti. Qui discuto con il maestro su un Nick Raider. Ivo ha sulle ginocchia il nostro cane Lilly. 
Mentre sfogliava le tavole, Milazzo aveva un'espressione seria, sembrava quasi dispiaciuto. Poi iniziò a parlare, e mi disse che le mie tavole, di fumetto non avevano niente. Per me fu uno shock. Intanto lui iniziò proprio ad arrabbiarsi perché vedeva dettagli dappertutto: “Hai perso tempo a disegnare uno per uno i mattoncini di un muro, a mettere pieghe inesistenti sui vestiti e i personaggi sono privi d'espressione...” mi disse con tono serio e deciso. Io provai a ribattere, ma lui mi azzittiva e mi ribatteva contro dicendo che questa non era la strada giusta e che se volevo fare il fumettista dovevo tenere a mente che stavo raccontando una storia e non che stavo illustrando una cartolina. Ivo spesso usava questo esempio delle cartoline, per indicare quegli artisti che disegnano le vignette con gli stessi dettagli delle cartoline.
Vedere Ivo Milazzo all'opera è stata un a delle esperienze più belle della mia carriera artistica. 
Devo essere sincero, per me fu una vera e propria “mazzata”, nel senso che Milazzo riuscì a demolire le mie convinzioni (per quanto possano definirsi convinzioni quelle di un sedicenne); ma per me, col senno di poi, quella solenne “mazzata” fu il presupposto di una rivoluzione artistica; Milazzo era riuscito a generare un caos e una confusione dentro di me, spingendomi a mettere in discussione le mie idee e le mie posizioni. Nel momento in cui si verificava questo episodio, ci trovavamo nel suo studio, all'interno della sua abitazione. Sulla scrivania alla quale abitualmente disegnava giaceva il disegno a matita della copertina n. 3 di Ken Parker Magazine “Ore d'angoscia” e credetemi se vi dico che era splendida; il solito caos di segni a matita e l'inchiostrazione essenziale realizzata con i pennarelli Pilot resistenti all'acqua (Ivo poi avrebbe colorato il disegno con l'acquarello).
Le copertine di Ivo Milazzo rappresentano quanto di meglio realizzato per un fumetto seriale in Italia. Questa fu realizzata per il n. 39 di Ken Parker, "Odio antico".
Da poco era uscito il primo numero di KP Magazine; Milazzo ci portò nell'altro suo studio dove lavoravano due artisti emergenti: Pasquale Frisenda e Giuseppe Barbati. I due artisti stavano lavorando alla seconda storia di KP Magazine, “I selvaggi” e fu un privilegio vederli lavorare e ancora di più vedere Ivo Milazzo “supervisore” dell'opera. Ricordo, come se fosse ieri, le belle tavole a matita realizzate da Frisenda e Barbati. Milazzo si sedeva al tavolo e le supervisionava. Poi prendeva un gomma e all'improvviso cancellava completamente un'intera vignetta e la ridisegnava e, sinceramente, senza apparente motivo ai miei occhi perché erano davvero belle. Ma ovviamente il maestro era consapevole di quello che faceva.
Stare nello studio di Milazzo e vederlo lavorare con Frisenda e Barbati fu una bellissima esperienza: dopo il lavoro per Ken Parker, Pasquale Frisenda avrebbe iniziato la sua scalata nella Sergio Bonelli Editore che lo avrebbe portato poi a disegnare Magico Vento e soprattutto Tex, confermando il suo talento artistico per buona parte sicuramente appreso nella bottega del maestro Milazzo. Giuseppe Barbati (purtroppo recentemente scomparso) lavorò come matitista in tandem con il disegnatore Bruno Ramella per Magico Vento, Nick Raider, Shanghai Devil e la recente miniserie Coney Island.
Sceneggiatura di G. Berardi e tavola definitiva di I. Milazzo. Da Ken Parker n. 36, "Diritto e rovescio".
Le parole di Milazzo continuavano a rimbombarmi dentro; quell'estate del 1992, di ritorno dalla Liguria, incominciai a tenere a mente i suoi consigli; realizzai delle tavole western e prima di ritornare a Roma per frequentare il secondo anno della Scuola Internazionale, rividi Ivo a Lavagna e lui osservò, con piacere questa volta, le mie tavole: Beh, va già molto meglio...” mi disse.
Da quel momento in poi (ed è riscontrabile nelle tavole che realizzai durante il secondo anno alla Scuola Internazionale) il mio stile fu sempre più sintetico e incominciai ad avvicinarmi di più agli autori che della sintesi avevano fatto un loro marchio di fabbrica: Mike Mignola, Attilio Micheluzzi e, soprattutto, Alex Toth, oltre ad Ivo Milazzo naturalmente, di cui ormai ero un fan accanito.
Dall'ottobre del 1992 ebbe inizio anche la mia collaborazione con Jacovitti e di conseguenza con Ivo ci perdemmo pian piano di vista, ma ho sempre seguito la sua carriera con interesse; dopo Ken Parker ci fu Magico Vento e poi il suo bellissimo Texone “Sangue sul Colorado”.
Poi le vite di ognuno di noi prendono le proprie strade. Ma il ricordo di “quei giorni”, per citare una dedica di Ivo Milazzo a tutta la mia famiglia, rimane per sempre. Senza la lezione di Ivo Milazzo non avrei mai realizzato Ci vediamo domani e tutt'oggi mi ritrovo a trasmettere i suoi consigli agli allievi dei miei corsi.
Splendida illustrazione per la cover di Glamour International Magazine n. 11.

Ho voluto condividere il mio personale ricordo di Ivo Milazzo vista l'uscita in questi giorni dell'ultima storia di Ken Parker, “Fin dove arriva ilm mattino”. Ultimamente i nomi di Berardi e Milazzo sono saltati alla ribalta in merito a questo evento e sembra che la sintesi di Ivo Milazzo abbia subìto un'evoluzione non gradita a molti.
In una sua intervista di qualche anno fa, Milazzo ebbe a dire: Per essere un buon fumettista devi strutturarti e devi saper comunicare. Se sei un bravo pittore o un bravo illustratore non per forza sarai anche un bravo fumettista. Perché disegnare un fumetto non significa necessariamente dover fare in ogni vignetta la Cappella Sistina, bensì disegnare una vignetta funzionale a ciò che stai narrando: né una linea di più né una di meno. E questo sia a livello grafico che narrativo. Quello della sintesi è un discorso difficile, non lo metto in dubbio...”.
Parole sante, non ci sono dubbi. Ma al di là di questo, il segno di Milazzo ha, forse, perso quell'incredibile magia artistica che si ritrova in opere come Tom's Bar, Il respiro e il sogno, Dove muoiono i Titani e in tanti capolavori che Milazzo (sempre con il fido Berardi) ci ha regalato nel corso della sua lunga carriera.

Ivo Milazzo e l'evoluzione stilistica di Ken Parker. Dall'alto verso destra: Omicidio a Washington (1977), Casa dolce casa (1980), Adah (1982), Dove muoiono i Titani (1986), Faccia di rame (1997) e Fin dove arriva il mattino (2015).

Sicuramente il distacco tra i due ha penalizzato non poco i loro futuri lavori. Non che “Sangue sul Colorado” oppure la serie a fumetti Julia non siano lavori altamente professionali, ma a mio parere mancano quegli “ingredienti” che hanno fatto di Ken Parker un'opera rivoluzionaria sotto tutti i punti di vista.
Detto questo l'importanza di un artista come Ivo Milazzo nel fumetto italiano è assoluta e indiscutibile. Giancarlo Berardi, durante il nostro incontro disse: “Ivo è uno dei due o tre migliori disegnatori al mondo!” e per lui parole di grandissima stima le ebbe anche il grande Galep: “È un artista magnifico, bravissimo, che con pochi segni riesce a realizzare un'illustrazione così bella...” (riferendosi alla cover di Ken Parker “Rosso sangue”) “... anche i colori sono splendidi...”.
“Milazzo è un artista magnifico..." parola del grande Galep.
E ovviamente tutta una serie di disegnatori come Pasquale Frisenda, Bruno Ramella, Goran Parlov, Laura Zuccheri, il bravissimo Luca Vannini, Werther Dell'Edera e tanti altri sono “debitori” allo stile personalissimo di Ivo Milazzo.
Un disegnatore imprescindibile nella storia del fumetto italiano; e personalmente fondamentale per la mia formazione fumettistica.
Tavola da Il respiro e il sogno - Cuccioli, uno dei capolavori di Berardi e Milazzo


giovedì 9 aprile 2015

300: Maurizio Bovarini – La dinastia dei Miller

Editiemme, 1980
(Italia, Philadelphia Miller il Monco 1973)
Eravamo lì con i nostri normalissimi rapidograph, senza fare del male a nessuno, quando all’improvviso la porta si spalancò e apparve lui col pennello spianato. «Fermi tutti, questo è un disegno!» «Non spararlo, Maurizio, non spararlo!» Ma lui se ne fregò, lo sparò comunque. E poi se ne andò sorridendo educatamente. E noi impotenti a chiederci: «Ma dove lo trova quell’arsenale? Quale cartolaio gli fornisce inchiostro al tritolo, machines-pennelli, pennini a testa dirompente?» Possibile che si lasci girare indisturbato uno capace di scatenare una libertà grafica di tale portata?”.
(Quino)

La prorompente forza espressiva e dinamica dei disegni di Bovarini.
I disegni di Maurizio Bovarini sono davvero esplosivi. Ha ragione il creatore della mitica strip Mafalda. Osservare i disegni dell'artista bergamasco (naturalizzato milanese) e soprattutto le sue tavole, equivale ad assistere ad una vera e propria detonazione; solo che al posto del tritolo c'è l'inchiostro. I suoi lavori hanno una forza dirompente ed una carica espressiva fuori del comune.
Maurizio Bovarini è un autore unico e irripetibile: irripetibile come illustratore e irripetibile come artista satirico. Ebbe a dire di lui il compianto Georges Wolinski: "Quelli che hanno visto per la prima volta i disegni di Bovarini nell'Enragé del maggio '68 non li hanno dimenticati. Gli uomini al potere adorano essere caricaturizzati, ma non da disegnatori come Bovarini. Lui non è cattivo, è spietato come lo sguardo di un bambino o come la requisitoria di un avvocato. I suoi disegni sono delle condanne". E il più grande autore francese di satira aveva ragione da vendere quando parlava del collega italiano.
Le "esplosioni d'inchiostro" nelle tavole di Maurizio Bovarini
Ma Bovarini fu irripetibile anche come fumettista. Fu sua la graffiante parodia Ultimo tango a fumetti, tratta dal noto film del 1975 di Bernardo Bertolucci e oggetto di feroci attacchi da parte della censura. Gli stessi attacchi furono subiti, senza nessun apparente senso, da Bovarini che si vide vietare la diffusione del libro. Ma anche opere come Eia Eia Trallallà e Schizzofrenia (la doppia zeta è voluta) sono opere di elevatissimo spessore grafico e contenutistico.
Tuttavia credo che la vera opera a fumetti di Maurizio Bovarini rimane La dinastia dei Miller.
La storia segue le vicende del piccolo Nelson Bartolomew Miller Jr. che, mandato via dal ricco padre, cresce nel selvaggio west diventando il temibile pistolero Philadelphia Miller il Mancino; da li in poi una serie di drammatici eventi lo porterà ad una tragica fine, ma di lui resterà qualcosa in suo figlio Arthur, avuto dalla sua tanto amata Clara che lo cresce nascondendogli la vera identità del padre. Arthur ormai adulto si ritroverà in un west più moderno (nell'epoca dei gangsters e del proibizionismo) e dovrà fare i conti col suo passato.
la pennellata secca e decisa si alterna a quella più 'sgranata' ed espressiva.
I motivi per definire un capolavoro (ma sinceramente quasi tutti i suoi lavori lo sono) quest'opera sono diversi: la particolare ambientazione (in gran parte western), la storia narrata da Bovarini con gli stessi toni epici e drammatici di una tragedia e, naturalmente, l'altissimo livello artistico raggiunto dall'autore. In questa storia il genere western assume dei toni costantemente cupi e questo grazie allo stile grafico di Bovarini che, come ha giustamente detto Quino, usa inchiostro al tritolo: il suo pennino 'graffia' le tavole tanto da far quasi percepire lo stridore dello strumento e il suo pennello delinea i personaggi e gli ambienti con un'espressività che pochi artisti hanno. E questi due strumenti nelle mani di Maurizio Bovarini equivalgono ad un winchester e una colt in mano a Wild Bill Hickok: siamo oltre la meraviglia. Perché quando sfogliamo un western dipinto da Hermann rimaniamo meravigliati; quando ci soffermiamo sulle tavole western di Milazzo, rimaniamo meravigliati, così come lo siamo stati davanti al tanto atteso 'Texone' di Magnus. Ma con Bovarini il discorso è diverso. Perché le sue tavole sono libere da quegli schemi che spesso il pubblico sembra gradire e i suoi personaggi non sono belli come quelli che il pubblico si aspetta; le sue tavole sono un concentrato di inchiostro magistralmente distribuito sotto forma di segni che variano sotto gli occhi del lettore: la 'pennellata' di Bovarini talvolta è nitida e decisa, altre volte è secca e sbiadita, ma sempre carica di un'espressività che ha pochi eguali. Non sembra esserci un disegno vero e proprio nei suoi fumetti ma solo delle pennellate incisive che costruiscono l'intera tavola; quest'ultima viene composta in maniera efficace e dinamica, perfettamente in linea con l'intero caos dello stile di questo grande autore.
Verso il finale di un capolavoro misconosciuto: l'ira di Arthur.

Bovarini disegna con la cravatta, digrignando i denti... Poi si corica, lasciando i pennini sfiniti sulla carta sfatta!” dice di lui Francesco Tullio Altan, che con Bovarini creerà la serie Morgan per la rivista Alteralter; e il creatore della Pimpa ha perfettamente ragione. Le pennellate di Bovarini potrebbero essere realizzate con qualsiasi mezzo. Purché sia usato da Maurizio Bovarini: artista imprescindibile. E soprattutto irripetibile.

Curiosità

Il primo episodio, Philadelphia Miller il Mancino, uscì per la prima volta in Italia, su uno dei supplementi della rivista Linus, Disco Linus, nel 1973. L'anno dopo fu tradotto in Francia dalla rivista Charlie. Nel 1980 la Editiemme (che tra le altre cose pubblicava la rivista Tempo Medico su cui Bovarini collaborava come illustratore) decise di ripubblicarlo nella collana di volumi cartonati curati da Luigi Bona; per l'occasione Bovarini disegnò la seconda parte e il volume fu pubblicato come La dinastia dei Miller.
Tra i vari lavori realizzati da Maurizio Bovarini val la pena citare le illustrazioni realizzate per il romanzo di Leonard Gardner, Fat City (pubblicato da Milano Libri nel 1974), da cui John Huston trarrà uno dei suoi film più belli e la cover dell'LP Appointment in Milano di Bobby Watson.
Mure per un infarto nel 1987.
Cover del romanzo Fat City, illustrato da Maurizio Bovarini

Edizione consigliata

Assolutamente dignitosa e abbastanza rispettosa del segno di Bovarini: cartonata, formato medio e stampa su carta a grammatura pesante. Si trova su internet a buon prezzo oppure nelle fiere di comics.

Altre edizioni


Ovviamente nessuna. Nonostante il suo genio, credo sia difficile sperare in una riedizione delle sue opere più belle.