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giovedì 28 giugno 2012

Jac e Ned 7° capitolo: Pennini, vampiri e risate


Finito il periodo natalizio tornai a Roma, armato di pennino, inchiostro e tanta voglia di disegnare vermi e salami jacovittiani. Avere il ruolo d'inchiostratore era davvero un privilegio ma quando realizzavo un disegno completamente mio (sempre con lo stile di Jac) allora riuscivo davvero a esprimermi, così com'era successo per la copertina natalizia di Comix.
L'illustrazione per la mostra "RIDERE DI PAURA"  che realizzai interamente (matite e chine) per il 4° DYLAN DOG HORROR FEST a Milano. Per gli alberi animati, m'ispirai alle splendide illustrazioni realizzate da Jac per Pinocchio.
L'occasione mi fu data da Franco in occasione della mostra “Ridere di Paura” che si sarebbe tenuta nei mesi di maggio e giugno a Milano in occasione del 4° “Dylan Dog Horror Fest” (ricordiamoci che al tempo Dylan Dog era un vero e proprio fenomeno popolare e di costume). L'editore Sergio Bonelli invitò i più grandi talenti del fumetto comico italiano ad esprimere la propria visione dell'horror attraverso il loro umorismo. Naturalmente non poteva mancare Jacovitti. Non poteva mancare il numero uno.
bozzetto di Jacovitti per
l'illustrazione "Ridere di Paura"
Come vi accennavo nel capitolo precedente, in quel momento Franco (ripeto, per chi legge questi post per la prima volta, che Jacovitti veniva chiamato Franco dai suoi amici) era molto impegnato nella realizzazione di vignette a tema medico, lasciò quindi a me l'onere di realizzare questo disegno. In questi casi, visto che si trattava di un grosso editore di fumetti, veniva dato al'artista un gettone in denaro a titolo di riconoscimento. Jacovitti con la sua disarmante onestà e bontà mi disse che il denaro l'avrebbe dato tutto a me. E così fu. E situazioni simili sarebbero ritornate in futuro nella nostra collaborazione. Lui fu sempre di un'onestà disarmante. Quando simili lavori venivano riconusciuti a livello economico, Franco non tenne mai niente per sé, passava tutto al sottoscritto, così come quando, invece, questo tipo di disegni era a titolo gratuito ne ero sempre messo a conoscenza in anticipo di modo che potessi liberamente scegliere se lavorarci o meno; io ho sempre accettato di farli senza compenso: per me era un grande privilegio.
Franco mentre autografa alcuni miei Diari Vitt. Quello che si vede alla sua
sinistra è il diario che mi fece conoscere l'arte del grande maestro. 

Tornando al disegno per “Ridere di Paura”, come al suo solito Franco mi passò un suo bozzettone, simile più a uno scarabocchio, per lanciarmi l'idea: Zagar, il suo personaggio “cattivo” onnipresente nelle avventure dei “3P” (Pippo, Pertica e Palla), che scappava morto dalla paura inseguito da Cattivik. Presi il bozzettone, tornai a casa e i misi subito all'opera. Mentre disegnavo, cominciai a riflettere sul perché Franco avesse scelto il personaggio di un altro autore per un suo disegno e la cosa non mi andava a genio. Mi ricordai di un suo personaggio spassosissimo, Elviro il vampiro, pubblicato nel 1962 sulle pagine del “Giorno del lunedì” le cui avventure furono interrotte alla seconda tavola per problemi di censura (Jacovitti aveva inserito nei dialoghi la parola “battona”).
Copertina per il n. 2 di Cronaca di Topolinia.
Per la prima volta, firmammo un  disegno insieme.
Senza chiedere al maestro, decisi di togliere Cattivik e di mettere al suo posto Elviro il Vampiro. Lui fu felice che mi fossi ricordato di questo suo sfortunato personaggio e io realizzai uno dei miei disegni migliori come GHOST di Jacovitti.
Una delle cose che cercavo sempre di fare era perfezionare la mia resa del suo tratto multiforme che caratterizza l'inchiostrazione dei suoi disegni. Usavo ancora il rapidograph però incominciai a ostinarmi nel cercare i pennini Perry inglesi, gli stessi usati da Jacovitti. Passai al setaccio tutti i mercatini dell'antiquariato romani, dal più piccolo fino al mitico Porta Portese, trovando di tutto, soprattutto quei terribili pennini da ministero, dalle forme più strane e dai tratti inqualificabili. Non trovai i Perry ma riuscii a prendere qualcosa di simile. Inchiostravo con la punta del pennino tenendo la parte concava rivolta verso l'esterno, in modo da ottenere un tratto molto sottile che mi permettesse di imitare fedelmente quello del maestro.
Il disegno per la mostra “Ridere di Paura” fu realizzato in gran parte usando il pennino.
In quel periodo, venni contattato anche da Salvatore Taormina, editore della fanzine Cronaca di Topolinia, che mi chiese un disegno per la copertina del numero 2, in uscita a gennaio del 1994, in puro stile Jacovitti. Naturalmente ne parlai con Franco che acconsentì e mi diede il permesso di firmarlo insieme. Fu così che nel gennaio del 1994 sulla copertina di questa fanzine venivano raffigurati Zorry Kid, Pippo, Cocco Bill e la famosa lisca di pesce che recava la firma Jac +Ned.
Che bella soddisfazione. 

Topi da fumetteria


mercoledì 27 giugno 2012

Jac e Ned 6° capitolo: regali, ricordi e compiti per le vacanze


Roma 1993.Una bella immagine di Jacovitti nel suo studio
Il 1992 volgeva al termine e come succede ad un bravo scolaro che ha fatto tutti i suoi compiti, il maestro mi concesse le vacanze di Natale. Avevamo lavorato tanto, infatti oltre a realizzare le illustrazioni di Cocco Bill e Tom Ficcanaso (che ci tennero occupati fino ai primi mesi del 1993), nonché la copertina natalizia di Comix, il maestro iniziò anche a lavorare a una serie di vignette di contenuto medico che avrei dovuto inchiostrare al mio rientro nella capitale. Nel frattempo Franco mi chiese di realizzare un disegno per la parrocchia di S. Ambrogio, a scopo di beneficenza. Lo faceva ogni Natale e quest'anno tocco a me l'onore. Lui mi fece un piccolo bozzetto per darmi l'idea lasciando a me il resto. Sbrigai la cosa in mezza giornata per poi portarglielo e, con l'occasione, fargli gli auguri di buone feste.
Quel pomeriggio non fu solo un incontro di lavoro, ma anche un'occasione per fare due chiacchiere, per conoscere meglio l'uomo, oltre all'artista. Ci sedemmo l'uno di fronte all'altro e iniziammo a chiacchierare. Parlammo un po' di tutto, dai fumetti alla situazione politica italiana, fino a giungere al suo passato. Mi raccontava anche dei tempi del Vittorioso, delle serate passate con i colleghi fumettari come Lino Landolfi, Ruggero Giovannini, Nevio Zeccara, Santo D'amico (mio eccellente insegnante alla Scuola Internazionale di Comics).
Bozzetto di Jacovitti e realizzazione del sottoscritto per un disegno natalizio.
Era bellissimo sentirlo parlare della sua vita passata. Mi raccontò di quando, ragazzino, scrisse una lettera a Mussolini che più o meno recava queste parole: “Caro Mussolini, siccome abbiamo lo stesso nome, quando morirai sarò io a fare il duce al tuo posto!”, ricevendo addirittura la risposta dal duce che diceva: “Caro Benito, tu pensa a essere un disciplinato balilla che a fare il duce, per il momento, ci penso io!”. Per fortuna i bambini hanno una visione ingenua della realtà.
La prima tavola di Gionni Galassia, donatami
da Jacovitti per le festività di Natale.
Nel suo studio, in alto, di fronte al suo tavolo da lavoro, Franco aveva appeso una riproduzione ingrandita di una vecchia banconota da 10.000 lire (risaliva in pratica all'era in cui le banconote erano formato lenzuolo). Lui mi disse che quando guadagnò la sua prima banconota, ne fece fare un ingrandimento, e la incorniciò nel suo studio con la promessa, verso se stesso, di guadagnarne una al giorno. Non era difficile capire il perché di quel desiderio: Franco aveva conosciuto la povertà, era figlio di un ferroviere che doveva sfamare lui e i suoi due fratelli ed essendo lui il figlio maggiore si prendeva cura dei più piccoli.
Mi raccontò di quando, una volta, ancora ragazzino, suo padre gli diede qualche moneta per comprare il pane. Sulla via per arrivare al fornaio s'imbattè in alcuni poverelli che chiedevano la carità. Lui intenerito e cuor d'oro (lo è sempre stato, fino al giorno della sua morte), donò loro i soldi che aveva destinati all'acquisto del pane e di fronte al padre s'inventò d'averli persi.
Naturalmente al tempo c'era la fame, la fame vera” ripeteva lui. “C'erano i poveri veri, non come oggi che non sai se crederci o no. Mio padre ovviamente mi riempì di botte, ma io ho fatto quello che mi andava di fare in quel momento!”
Dal suo passato finimmo col parlare d'arte. Mi disse che adorava Bosh (da cui era influenzato, non dimentichiamoci che Jacovitti era famoso per il suo surrealismo), Dalì, ma anche Modigliani e Bruegel. Di quest'ultimo aveva una riproduzione del famoso dipinto “Banchetto nuziale”, appesa al di sopra dell'ingresso del suo studio.
Naturalmente parlammo anche dei suoi fumetti, soffermandoci su Tom Ficcanaso, Cocco Bill, Gionni Galassia. Ad un certo punto, mentre parlavamo, s'alzò senza preavviso e si diresse verso la sua libreria sotto la quale, in un reparto chiuso da due ante, custodiva tutte le sue tavole originali. Ne tirò fuori un paio e, guarda caso, una era di Gionni Galassia e per l'esattezza la prima in assoluto, un capolavoro di poesia, disegno, composizione e colore. Mi regalò, inoltre, la prima tavola di Tizio, Caio e Sempronio e un'illustrazione di Tom Ficcanaso. Credetemi, rimasi senza fiato. Erano bellissime.

L'allievo e il maestro nello studio di quest'ultimo, in uno scatto affettuoso
Ma un maestro non lascia mai un suo allievo senza compiti per le vacanze.
Franco tirò fuori anche le tavole originali di Tarallino, personaggio protagonista di storie favolistiche, apparse all'inizio degli anni '70 sul Corriere dei Piccoli. Mi disse che all'appello mancava una tavola, forse andata perduta ai tempi della stampa (Jac aveva perso gran parte delle sue tavole grazie alla strafottenza delle tipografie... del resto erano cose per bambini!!), chiedendomi di rifargliela precisa e identica, compresa la colorazione da realizzare sul retro (al tempo si usava colorare dietro la tavola a fumetti e non sul fronte). Compito che svolsi con diligenza.
Era davvero poca cosa in confronto ai meravigliosi regali ricevuti quel giorno. 

lunedì 25 giugno 2012

Jac e Ned 5° capitolo: Tecniche e segreti di un lavoro di squadra!


Jacovitti, al tavolo da lavoro,  accende il suo immancabile sigaro.
Alla sua sinistra,  in basso, s'intravedono le illustrazioni di Cocco Bill e
Tom Ficcanaso prima della colorazione.
Il mese di novembre e parte del mese di dicembre del 1992 furono, lavorativamente parlando, molto intensi: illustrazioni a colori di grande formato, copertine per settimanali e disegni vari tennero impegnato il nostro periodo natalizio. Ma, prima di parlare di questi lavori, cercherò di descrivervi le tecniche e i segreti di quello che a tutti gli effetti era un lavoro di squadra.

Il “modus operandi” fu praticamente lo stesso per tutto il corso della nostra collaborazione.
Jacovitti non era solito usare matita e disegnava direttamente con il pennino (usava i Perry inglesi). Ma ultimamente la vista non lo accompagnava granché, quindi Franco abbozzava le figure a grandi linee con una matita morbida per delineare gli spazi, intingeva il pennino nell'inchiostro (usava il Pelikan) e realizzava l'illustrazione con un tratto sottilissimo simile a quello di una micromina.
Una volta finito, mi passava il disegno, pronto per l'eventuale rifinitura (onomatopee, linee di movimento, vermi e salami da aggiungere) e soprattutto per il ripasso con il suo tipico tratto multilinea. Io inchiostravo il tutto usando un rapidograph Rotring 02 (a volte lo ricaricavo con inchiostro di china e non chiedetemi come ma funzionava) e lo riportavo al maestro che, armato di pennello e inchiostro di china nero diluito con acqua, dava la mezzatinta per delineare le ombre.
Lui mi spiegò che nei suoi disegni la luce veniva sempre da destra.
Successivamente, arrivava la fase della colorazione. In questo Franco aveva un collaboratore fidato da molti anni: Alfonso Castellari, che stendeva i colori su precise indicazioni di Jacovitti.
Come? Jacovitti aveva un sistema basato sui numeri (tranquilli, niente di matematico): a ogni colore corrispondeva un numero: ad esempio, all'arancione associava il numero 1, al giallo il numero 2, al rosso il 3. Se voleva un arancione più forte allora segnava 1+, se invece più tenue, 1-. Più segni metteva, più il colore variava d'intensità, fino ad un massimo di 3 segni. Quindi un arancione molto forte era segnato come 1+++.

Illustrazione per la copertina del settimanale  Comix: 1) Il bozzetto di Jacovitti. 2) L'elenco dei personaggi da inserire nel disegno. 3) Il disegno finito. 4) Il disegno pubblicato sulla copertina del settimanale. 
Franco metteva i numeretti a matita sul disegno e il colorista eseguiva in base allo schema. Naturalmente, dopo anni di collaborazione tra i due, il tutto fu memorizzato. Alfonso Castellari usava ecoline e talvolta (credo negli anni passati) le chine colorate.
Devo aggiungere una cosa su questo colorista e disegnatore davvero bravo. Castellari era affetto da morbo di parkinson e la mano gli tremava in maniera impressionante (spesso aveva degli spasmi violenti, visti anche da me in prima persona). Vi starete chiedendo: “Ma come cavolo faceva a colorare?”. La stessa domanda che osai rivolgergli un giorno, mentre gli portai alcuni disegni.
“E' una questione di concentrazione” mi rispose Castellari. “Quando mi siedo, prendo il pennello e incomincio a colorare concentrandomi su quello che faccio, allora il tremore si attenua in modo da permettermi di fare un lavoro decente!”. A dire il vero, i colori non erano stesi bene e Franco lo sapeva ma non gli avrebbe mai tolto il lavoro. Castellari era comunque un colorista di prim'ordine (vedere la colorazione del Pinocchio di Jacovitti).

La tabella originale dei colori realizzata da Jacovitti.
A ogni colore veniva associato un numero.
Finito la colorazione il disegno ritornava a Jacovitti, che lo spediva tramite corriere all'editore di riferimento.
Dimenticavo: il tutto su fogli Fabriano F2. Jacovitti durante tutta la nostra collaborazione non usò nessun altro tipo di carta. Chi è del mestiere sa che è una carta da battaglia ma lui ripeteva che la carta non era il problema. Il vero problema erano i pennini e gli inchiostri che secondo lui non erano buoni come un tempo. In passato usava una carta meravigliosa, la Fabriano 100% cotton, sia ruvida che liscia.

Come dicevo di ritorno da Lucca ci fu davvero tanto lavoro da fare. Con il “modus operandi” descritto prima, realizzammo venti illustrazioni di grande formato raffiguranti Cocco Bill e Tom Ficcanaso. Erano destinate a una serie di suoi albi per il mercato giapponese, ma alla fine non se ne fece nulla e le suddette furono riutilizzate come copertine per lo Jacovitti Magazine, la rivista dedicata a Jacovitti.
Inoltre Jacovitti iniziò a collaborare con il settimanale COMIX, il giornale dei fumetti (lo stesso dell'agenda che oggi va tanto di moda), che iniziò a pubblicare alcune sue vecchie storie. Quelli di Comix, decisero di dedicare la loro prima copertina natalizia a Jacovitti e indovinate a chi toccò l'onere di realizzarla?
Roma, novembre 1992. A lavoro su una delle illustrazioni di Cocco Bill.
Questa volta fu davvero dura. Non solo dovetti imitare lo stile di Jacovitti, per il quale ero allenato, ma anche quello dei vari artisti che pubblicavano su Comix, tra cui: Bonvi, Silvia Ziche, Disegni e Caviglia, Tot, Massimo Cavezzali, Origone, ecc... Praticamente il disegno raffigurava un Babbo Natale che si apriva in due, facendo cadere a pioggia delle immagini raffiguranti i personaggi più famosi degli autori prima citati. Franco mi passò uno scarabocchio su un foglio A4 per darmi l'idea, lasciando a me il piacere di realizzarlo in toto.

Quando lo riportai bell'e finito, la sua esclamazione fu: “Ma sei bravissimo!” e si precipitò dalla moglie, Lilly, a farglielo vedere. Era un gesto che mi piaceva tantissimo e che faceva ogni qualvolta portavo un disegno, e ritornando diceva ironicamente: “Approvato!”
l'illustrazione n. 11 di Cocco Boll fu la prima ad essere realizzata e lo si capisce dal fatto che è l'unica con il nome
di Jacovitti sopra il titolo. A sinistra la versione definitiva e a destra nella versione B/N dopo l'inchiostrazione. 

Questi furono i due lavori principali che realizzammo prima di Natale.
Ora tenetevi forte. Franco mi pagò 100.000 a disegno. X 20 = 2.000.000 di lire (me li pagò tutti in anticipo). E non è tutto. Dato che la copertina natalizia di Comix l'avevo fatta praticamente da solo, me la pagò il doppio, 200.000 lire.
2.200.000 lire a 17 anni, per poco più di un mese di lavoro. Per poco non mi prendeva un colpo. Lo stipendio di un operaio generico, nel 1992, arrivava a stento a 1.100.000 lire. Riuscii a pagarmi la retta della scuola del fumetto (che frequentavo a stento) e l'affitto della pensione, senza chiedere niente ai miei e onestamente fu una bella soddisfazione personale.
Ma ad essere sincero, le prime volte mi sentivo imbarazzato nell'accettare il suo denaro. Un giorno provai a dirglielo, e mi azzitti subito. Ciò che disse fu più o meno questo: “Ricordati, che i soldi servono a tutti e così come servono a me servono anche a te!”.
Non l'ho mai dimenticato.

Altre due illustrazioni. Vennero firmate "Jacovitti '93" in quanto era quello l'anno previsto per la pubblicazione estera.


domenica 24 giugno 2012

Jac e Ned 4° capitolo: Lucca '92 - l'ora di Jacovitti

Bogdan Bajalica, ideatore dell'orologio "L'ora di Jacovitti", con il maestro. 
Come scrivevo nel secondo capitolo il 1992 fu un anno d'oro per Jacovitti. Dopo anni passati nell'indifferenza generale, l'Italia riscopriva il suo più grande genio fumettistico che per anni aveva messo da parte per svariati motivi, soprattutto politici, definendolo, erroneamente, un fumettaro di destra.
Fu così che Jac ebbe una bella ripresa artistica ed editoriale: il suo bellissimo 'Pinocchio' venne rieditato da Stampa Alternativa, il quotidiano milanese “Il Giorno” pubblicò a puntate una storia di Cocco Bill (guarda caso quella con cui conobbi Jacovitti anni prima), l'allora Granata Press editò un'imponente biografia su di lui scritta da Luca Boschi, Leonardo Gori e Andrea Sani; in giro si vociferava di ristampe delle storie di Cocco Bill per il mercato orientale, giornalisti, scrittori, semiologi tessevano pubblicamente le sue lodi e persino il salone di Lucca decise, finalmente, di omaggiare Jacovitti con lo Yellow Kid alla carriera. E questa volta il maestro, che non amava esibirsi pubblicamente, accettò di ritirare il premio personalmente.
Tengo a precisare che Jacovitti avrebbe già dovuto essere premiato negli anni '70. Non ricordo esattamente l'anno ma successe che a lui fu preferito un altro autore e il maestro se ne andò indignato. Credo che questo fu in tutti i sensi un premio riparatore.
Per l'occasione producemmo, in collaborazione con il Sodatino di Vezio Melegari (che era l'agente di Jacovitti), un orologio in tiratura limitata di 100 esemplari, per omaggiare Jacovitti, da presentare al salone dei comics di Lucca.
Decidemmo di realizzare il suo personaggio più famoso, Cocco Bill, e mi occupai personalmente del disegno. Realizzai le matite (io non riuscivo a disegnare direttamente con l'inchiostro come il maestro) e lo portai a Jacovitti che le approvò in pieno. Inchiostrai il disegno usando sempre il mio fido rapidograph 02 e lo spedii giù a Lecce a mio padre che si occupò della stampa.
Ci ritrovammo tutti a Lucca. Uno dei saloni più belli, con i grandi autori (con la A maiuscola: Magnus, John ByrneBerardi e Milazzo, Breccia) che si aggiravano per gli stand, senza nessun cosplayer a rompere le palle. Ma, soprattutto, si sentiva un profumo di vermi, salami, pettini e quant'altro richiamasse Jacovitti. Il maestro era senza ombra di dubbio il richiamo più grande di quella fiera.
Un fan di Jacovitti esibisce orgoglioso il suo tatuaggio di Trottalemme, il fido cavallo di Cocco Bill
Franco arrivò nel pomeriggio, tenne un incontro moderato da Ernesto G. Laura. Andai a vederlo anch'io, anche se negli anni a venire l'avrei visto praticamente ogni giorno. La sala era grande e piena di gente. Lui comparve alle spalle di tutti con un: “Buongiorno a tutti”, agitando la mano in segno di saluto alla gente che lo copriva d'applausi e complimenti. Appena prese posto, guardò verso di noi. Io ero seduto più o meno a centro sala e lui, riconoscendomi tra la folla, mi salutò sorridendo, contento di vedermi.
Rimasi davvero sbalordito nel notare come quest'uomo, classe 1923, avesse così tanti fans e sopratutto tra i giovani. E furono proprio questi a precipitarsi quando ci fu l'annuncio che Franco era presente nel nostro stand “L'ora di jacovitti” per firmare qualche autografo (credo che non abbia fatto altro per tutto il giorno).

Il maestro e il suo neo allievo allo stand, poco prima dell'assegnazione del premio Yellow Kid.
Ricordo una ragazza giovanissima che impazziva per Zorry Kid; un ragazzo che, appena sentì l'annuncio della presenza di Jacovitti in fiera, balzò come una cavalletta per assicurarsi un suo autografo. Ma fu solo quando allo stand giunse un tipo con, in bella mostra sul braccio, il tatuaggio di Trottalemme (il cavallo di Cocco Bill) che riuscii a comprendere realmente quanto l'arte di Jacovitti significava per la gente. E non solo in Italia.
Accanto al nostro stand c'erano degli americani che vendevano disegni originali dei fumettari d'oltreoceano. Appena videro Jacovitti, tirarono fuori alcune tavole originali di Cocco Bill e ricordo che, una volta autografate, ringraziarono il maestro con un inchino degno di Lancillotto alla corte di Re Artù.
Jacovitti era una vera rock star.
Il giorno dopo lasciai Lucca. I miei genitori mi riaccompagnarono a Roma. Chiamai Jacovitti durante una sosta in un'area di servizio (ricordiamoci che nel '92 i telefonini erano solo per ricchi sfondati) per sapere come stava dopo l'esperienza lucchese. Mi raccontò alcuni passaggi del suo discorso al momento della premiazione, dicendo che dedicava il premio a tutti quegli artisti con cui aveva collaborato ai tempi del Vittorioso, “a tutti quegli artisti più bravi di me”. La cosa che mi colpiva era il modo euforico con cui me lo raccontò. Era davvero convinto di quel che diceva.
Io mi permisi di ribadire solo che era lui il più grande di tutti. Lo era sempre stato.
E lo sarà sempre.

Il noto comico Lello Arena (da sempre appassionato di fumetti) allo stand "Lucca 92: l'ora di Jacovitti".

sabato 23 giugno 2012

Jac e Ned 3° capitolo - 300.000 lire


Quella domenica, agli inizi di ottobre del 1992, fu per molti versi indimenticabile. Troppe emozioni. Troppe sensazioni. Un anno prima ero eccitatissimo per il passaggio da una piccola città a una delle città più belle del mondo, e ora mi trovavo a dover fare i conti con uno dei più grandi autori di fumetti del mondo. Una cosa decisamente grande per uno studente di scuola del fumetto. Ma la cosa più incredibile era un'altra: MA CHI CI PENSAVA PIU' ALLA SCUOLA DEL FUMETTO. Mi iscrissi al secondo anno per via di un vincolo sul contratto che mi obbligava alla frequenza biennale della scuola ma, francamente, se l'anno precedente avevo fatto di tutto per non perdere neanche una lezione, durante il secondo anno ne persi parecchie. Del resto sono convinto che se mai avessi preferito le lezioni della scuola alla collaborzione con Jacovitti, sarei stato preso per un idiota totale.
Insomma, Jacovitti tutta la vita.
Ho avuto fortuna, lo ammetto. La fortuna di andare a “bottega” dall'artista che Carl Barks definiva come “il più grande fumettaro europeo”. Scusate se è poco.

I miei primi soldi guadagnati alle "dipendenze" di Jacovitti: 300.000 lire, per 3 disegni. 

Come detto nel secondo capitolo, il primo disegno realizzato per Jacovitti fu un disegno di Cocco Bill, per degli orologi da muro a tiratura limitata. Un disegno, ci tengo a precisarlo, non commissionato da lui ma solo approvato e realizzato completamente da me. Me la sbrigai in un paio di giorni e l'orologio venne stampato e presentato alla fiera del fumetto di Lucca nel 1992 con il seguente slogan: LUCCA 92, L'ORA DI JACOVITTI (vi rimando al capitolo successivo).
Nel frattempo, mi ero riappropriato della mia stanzetta nella pensione “Villa Bassi” sul gianicolo. Il tempo di sistemare un piano in legno con due cavalletti che orgogliosamente chiamavo tavolo da disegno che suonò il citofono (era così che in quella pensione ci avvisavano dell'arrivo di una telefonata). Risposi con una certa sicurezza (in sostanza mi chiamavano solo i miei): “Pronto?”
“Pronto Nedeljko?”
“Si?”
“Sono Jacovitti”
Colpo al cuore, tachicardia, sudore. Naturalmente non sapevo come rispondere. Dalla bocca mi uscì qualcosa del tipo: “Buongiorno, maestr... signor Jacovitti”. E lui: “Ciao. Potresti venire questo pomeriggio da me perché ho tre disegni da farti fare”.
Credetemi se vi dico che sudavo freddo. Non lo so, forse era emozione o forse paura. Magari tutt'e due insieme.
Mi diede un orario in cui andare e ci salutammo. Chiusi il telefono, uscii dalla cabina e per la gioia feci un salto degno del miglior Carl Lewis, a rischio di finire in portineria rotolando per le scale.
Ma come si possono descrivere certi momenti? Io che ho conosciuto il fumetto con Jacovitti, che leggevo solo Jacovitti, che mangiavo quello che mangiava Jacovitti, che, quindicenne nella sperduta Lecce, mi chiedevo se mai un giorno avrei potuto stringergli la mano, ora mi trovavo in questa incredibile situazione.
Roma, ottobre 1992. Chino sul mio tavolo da lavoro, intento a disegnare
uno dei tre disegni commissionatimi da Jacovitti. Per inchiostrare usavo un
rapidograph della Rotring 02.

Guardate, se avessi avuto il Titanic a disposizione, mi sarei precipitato a prua urlando: “Sono il re del mondoooooooooo!!”. Ma a disposizione, avevo solo l'autobus n. 46 che quel pomeriggio mi portò direttamente a casa di Jacovitti.
Appena salito mi fece accomodare nel suo studio e prima di parlarmi dei disegni, mise in chiaro una cosa a cui teneva molto: “Se vuoi lavorare con me, devi darmi del TU. Niente maestro, o signor Jacovitti. Io sono Franco, per gli amici. Chiaro?”
E io: “Certo maestro...” e lui di nuovo: “TU, mi devi dare del TU!”, ridendo. Mi ci è voluto del tempo per abituarmi a questa confidenza e sono sicuro che lui sotto sotto si divertiva.
Mi fece immediatamente vedere tre bozzetti a matita realizzati su tre fogli F2 Fabriano ruvidi 70x50. Rappresentavano tre presonaggi delle varie epoche romane. Il mio compito era completare le matite e inchiostrarli. Si raccomandò di usare un tratto spesso in quanto dovevano servire per realizzare delle magliette. Successivamente le avrei riportate a Jacovitti che avrebbe passato la mezzatinta per poi darle al suo colorista di fiducia, per la colorazione.
Subito dopo, mi porse un assegno dicendomi: “Te le pago in anticipo. 100.000 lire a disegno, per te va bene?”
Ricapitoliamo velocemente: 17 anni + collaboratore di Jacovitti + 300.000 lire = Extasy totale!
Comunque, le avrei inchiostrate anche gratis. Una simile scuola per me non aveva prezzo.
Ci salutammo baciandoci sulla guancia, come quando un nonno bacia il nipote. E sarebbe stato così fino al nostro ultimo incontro. Era davvero affettuoso con tutti.
Jacovitti nel suo studio. In primo piano la
ristampa della sua versione di Pinocchio, illustrata
dal maestro negli anni '60 per i Fratelli Spada.
Camminavo per strada con i disegni di Jacovitti e con quell'espressione che voleva dire: “Guardatemi gente, IO sono il collaboratore di Jacovitti. Non so se rendo l'idea. Qui ho dei suoi disegni originali e IO ho il grande onore di cancellare il suo tratto, se lo riterrò necessario. Sarò IO a inchiostrarli. Sarò IO a dare l'impronta finale.”
Non giudicatemi male. Ero semplicemte al settimo cielo.
Quando riportai i disegni, Jacovitti colse l'occasione e mi invitò a pranzo. Si complimentò con me per il lavoro svolto con una frase del tipo: “Ma sei bravissimo!”. In quell'occasione, conobbi sua moglie, la signora Floriana della Lilli (lui la chiamava sempre così), una bella donna dall'aspetto minuto e gentile, che si contrapponeva all'aspetto imponenete di Jacovitti.
Franco e Lilli erano molto innamorati.

Pranzammo in un ristorante in via Baldo degli Ubaldi, a due passi dalla sua casa. Lui insistette affinché mangiassi antipasto, primo, secondo, contorno e dolce. Lui saltò il secondo, il contorno, ma non rinunciò al dolce. In realtà Franco doveva stare attento coi dolciumi per via del diabete, ma a volte si concedeva uno strappo. “Tanto non mi vede nessuno”, amava ripetere.
Parlammo di fumetti. Di autori come Lino Landolfi, Bonvi, Schulz, Quino. Mi disse che gli piaceva l'ultimo stile di Landolfi, quello del Don Chichotte per intenderci, adorava Shulz ma graficamente gli preferiva Quino e Mordillo. Parlammo di Segar, Craveri e dei tempi del Vittorioso.
Di ritorno verso casa parlammo di Cocco Bill e mi accennò a un lavoro da fare dopo la fiera del fumetto di Lucca (fiera in cui Jacovitti ricevette lo Yellow Kid alla carriera). In quella stessa occasione mi parlò della sua eredità artistica, del suo desiderio che le avventure di Cocco Bill continuassero anche dopo di lui.
Ma anche questa è una storia che merita un capitolo a parte.

Comic Author In The Spotlight

COMIC AUTHOR IN THE SPOTLIGHT è il corso creativo di fumetto che sto tenendo a Lecce: 24 lezioni, in pieno centro storico della città, in piena estate, dalle 17:00 alle 19:00, due belle ore piene di full immersion nel mondo dei fumetti.
Quelli che seguono sono tutti i disegni che ho realizzato per pubblicizzare questo corso.
Realizzarli è stato uno spasso, soprattutto nel ritrarre il buon Max, proprietario nonché amministratore delegato  e unico azionista dell'impresa "Mondi Sommersi: la fumetteria a Lecce" che produce il corso.
Buon divertimento...




venerdì 22 giugno 2012

Jac e Ned 2° capitolo - Ero a tutti gli effetti un “GHOST”

Roma, luglio del 1991. Jacovitti al suo tavolo di lavoro
mentre visiona i miei disegni. 


Quella domenica mattina di ottobre avevo appuntamento con Jacovitti alle 10:00. Mi alzai alle 05:00 in tempo per veder spuntare l'alba. E non feci neanche fatica ad alzarmi perchè naturalmente passai la notte a pensare a questo incontro.
Ragazzi! Ma vi rendete conto? Il mio Idolo, la mia fonte d'ispirazione artistica mi voleva conoscere.
A questo punto, però, devo fare una precisazione.

Flashback.
Roma. Esterno. Giorno. Luglio del 1991.
Ero nella capitale, sotto scorta paterna, per iscrivermi al primo anno della Scuola Internazionale di Comics. Dopo l'iscrizione, mio padre decise di portarmi a conoscere Jacovitti. Arrivammo direttamente di fronte alla sua abitazione, sotto un caldo infernale. Il citofono recava i cognomi: Jacovitti-Jodice (il cognome della moglie, da notare le due J) e non si poteva sbagliare, perché la targhetta era scritta con il pennino su carta ruvida e con lo stesso carattere usato da Jac per i fumetti.
Mio padre suonò e alla risposta intraprese un breve ma toccante monologo che più o meno recitava così:
“Signor Jacovitti, sono un padre disperato, ho fatto 600 km perchè mio figlio la vuole conoscere...” e qualche altra frase a effetto, di quelle che toccano il cuore.
Jacovitti ci aprì (fu costretto, credo, mettetevi nella sua situazione) con queste parole: “Terzo piano”.
Arrivati al piano indicatoci, uscii dall'ascensore e davanti a me comparve un uomo praticamente uguale ai suoi fumetti: pantalone grigio, camicia a manica corta verde bottiglia sbottonata che lasciava intravedere una canotta bianca molto fantozziana, sigaro e un paio di occhiali dalla montatura molto spessa. Se ben ricordo, non feci neanche in tempo a parlare che mio padre si buttò in un altro dei suoi atti teatrali e a voce alta mi disse: “INGINOCCHIATI! INGINOCCHIATI DAVANTI AL TUO DIO! E continuava a ripeterlo come se mi trovassi di fronte al Papa. Io riuscii solo a stringergli la mano, rosso dalla vergogna, senza proferire parola.
Jac ci fece accomodare nel suo studio, e visionò i miei disegni che, all'epoca, si ispiravano soltanto al suo stile senza adottarlo ancora pienamente e fedelmente. Li trovò ugualmente validi e mi disse di farli vedere a Vezio Melegari a Milano. Detto questo mi autografò un paio di libri che mi ero portato dietro e mi regalò una vignetta del diario Vitt. Fu una visita breve, Jacovitti era molto riservato, ma di lui come uomo vi parlerò in seguito.
Jacovitti in posa per lo scatto. Si noti il cartello dietro:
VIETATO COSARE

Roma. Esterno. Giorno. Una domenica mattina di un ottobre del 1992.
Arrivai nell'abitazione di Jacovitti, in via Albornoz 29, poco prima delle 10:00, sempre sotto scorta paterna. In meno di due minuti ero seduto nel suo studio, su di una poltrona di fronte a lui.
Mi credete se vi dico che mi stava già parlando dei lavori che avrei dovuto fare?
Io non facevo altro che dire “SI!” a ogni sua parola, con quella faccia piena di brufoli tipica di un diciassettenne in via di sviluppo e gli occhialoni che mi coprivano gran parte del viso.
Visionò i miei disegni in un secondo momento (se penso a quanto mi ero sbattuto su quei disegni), ma sicuramente Vezio Melegari gliene aveva già parlato in maniera positiva, vista la fiducia che Jacovitti ostentava nei miei confronti. Mi aveva preparato delle fotocopie in formato originale, affinché potessi studiare meglio il suo tratto. Erano di Johnny Peppe, un personaggio protagonista di alcune bellissime storie uscite sulla rivista Linus, soggette a numerose censure politiche. Ma il bello era che queste non erano censurate e finalmente mi godetti questo capolavoro così come la sua mente geniale l'aveva partorito. Un vero spasso.
Jacovitti quel giorno era di buon umore. Attraversava un bel periodo e non era difficile capirne il motivo. Il 1992 fu l'anno della sua rivalutazione artistica e culturale, dopo anni passati nel dimenticatoio generale. I motivi di questa grande dimenticanza erano diversi e fra questi c'era quello politico, con le solite accuse di essere un sostenitore della destra. Parlerò di Jacovitti politico in un post a parte, ma vi posso garantire una cosa: Jacovitti non era né di destra né di sinistra. Credetemi, una così bella persona non aveva niente da spartire con una cosa così brutta.
Come dicevo prima, quell'anno tutti iniziarono a ricordarsi che esisteva un genio di nome Jacovitti. Vari giornali cominciarono a dedicargli articoli e molti colleghi, da Altan a Forattini, passando per Sergio Staino, Bonvi e Silver, tesserono pubblicamente le sue lodi. Finalmente anche il Salone Internazionale dei Comics di Lucca si accorse del suo genio e optò per assegnare a Jacovitti un tardivo premio Yellow Kid alla carriera (meglio tardi che mai). Per l'occasione, in collaborazione con l'agenzia Il Soldatino di Vezio Melegari, venne prodotto un orologio di Cocco Bill a tiratura limitata e indovinate chi lo disegnò?
Eccomi qua, al mio primo lavoro ufficiale per Jacovitti (approvato ma non commissionato da lui). Emozione, euforia, gioia, mi accompagnarono in questi anni al suo fianco.
Da quella mattina di ottobre del 1992 ero ufficialmente suo allievo e collaboratore.
Ero a tutti gli effetti un “GHOST”.
Roma ottobre del 1992. L'allievo e il maestro.
Notare il mio look, decisamente old.

giovedì 21 giugno 2012

Jac e Ned 1° capitolo - Tutto cominciò con un diario.


Roma, 1993. Jacovitti nel suo studio 
Di recente, nel mio corso a fumetti COMIC AUTHOR IN THE SPOTLIGHT, ribadivo ai miei allievi l'importanza, per un aspirante autore, di “andare a bottega”, cioè di avere la possibilità di osservare da vicino il lavoro di un grande artista, 'rubandone' trucchi e segreti che rendono unico il suo stile.
Io questa fortuna l'ho avuta. Ho visto al lavoro, nei loro studi, i più grandi artisti italiani di sempre: Magnus, Galep, Milazzo, D'amico. Ma di loro vi parlerò in seguito.
L'artista di cui parlavo all'inizio si chiamava Jacovitti, anzi per la precisione Benito Franco Giuseppe Antonio Jacovitti, per gli amici Franco ed era il mio idolo. Era il più grande di tutti.
È inutile dilungarsi sul suo genio, sono state scritte migliaia di pagine a riguardo e mi sembra inutile ribadirlo.
Vorrei parlare di Jacovitti soffermandomi sugli ultimi cinque anni della sua vita (1992-1997), durante i quali ho avuto l'immensa fortuna di essere il suo collaboratore, di essere il suo “GHOST”. In quei cinque anni ho conosciuto non solo l'artista, ma anche l'uomo.
Ho conosciuto i fumetti di Jacovitti all'età di 13 anni, quando cioè non credevo neanche che esistessero. I miei interessi erano altri. Poi un giorno ho avuto in regalo un diario di Jacovitti, il famoso Diario Vitt, e da quel momento ho iniziato a disegnare per non smettere più: disegnavo continuamente e costantemente il suo personaggio più famoso: Cocco Bill.
Non so cosa mi affascinò di questo artista, ma sicuramente ne compresi immediatamente il genio. Insomma, se un ragazzino vede spuntare in una vignetta salami, pettini, ossa, api, rocchetti, vermi ecc, allora può ipotizzare solo due cose: o l'artista è un genio, oppure è completamente folle. E direi che le due cose sono spesso compatibili.
Incominciai a disegnare, disegnare e ridisegnare le sue vignette. Continuamente, costantemente.
La scuola? Per me non esisteva più. Facevo la terza media e in classe durante la lezione di matematica leggevo il Diario Vitt (sarà per questo che prendevo sempre delle insufficienze), durante quella d'italiano copiavo il diario Vitt e in quella d'artistica promuovevo l'arte di Jacovitti paragonandola a quella di Michelangelo. Troppo, vero? Ma alla fine parliamo sempre di genio e follia.
A proposito, durante i miei anni all'istituto d'arte, per “colpa” di Jacovitti, i professori mi abbassarono anche i voti in disegno: da sette a cinque. Ma questa è un'altra storia.

1992. Uno dei primi lavori realizzati per Jacovitti,
di cui ho curato la rifinitura e l'inchiostrazione. 
A 16 anni i miei acconsentirono a mandarmi a Roma per frequentare la Scuola Internazionale di Comics. Naturalmente furono presi per pazzi. Pensateci, a Lecce, (che non era esattamente la città culturalmente aperta che oggi conosciamo), due genitori confidavano agli amici che il loro figlio minorenne sarebbe andato a Roma, per studiare fumetti. Da internare, completamente.
Dal mio punto di vista, invece, 16 anni + Roma – papà e mamma = FIGATA PAZZESCA!!
Chi ha la possibilità, lo faccia, non aspettate di essere maggiorenni. E se siete già avanti con l'età, trovate un modo per tornare indietro.
Durante la frequentazione della scuola di comics, la passione per Jacovitti non mi abbandonava. Finito il primo anno decisi che volevo assolutamente disegnare per lui. Erano ormai 4 anni che sgobbavo per imitarne e carpirne lo stile. Prima dell'inizio del secondo anno, mi recai a Milano (sempre scortato da un genitore, in questo caso mio padre) dove incontrai l'agente di Jacovitti, Vezio Melegari, che visionò i miei disegni, li trovò validi, ma... non riuscivamo ad arrivare a una soluzione. Anche perchè loro già si servivano di un artista (scadente a dire il vero). Porc... Io volevo disegnare per lui, non m'interessava dove e come, volevo disegnare le vignette con i vermi e i salami. Me ne andai deluso, dicendo a Melegari che comunque ero a Roma (città dove Jacovitti viveva da anni) e volendo potevo essergli d'aiuto in qualche scarabocchio (in realtà gli avrei fatto anche da fattorino).
Durante il viaggio di ritorno da Milano ero veramente con l'umore a terra. Ero sicuro di farcela, perché i miei disegni rispecchiavano perfettamente lo stile del maestro. Ero sempre sotto scorta paterna e ci fermammo a una stazione di servizio per chiamare mia madre e avvisarla che stavo per rientrare nella capitale (ci tengo a ricordare che le cabine erano ancora in uso in un periodo in cui contemporanenamente i primi cellulari cominciavano a farsi notare, tipo quei mattoni della Olivetti che equivalevano a un manubrio per palestra).
Chiamai quindi mia madre che neanche mi salutò e mi disse che un certo Vezio Melegari l'aveva chiamata dicendole che aveva bisogno di mettersi in contatto con me. Chiamai Melegari che tutto contento ci disse che aveva appena sentito Jacovitti il quale voleva incontrarmi l'indomani mattina nella sua casa.
Esterno. Notte. Una stazione di servizio sull'autostrada che da Milano portava a Roma. Era un sabato d'ottobre del 1992, quando la mia vità cambiò.