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martedì 30 ottobre 2012

Jac e Ned 16° capitolo: Verso la fine...



Jacovitti nel suo studio.
Il 1997 fu l'ultimo anno della nostra collaborazione e, purtroppo, fu anche l'ultimo anno di vita di Jacovitti.
Dopo Cocco Bill di qua e di là iniziammo una serie di storie brevi per Il Giornalino.
Inutile dirvi che, purtroppo, le storie di Franco non erano del solito buon livello e, consapevole di questo, provai a parlarne con lui, stando attento a non ferire il suo orgoglio artistico.
Gli chiesi di realizzare la tavola unicamente con un leggero schizzo a matita senza usare il pennino: in questo modo avrei avuto di più la situazione sotto controllo e avrei potuto realizzare un disegno che ricordasse di più il suo stile degli anni '60, il suo miglior periodo.
Niente da fare. In una divertente “letterona” che mi inviò il 14 gennaio insieme alle prime 20 tavole da inchiostrare per Il Giornalino mi disse espressamente: Non pensare ai miei disegni degli anni '50-'60, pensa a come disegno oggi. Ok?.
Inoltre mi incitava a lavorare più in fretta e io, in queste condizioni, svolsi un lavoro mediocre; il problema era che a Franco andava bene. A me decisamente meno. Credetemi, non è piacevole fare qualcosa con la consapevolezza di non farla bene; per questo in me non c'era più l'entusiasmo di una volta.
A questa perdita che sentivo dentro di me, si aggiungeva ancora l'amarezza per non aver visto il mio nome nei credit di Cocco Bill di qua e di là; non c'era, inoltre, da parte di Franco, una reale collaborazione per il fumetto che stavamo realizzando insieme: RAP.
Ripensavo all'emozione dei primi incontri, ai primi disegni, come le cover di Cocco Bill e Tom Ficcanaso, e non riuscivo a provare le stesse sensazioni. Onestamente vedevo più Jacovitti nei disegni di RAP che realizzavo da solo cercando di imitare il suo glorioso stile (disegni peraltro penalizzati dalla stampa: le strisce originali erano 60x30 e ridotte a un formato tascabile perdevano tutto il tratto a pennino che era la caratteristica di Jac) che nelle ultimi storie di Cocco Bill.
Per il Giornalino inchiostrai una storia di otto tavole, Cocco Brrrr! Inoltre Franco aveva realizzato, sempre con il Cocco protagonista, delle panoramiche: Coccobillando e Coccobillagini.
Ci incontrammo per l'ultima volta a Roma; nella capitale tornavo una tantum per vedere Jac e incontrare qualche mio amico.
Andammo a mangiare nello stesso ristorante di uno dei nostri primi incontri nell'ottobre del 1992. Fui io a invitarlo, ma lui aveva già pagato tutto prima ancora di sederci a tavola. Ricordo che si prese una fetta di torta gigantesca, lui che era diabetico. Gli rivolsi allora uno sguardo tra l'interrogativo e lo stupito, al quale lui rispose: “Lo so, non dovrei, ma tanto chi mi vede? E quindi me la mangio lo stesso!”. Come sempre, anche quella volta, tenni fede al mio motto: semper fidelis.
Ritornai a Lecce senza nessuna tavola da inchiostrare, il che mi sembrò strano.
Una delle  divertenti letterone formato 70x50 che Jac era solito inviarmi insieme ai disegni da inchiostrare.
Poi un giorno, credo prima che partisse per le sue consuete vacanze a Forte dei Marmi, Franco mi chiamò al telefono. Niente di inusuale, ci sentivamo praticamente ogni giorno; dopo il solito scambio di saluti incominciò a dirmi che gli era venuto l'entusiasmo di fare tutto da solo, che voleva ritornare a inchiostrare lui le sue tavole, insomma mi disse che al momento non aveva più bisogno di me. Dopo quasi cinque anni in cui praticamente ho inchiostrato (e spesso anche interamente realizzato) i suoi disegni, s'interrompeva questa collaborazione.
Inutile dirvi che fu un colpo al cuore per me e credo che anche Franco se ne accorse. Ma acconsentii e gli espressi la mia felicità per questo suo ritorno d'entusiasmo anche se qualcosa non mi convinceva. Ma non ci pensai.
Differenze di stile: a sinistra Cocco Bill realizzato da Jac e Ned nel 1992 mentre a destra una tavola da
Cocco Bill di qua e di là sempre realizzata dal duo nel 1997.
Continuammo a sentirci comunque. Mi chiamava per sapere come stavo e mi diceva che forse sarebbero arrivati dei nuovi lavori e che quindi mi avrebbe fatto sapere. Poi mi fece pervenire delle sue tavole inchiostrate da lui per farmi vedere come procedeva il lavoro sulle tavole di Cocco Bill da lui interamente realizzate. Una volta mi chiamò, per dirmi di vendere un po' dei suoi disegni che mi regalava di tanto in tanto, credo pensasse che economicamente fossi un po' alle strette, ma non mi sono mai permesso di farlo, finché Jac era in vita.
A settembre del 1997 Franco rientrò a Roma e riprese a lavorare.
Furono i suoi ultimi tre mesi di vita.

300: Burne Hogarth (con E.R. Burroughs) – Tarzan il re della giungla




Mondadori, 1973
(USA, Tarzan of the apes, 1929)
Per me Tarzan rappresenta il migliore fra gli uomini. Le sue aspirazioni sono le più alte, in lui non si nascondono scopi spregevoli. Nel suo universo non vi sono individui più grandi e altri più piccoli, popoli superiori o inferiori. Per lui gli uomini sono tutti uguali...”
(Burne Hogarth)

Burne Hogarth 
Non c'è, ormai, scuola del fumetto che non faccia uso, per le nozioni di anatomia, dei libri di Burne Hogarth: Il corpo in movimento, La mano in movimento, la testa e non so quali altre parti del corpo umano Hogarth abbia usato per realizzare i suoi manuali di disegno professionale anatomico.
Del resto la fama di Hogarth come anatomista è universalmente nota; a differenza dei colleghi del tempo (siamo a cavallo tra gli anni '20 e '30) l'artista non attese la fortuna facendo mille mestieri per vivere, la sua vita fu meno avventurosa: trascorreva intere giornate studiando scienze e soprattutto l'anatomia, che l'attraeva in modo particolare per le infinite possibilità che offriva di riprodurre il corpo umano.
E chi meglio di Tarzan, personaggio creato per la letteratura avventurosa dallo scrittore Edgar Rice Burroughs, poteva rappresentare al meglio il talento di Hogarth? Un talento non solo nel disegno, che a volte raggiunge vette di perfezione mai viste prima, ma soprattutto nel racconto.
Perché Hogarth ha una notevole capacità nel disegno sequenziale, tanto più evidente se si tiene conto che, come il suo illustre predecessore Hal Foster, anche l'artista americano non usa le classiche nuvolette, preferendo supportare le sue immagini unicamente con delle didascalie.
Hogarth: narrazione serrata e dinamica.
Nelle tavole di Hogarth vi sono tutti gli ingredienti che rendono grande un fumetto avventuroso: scenari curatissimi, ritmo travolgente, azione mozzafiato e naturalmente una cura quasi maniacale dell'anatomia dell'uomo scimmia che ne esaspera le espressioni e il movimento.
Tarzan il re della giungla, il bel volume pubblicato nel 1971 dalle edizioni Mondadori, ne è una perfetta prova.
In esso sono state racchiuse le migliori avventure illustrate da Hogarth ed è una vera e propria summa della sua attività di fumettista.
Sfogliando le pagine del libro c'imbattiamo in molte sequenze vertiginose che restano impresse nella memoria; le immagini delle battaglie tra Tarzan e i vari animali che popolano la giungla, così come quelle con i molteplici nemici da sconfiggere, sono da antologia.
Hogarth riesce a costruire una sequenza d'azione con le stesse modalità usate da un coreografo nel costruire un balletto.
Tarzan e le infinite possibilità di riprodurre il corpo umano per un maestro del disegno anatomico.
In storie come Tarzan nell'isola di Mua-Ao e Tarzan e gli avventurieri l'artista, nato a Chicago nel 1911, crea delle tavole davvero efficaci, dinamiche e caratterizzate da un rapido susseguirsi di scene, grazie alle quali si qualifica, secondo la maggior parte dei critici, come il miglior realizzatore delle avventure a fumetti di Tarzan. Merito anche di un accordo più vantaggioso con l'United Features Syndacate che gli offre la libertà di scriversi i propri soggetti. Ed è qui che Hogarth si discosta dal modello di Burroughs e delinea un Tarzan più umano e meno selvaggio, non solo dotato di un'innato istinto naturale ma anche di una grande intelligenza.
Ma tutto questo durerà poco più di un anno, fino al 1948, anno in cui il maestro americano abbandona definitivamente Tazan lasciandolo nelle mani di altri grandi nomi del fumetto come Russ Manning, Bob Lubbers e Joe Kubert, per citare i più noti.
Ma la classe raggiunta da Hogarth in quei pochi anni dedicati all'eroe d'avventura più famoso di tutti i tempi resta pressoché ineguagliata.
Forse le scuole del fumetto dovrebbero accantonare i vari libri d'anatomia (pur validi, per carità) e far conoscere agli aspiranti fumettisti il Burne Hogarth narratore delle avventure di Tarzan, dotato di un'eccellente attitudine al serrato racconto per immagini, uno dei primi artisti che diede all'azione, nel fumetto, il ruolo di protagonista.
Un'azione e una bellezza del disegno che hanno fatto epoca.
L'estetica di Hogarth: sequenze d'azione orchestrate in maniera dinamica e coreografica. 

Curiosità

Hogarth lavorerà a Tarzan dal 1936 al 1948, una volta abbandonato il personaggio che l'ha reso famoso in tutto il mondo l'artista, in società con Silas Rhodes, fonda la School of Visual Arts, uno dei centri d'insegnamento artistico più importanti degli Stati Uniti (dalla quale sono usciti artisti del calibro di Wally Wood, Al Williamson e Gil Kane, tanto per fare qualche nome) insegnando oltre al disegno anche fotografia e cinematografia.
Hogarth ritornerà a disegnare uomo scimmia negli anni '70 in un paio di volumi dalle grandi illustrazioni.

Altre edizioni

Recentemente la Planeta De Agostini ha ripubblicato in volumi la saga di Tarzan tra cui alcuni di Hogarth che però, se non erro, non contengono le avventure del volume consigliato. 

lunedì 29 ottobre 2012

300: Guido Crepax – Valentina



Rizzoli Milano Libri, 1968
(Italia, Valentina, 1965)
Valentina non è un'esibizionista candida: non nasconde certo il suo corpo, fortunatamente, non lo capitalizza, si spoglia di frequente anche senza che le strappino le vesti di dosso, ma è abbastanza consapevole, non stordita né maliziosa.”
(Dalla prefazione di Oreste Del Buono)

Un giovanissimo Guido Crepax.
L'eros di Valentina tra sogno e realtà.
Valentina fu una grande rivoluzione del fumetto italiano. Il decennio degli anni '60 fu di per sé rivoluzionario per il nostro bel paese (e per una bella fetta di mondo); basti pensare al 1968, l'anno delle rivolte operaie, studentesche e via dicendo, accomunate da un profondo malessere sociale.
Ed è singolare che le storie racchiuse in questo bellissimo volume pubblicato dalla Rizzoli MilanoLibri appartengano proprio all'anno simbolo della contestazione.
Occorre sprecare parole per dire chi è Valentina? Credo che lo sappiano tutti così come credo che l'eroina creata da Guido Crepax nel 1965 sia ancora sulla cresta dell'onda a giudicare dai vari gadget e ristampe che affollano librerie e fumetterie.
Il caschetto alla Louise Brooks (immortale diva del cinema muto), una “frangetta che sconvolse l'Italia” (per usare le parole di Giampiero Mughini) e un fisico che sprigiona erotismo e sensualità sono una parte degli ingredienti che l'hanno resa il personaggio simbolo dell'eros ma soprattutto della libertà e dell'indipendenza.
Ma Valentina è stata molto di più. Quando comparve per la prima volta sulle pagine della splendida rivista Linus, nel 1965, il sensuale personaggio di Crepax era soltanto la fidanzata del protagonista principale, il critico d'arte Philip Rembrandt detto Neutron, una specie di supereroe capace di neutralizzare con lo sguardo. Ben presto l'eroina dal caschetto nero predominerà sulle pagine della rivista ideata da Giovanni Gandini e conquisterà totalmente i lettori diventando la protagonista incontrastata del fumetto di Crepax.
Da quel momento nulla ha potuto fermare l'artista milanese che ha fatto vivere alla sua Valentina avventure che vanno dalla vita quotidiana alla fantascienza, dalla cronaca al surrealismo, passando per la fantapolitica, la satira, la letteratura e il cinema d'autore e ideando uno stile personalissimo e inimitabile, che lo contraddistinguerà fino alla sua scomparsa.
Eppure allo stile che l'ha reso famoso in tutto il mondo, si contrappone quello degli esordi, già carico di quell'originalità che l'avrebbe sempre accompagnato.
Le due storie presenti nel volume, Nei sotterranei e Valentina perduta nel paese dei soviet, sono un perfetto esempio del primo stile di Guido Crepax; anche qui abbiamo un sapiente mix dei generi precedentemente elencati che trova nell'erotismo l'anello che accomunerà tutte le avventure di Valentina: un erotismo onirico che si manifesta soprattutto nei suoi sogni, nei suoi deliri psicoanalitici che fanno di lei il simbolo della rivoluzione femminista in voga negli anni '60; due storie che, nonostante la complessità narrativa, ci fanno conoscere un modo di raccontare mai visto prima nel fumetto, tra dialoghi intellettuali e tavole che sembrano esplodere a causa di una ricchezza compositiva e figurativa di cui Crepax sarà uno degli autori migliori.
Valentina e le visioni oniriche di Crepax.
Senza dimenticare i riferimenti alla letteratura, alla musica, al cinema e alla storia: il romanzo di Verne Viaggio al centro della terra, la musica del grande cantante lirico Fëdor Ivanovič Šaljapin, il cinema di Ejzenstejn e la minaccia nazista sono solo alcuni dei rinvii culturali con cui Crepax arricchisce uno dei suoi capolavori, forse non il più famoso (come il ciclo di Baba Yaga) ma sicuramente il più rappresentativo, onirico e contorto. Un vero e proprio sogno a occhi aperti, confuso, psicologico, inimitabile; in queste pagine c'è tutto il Crepax che verrà, pagine nelle quali si fa luce sul passato del personaggio di Neutorn e si scoprono tutte quelle caratteristiche che faranno di Valentina l'eroina più amata (e odiata) del fumetto italiano.
Inquietanti e intellettuali, ma allo stesso tempo intrise di cultura pop del periodo, le storie racchiuse in questo primo volume dedicato al caschetto nero più sensuale dei comics hanno un grande valore culturale nel panorama fumettistico italiano, perché vi è racchiusa tutta la carica rivoluzionaria di Valentina e del suo autore.
Una rivoluzione, oggi, difficilmente eguagliabile.
Valentina nei sotterranei: originalità compositiva e narrativa che hanno rivoluzionato il fumetto.

Curiosità: A precedere la lettura di questo capolavoro grafico, narrativo e surrealistico, un meraviglioso saggio di Oreste Del Buono, A proposito di tutte quelle signore (da Annie a Valentina) che ripercorre tutte le eroine della storia dei fumetti facendo un paragone con Valentina.

Altre edizioni: Dell'edizione consigliata, oltre alla prima del 1968, esistono varie ristampe: 1972, 1978 e 1988.
Le due storie presenti nel volume sono state racchiuse nel bel volume brossurato pubblicato dai Magazzini Salani, I Sotterranei. Anche la Blue Press negli anni '90 aveva realizzato una serie di volumi brossurati a un prezzo contenuto: nel n. 2 compare la storia I sotterranei. Inoltre va segnalata, per l'ottimo livello qualitativo, la serie di volumi cartonati realizzata dal Corriere della sera nel 2007 di cui il secondo volume contiene le storie consigliate.




venerdì 26 ottobre 2012

300: Ayumi Tachihara - Ali d'argento




Planet Manga, 1998
(Giappone, Tsubasa, 1997)
Un giorno ci chiameranno: “un gruppo di martiri segnati dalla maledizione” o “gente che ha fatto una strana azione”... “ma quello che abbiamo dentro il nostro cuore rimane pur sempre un sentimento puro.”
(Caporale Daisuke Shibusawa)

 Shibusawa: ha varcatola linea che separe la vita dalla morte.
La "squadra speciale" all'attacco. 
Fin da quando mi ricordo di aver studiato la storia a scuola, ricordo di aver sempre provato interesse per la seconda guerra mondiale. Erano tante le cose che m'incuriosivano ma prima fra tutte c'era il fenomeno dei Kamikaze e cioè gli attacchi suicidi condotti dai giovani piloti giapponesi, su aerei imbottiti di esplosivo, contro la flotta alleata. Credo di non essere stato l'unico a pensare: “Ma questi sono tutti scemi...” o “sono una manica di folli, di esaltati...”. E ho continuato a pensarlo fino a quando non mi è capitato tra le mani questo fumetto meraviglioso.
Ali d'argento mi ha aiutato a comprendere di più le motivazioni di questi giovani soldati giapponesi. Perché leggendo quest'opera non traspare mai odio, violenza, disperazione ma solo amore, sentimento. Sentimento verso i propri cari immenso e profondo, lo stesso provato per il proprio paese.
La storia del caporale Daisuke Shibusawa commuove; siamo alla fine della seconda guerra mondiale quando il caporale prende una decisione: “Madre: ho fatto un passo.” dice il valoroso caporale rivolgendosi all'amata madre. E il passo è quello di diventare un pilota della squadra speciale. Un Kamikaze.
Ma una volta partito per l'attacco suicida, il suo aereo ha un guasto che lo costringe a tornare indietro e a rinviare di qualche giorno il suo appuntamento con la morte, riflettendo così sulle motivazioni e le sensazioni che l'hanno spinto a questa scelta.
Ve lo dico subito, non è un fumetto che fa piangere, nonostante il vortice d'emozioni in cui l'autrice ci trascina, ma è un fumetto che fa riflettere: sulla vita, sui sentimenti ma soprattutto sulla cultura di un popolo che molti anni fa era pronto a morire per il suo paese e che ai nostri occhi è sempre apparso come fautore di un'assurda esagerazione emotiva.
 Daisuke Shibusawa e la signorina Himeko: non si può amare a pochi giorni dalla morte.
In realtà la grande “arma” vincente di questo racconto è proprio il fatto di coinvolgerci e farci capire quest'amore esagerato. L'episodio della moglie di un sergente Kamikaze, che si suicida assieme ai suoi figlioletti per liberare il marito dal loro peso è fortemente rappresentativo così come lo è il commento del protagonista alla tragica notizia che ha colpito il suo compagno di squadra: “Non è stato un suicidio, chiamala determinazione.”
Un Giappone abitato da un popolo intriso di doveri verso il proprio paese. Il senso del dovere che porta alla morte per amore di un paese ma anche per amore dei propri cari. Un gesto agghiacciante ma profondo, in cui si cela un profondo sentimento di libertà, in cui i piloti della squadra speciale, come il caporale Shibusawa, vedono il futuro del proprio paese. Un futuro che non potranno vedere, che non potranno raccontare, un paese che non potranno amare con le stesse intense emozioni con cui stanno vivendo gli ultimi giorni della loro vita.
E Ayumi Tachihara non vuole commentare i fatti, le scelte, i motivi di quello che era il popolo giapponese, ma vuole che sia il lettore a trarne le sue conclusioni. Attraverso un disegno realistico negli scenari e quasi abbozzato nei personaggi, l'autrice ci riempie dei pensieri e delle emozioni di quest'ultimi, pensieri ed emozioni che crescono sempre di più quando la fine s'avvicina.
Ma in questi uomini c'è anche la speranza: molto significativa la sequenza in cui i serbatoi degli aerei, pronti a decollare verso la missione suicida, vengono riempiti per intero nonostante la consapevolezza di compiere un viaggio di sola andata.
Non so che sensazione proverete dopo aver letto questa perla del fumetto giapponese.
Io posso solo dirvi che dopo averlo letto non ho più visto questa gente come pazza o martire.
Ma solo come uomini capaci come noi di amare.
La lettera che parla di morte: moglie e figli del sergente "kamikaze" si sono tolti la vita.

Curiosità: il termine Kamikaze non compare mai nel fumetto e i piloti suicidi vengono sempre definiti con il termine Squadre speciali, ovvero le Tokko (Tokubetsu Kohgeki Tai).
Nel fumetto l'autrice (e non l'autore, come erroneamente segnalato nell'introduzione del volume) fa riferimento ad alcuni fatti storici come quello nell'isola di Okinawa dove, davanti a un contingente americano, tutte le donne si suicidarono per timore d'essere violentate.
Nel fumetto si cita anche una vecchia credenza giapponese secondo cui tutti gli americani hanno gli occhi blu e quindi sono sensibili al colore del mare.

Altre edizioni: Oltre quella consigliata, nessuna. Ma il fumetto si trova facilmente su internet anche se a prezzo raddoppiato (da 13.900 lire 13 euro).

giovedì 25 ottobre 2012

Jac e Ned 15° capitolo: Il ritorno di Cocco Bill.



VIETATO COSARE: il grande Jacovitti all'ingresso del suo studio.

Disegnare Cocco Bill è sempre stato il mio sogno nel cassetto, sin da quando ho iniziato a leggere fumetti. Anche perché fu proprio con il mitico cowboy camomillesco che ho scoperto il fumetto.
I primi lavori che realizzai per Jacovitti avevano proprio Cocco Bill per protagonista ma non corrisposero a una storia a fumetti bensì solo a delle illustrazioni.
In seguito intrapresi l'avventura di Cocco Story che poi dovetti abbandonare per realizzare RAP e per continuare l'attività d'inchiostratore per Jac. Ma, questa volta, dopo tante illustrazioni e pubblicità, finalmente arrivò una storia a fumetti. E niente di meno che Cocco Bill.
La prima tavola di Cocco Bill di quà e di là: a sinistra la versione a matita realizzata da Jacovitti. Nelle nuvolette alcune parole venivano barrate da Franco, questo voleva dire che dovevano
essere evidenziate di più nel momento dell'inchiostrazione.
La gabbia veniva riempita a pennello. I colori sono di Luca Salvagno.
L'artefice di questo ritorno di Cocco Bill fu il grande Sergio Bonelli. Pare che quest'ultimo e Jac si fossero incontrati per la prima volta nel mitico Salone dei Comics di Lucca nel 1992, anno in cui il grande Jac fu premiato con lo Yellow Kid (per i dettagli di questo incontro vi consiglio di leggere il blog Dime Web di Francesco Manetti che all'epoca di Lucca curò la bella mostra dedicata a Jac); da quel momento l'editore milanese avrebbe insistito affinché Franco realizzasse una storia di Cocco Bill unicamente per lui.
Cocco Bill di qua e di là uscì nella collana I grandi comici del fumetto nel 1997.
Iniziammo a lavorarci all'inizio del 1996 almeno per quanto mi riguarda perché ricevetti le prime 13 tavole e la copertina da inchiostrare esattamente il 2 gennaio. A tempo di record le inviai a Franco che puntualmente mi inviò un assegno di 350.000 lire: 25.000 a tavola. Eravamo ben lontani dai compensi iniziali e la cifra era veramente bassa (anche se non ho mai saputo il compenso di Jac per quel lavoro) ma non ho protestato neanche una volta con lui. Ho sempre fatto ciò che mi chiedeva, spesso anche gratis. A me andava bene così. E poi i soldi non erano il vero problema di questa storia a fumetti appena iniziata. I veri problemi erano due: la fretta che mi metteva Jac nell'inchiostrare e soprattutto il suo stile, purtroppo in fase di declino.
Tavola 27 di Cocco Bill di quà e di là. Come scritto, Jac ultimamente usava aiutarsi con la matita, usata in
tutta la sua carriera unicamente per costruire la prospettiva. In questo caso non ha ripassato la matita col
pennino più sottile ma ha preferito lasciare a me completare la vignetta. Come potete notare ho mantenuto
l'inquadratura scelta da Jacovitti, prendendomi qualche licenza nella versione definitiva.
Erano evidenti fin dalle prime tavole diverse caratteristiche che alteravano il suo fantastico stile degli anni passati: bocche super labbrose, sorrisi stampati su molti oggetti (come sul cappello di Cocco Bill e sulle tende indiane), a volte si potevano riscontrare delle sproporzioni tra il volto e le mani di Cocco Bill. Insomma un Jacovitti non in forma. Dal canto mio, cercavo di tenere il ritmo di Franco e, dove era possibile, rimediare alle varie sviste (ma era difficile, perché non potevo cancellare le tracce di pennino e poi Franco se ne accorgeva), pertanto dovetti abbandonare il pennino per il rapidograph, meno efficace ma più veloce. Ma ero felice di una cosa: Franco mi promise che questa volta avrebbe fatto di tutto affinché venissi menzionato nell'albo. Wow!!!
In queste buste intestate, Jacovitti era solito mettermi l'assegno per il lavoro fatto su Cocco Bill di quà e di là. La prima busta, in alto, indica un pagamento, credo fosse per la seconda tranches di tavole.
La seconda busta invece conteneva l'assegno per il pagamento delle prime 14 tavole più la copertina.
Contemporaneamente realizzavo il fumetto RAP (e non vi nascondo che a questo tenevo di più) quindi potete immaginare il tour de force in cui mi lanciai. Poi naturalmente c'era sempre qualche disegnetto qua e la che Franco mi chiedeva di fare. La tavole da fare erano in tutto 95. Il 15 febbraio mi arrivarono le tavole dalla numero 14 alla numero 20. A fine settembre (tenendo conto che nei mesi di giugno e luglio Jacovitti non lavorava in quanto si trasferiva nella sua casa a Forte dei Marmi) mi arrivarono le tavole dalla numero 59 alla numero 72.
Per problemi inerenti all'età e alla vista, Franco aveva incominciato a realizzare delle tracce di matita (ricordatevi che il maestro disegnava direttamente con il pennino) per aiutarsi nell'impostazione delle vignette e dei personaggi. Ricordo che, una volta inchiostrate le prime tavole, non cancellai le tracce della matita e lui nella spedizione successiva mi regalò una gomma gigante (era grande quanto un panetto di burro) “ordinandomi” di cancellare tutte le sue “matitate”.
Dimenticavo che tra di noi c'erano 600 km di distanza. Io ritornai a Lecce in quanto ciò che percepivo da Jac non era sufficiente per mantenermi in una Roma che diventava sempre più cara. Quindi comunicavamo via telefono e via corriere espresso con cui Franco m'inviava le tavole.
Prima della fine del 1996 avevamo bell'e finito e nel maggio del 1997 il fumetto uscì nelle edicole di tutta Italia.
E aprendolo vi trovai la mia prima delusione dall'inizio della nostra collaborazione: il mio nome non veniva menzionato, ma quello del colorista, Luca Salvagno, si. Ci speravo davvero e rimasi profondamente amareggiato.
Mentre realizzavo questa storia in realtà dentro di me sentivo che l'entusiasmo iniziale, l'euforia pazzesca, unica, meravigliosa provata negli anni passati veniva inesorabilmente a mancare.
Jacovitti era solito inviare questi disegnini fatti su fogli Fabriano F2, quasi a mò d'incoraggiamento .
In questo particolare caso, m'inviò una mega gomma per cancellare le tracce di matita dalle tavole. 

300: Maurizio Colombo e Giovanni Bruzzo - C'era una volta a New York (Mister No)



Sergio Bonelli Editore, 1999
(Italia, C'era una volta a New York, 1999)
Questi soldi sono sporchi! E bisogna che siano toccati da mani sporche quanto loro!”
(Frankie “Messacantata”, dando la mazzetta a un poliziotto)

Una suggestiva tavola di Jerry con il
suo mentore Frankie "Messacantata".
Maurizio Colombo e Giovanni Bruzzo.
Maurizio Colombo è uno sceneggiatore fuori dagli schemi; lavora come redattore alla Sergio Bonelli, dove ha iniziato scrivendo le sue prime cose per Zagor, Nick Raider e Mister No, fino a creare, in tandem con Mauro Boselli, la serie mensile Dampyr, il cui ultimo numero sceneggiato credo risalga al 2006.
Ma, in oltre vent'anni, mentre i suoi colleghi scrivono di continuo storie a cadenze mensili o bimestrali, lui se ne sta tranquillo, pacato, nel suo piccolo ufficio di via Buonarroti, accerchiato da libri, fumetti, fotocopie di tavole originali, e scrive sul suo computer.
Con un piccolo particolare: non scrive più storie a fumetti.
Ed è un vero peccato perché è come se Colombo, come sceneggiatore, avesse una marcia in più in quanto riesce a costruire storie di grande fascino utilizzando tematiche già ampiamente sfruttate nei fumetti.
C'era una volta a New York rappresenta un perfetto esempio di quello che ho appena detto. Colombo costruisce un affascinate e nostalgico viaggio di Jerry Drake (Mister No) nella propria infanzia, vissuta nella zona nord di Manhattan nelle vicinanze di Harlem. Siamo nella seconda metà degli anni '30 e il giovanissimo Jerry vive la sua vita in mezzo a teppistelli di mezza tacca e senza futuro. Vedrà il suo miglior amico venir ucciso da un balordo, aspirerà a diventare un gangster come il suo mentore, riuscendo a capire da sé quale sarà la giusta strada da percorrere. Il tutto narrato sull'onda dell'amarcord da un Jerry adulto che ripercorre i posti della sua movimentata giovinezza.
Molti avranno da ridire su questa mia scelta. Sento già i fan puristi di Mister No e del suo creatore, Guido Nolitta (Sergio Bonelli) urlare a squarciagola che avrei dovuto inserire in 300 alcune tra le più note avventure di Jerry Drake, tipo Il Re del Sertao oppure la fascinosa Magia Nera.
Ma la storia di Colombo è trascinante, senza cadute di ritmo e, se vogliamo, fondamentale per capire le origini di un personaggio così fuori dagli schemi come Mister No.
In essa confluiscono tutte le passioni cinematografiche dello sceneggiatore che ne fanno quasi un film prestato al fumetto, tanto che i riferimenti al cinema sono evidenti fin dal titolo; dai film di Leone alle pellicole gangster hollywoodiane, passando per i classici del cinema muto come Ali di William Wellman che accresce la passione dell'aviazione nel giovane Jerry.

La morte dell'amico Pete, colpito vigliaccamente da uno dei balordi della storia di Colombo e Bruzzo.
Ma quello che veramente colpisce è la galleria di personaggi che Colombo imbastisce in quasi trecento pagine, tra i quali spicca il miglior cattivo dal cuore d'oro degli ultimi tempi, Frankie “Messacantata”, un sorta di Robin Hood che non perdona gli infami e protegge gli indifesi; e poi Treno il boxeur da strada dotato di grande umanità, i fratelli Jenkins, tre carogne cha gareggiano per brutalità e viscidume, la zia di Jerry che aspetta con ansia il fratello combattente nella guerra di Spagna (sbandierata fin dalle prime vignette) e deve sopportare un marito poliziotto violento e “incorruttibile” e, infine, l'aspirante genio musicale Ray Dubois che accompagna questo amarcord con note di musica jazz. E la musica è un elemento importante in questa storia dove riecheggia spesso la mitica When the Saints Go Marching In che il nostro canticchia anche quando viene frustato dallo zio manesco, come antidolorifico.
E in un'avventura così ricca di azione ed emozione non poteva mancare l'amore del piccolo Jerry per Lizzie, amore non corrisposto come la maggior parte degli amori giovanili, pieni di delusione e rancore che il nostro si porterà dietro non senza una buona dose di risentimento.
I disegni di Giovanni Bruzzo fanno il resto, ricostruendo perfettamente l'atmosfera retro da film gangsters e immergendo il lettore in quel tanfo nauseante tipico dei quartieri popolari della grande mela.
Uscita come speciale fuori collana questa storia si stacca nettamente dalle altre dell'eroe ecologista a cui siamo abituati offrendoci una storia tra le migliori di casa Bonelli degli ultimi anni. Un vero e proprio affresco storico che una volta letto non si dimentica. Così come non si dimentica l'urlo di Jerry alla morte del suo mentore di strada, capace di una sola parola: papà!
La povera e sfortunata Lizzie Jenkins la prima cotta del piccolo Jerry Drake.

Curiosità: Il gangster Frankie “Messacantata” è ispirato all'attore Christopher Walken ma la risata è palesemente rifatta sul modello Jack Nicholson/Joker. Il sicario mafioso Carmine detto Zanzara ricorda invece il personaggio di Mabuse del fumetto L'uomo di Chicago di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini.

Altre edizioni: Nessuna, purtroppo, oltre quella consigliata.


mercoledì 24 ottobre 2012

Jac e Ned 14° capitolo: Ballate metropolitane



Il grande Jac con il numero 0 di RAP fresco di stampa.
L'esperienza con i disegni di Jacovitti finalizzate ai gadget mi insegnò una cosa molto importante: Jacovitti non riusciva a comunicare con i giovani. E la cosa è buffa dal momento che da un fumettista della sua portata ci si aspetta il contrario. Eppure Franco rimaneva legato un po' ai gloriosi anni del fumetto italiano negli anni '60, quando comunicava con le giovani masse attraverso un potentissimo strumento come il diario Vitt, che era presente nello zaino o cartella dell'ottanta per cento degli alunni italiani.
Ma i tempi, si sa, cambiano (meno male) e cambiano anche le necessità, le mode e i mitici diari di Jacovitti vennero surclassati dalle nuove tendenze degli anni '80, che si orientavano più sullo Snoopy di Schulz e il Lupo Alberto di Silver. I diari di Jac uscivano ma erano dei punti in mezzo alla folla. Il periodo in cui andai alla scuola elementare proprio non mi ricordo di aver visto un suo diario. Era anche il periodo in cui Franco si allontanò di più dal fumetto (o meglio dire fu messo da parte) per lavorare di più in pubblicità, fino alla riabilitazione completa avvenuta al Salone dei Comics di Lucca nel 1992, anno in cui iniziò il nostro sodalizio.
Ma nonostante questo, notavo che Jac non riusciva a creare qualcosa destinato ai giovani, ai loro nuovi gusti, qualcosa in cui potessero riconoscersi.
Cover dei numeri 0 e 1 di RAP, usciti rispettivamente nel 1996 e nel 1997.
Fu così che mi venne l'idea di RAP; pensando unicamente ad un modo per avvicinare Jacovitti al pubblico dei più giovani. La musica rap andava forte, la street art era ormai un fenomeno ben consolidato e l'idea di trasferire vermi, salami e dadi in un simile contesto mi piaceva.
Serviva solo un personaggio e qualche comprimario e soprattutto dovevo decidere che tono dare a questa serie.
Lo sfigatissimo rapper Rex-J.
Al tempo mi piacque molto uno dei personaggi minori di Jacovitti, Joe Balordo, detective privato che più sfigato non si poteva. Passava le sue avventure cercando sempre di rimediare qualche pupa invece di procacciarsi qualche caso interessante e Jac l'aveva disegnato con una buona dose di humor ed erotismo. Ecco quindi che nella testa mi cominciò a frullare l'idea di un rapper nato sfigato, che si aggirava per le luride strade del Bronx cercando di rimorchiare qualche battona a basso costo. Ma naturalmente gli veniva rifilato un bel due di picche oltre al fatto d'essere continuamente oggetto delle percosse di due bande rivali: Le Tigri Meccaniche e i Corvi Spennati. Aveva un socio in affari, il nero Black Out (con cui organizzava qualche concerto abusivo) e una tipa, Pupa Girl, a cui faceva la corte assiduamente senza ottenere il minimo risultato positivo. Insomma più sfigato di così non poteva essere: Rex-J era nato.
Una striscia tratta dal n. 1 di RAP, Hog City.
Ne parlai con Franco il quale mi diede carta bianca. Realizzai quello che sarebbe stato il numero 0, ovvero una quarantina di strisce di grande formato, disegnate con pennini Brause 511 che riproducevano benissimo il tratto di Jacovitti.
Restava il problema di chi l'avrebbe pubblicato, ma con il nome di Jac non avrei avuto particolari problemi. Si fece avanti una casa editrice guarda caso della mia città, Balocco editore, che in quegli anni, siamo nel 1996, aveva intrapreso un esperimento originale: realizzare un'agenda sul cinema, la Cine Agenda, e una sul fumetto, la Data Comics. E devo dire che uscirono due bei prodotti, distribuiti in tutta Italia e con un buon successo.
Mi proposero di pubblicare RAP con loro e di farlo uscire nel prossimo Salone di Lucca. Jacovitti fu d'accordo e RAP numero 0 vide la luce.
Formato più o meno tascabile, 36 pagine in bianco e nero, spillato con cover a tre ante, l'albo si presentava decentemente, tirato nelle solite mille copie ma regolarmente distribuito in tutte le fumetterie. A Lucca vendemmo circa 160 copie.
Al numero 0 fece seguito il numero 1, dal titolo Hog City e ci furono diverse riviste (non specifiche di fumetti) che parlarono di RAP: Musica di Repubblica, Guerrin Sportivo, ecc.. dopo di che RAP uscì di scena e i motivi furono diversi.
Roma, maggio del 1995. Cena con i soci dello Jacovitti Club in cui Jac mi presenta a tutti come il suo allievo e collaboratore (ormai da circa tre anni) e parla della prossima pubblicazione di RAP. 
In primis la poca collaborazione di Jac, impegnato nel Cocco Bill per la Sergio Bonelli. In effetti Franco rimase un po' spiazzato da quest'opera di mia creazione, nonostante fu lui a dare vita al personaggio di Pupa Girl e fu sempre lui a scegliere RAP come nome per la serie. Ma la vedeva come qualcosa di anomalo nella sua carriera, io invece la vedevo come un'opportunità di farsi apprezzare dal pubblico giovane che correva dietro alle figurine di Lupo Alberto. Ma Jac non collaborò granché e da solo (testi, disegni, copertine e quant'altro) non riuscivo a tenere dei ritmi che garantissero un lavoro fatto bene.
Jacovitti nel suo studio autografa le copie del n. 0 di RAP per il Salone dei Comics di Lucca.
Le avventure di Rex-J rappresentarono un'occasione d'avvicinamento dell'arte di Jac ai giovani. Un'occasione mancata. 

martedì 23 ottobre 2012

300: H.G. Oesterheld e Alberto Breccia – Sacrificio alla Luna ( Mort Cinder)



Imago Libri, 1977
(Argentina, Sacrificio a la luna (El vitral) 1963)
Furono abbastanza pietosi da colpirli al cranio prima di scaraventarli fuori bordo.”
(Mort Cinder, descrivendo i mercanti di schiavi)


Héctor German Oesterheld e Alberto Breccia.
Fu davvero una bella iniziativa, da parte della Imago Libri, quella di pubblicare le avventure di Mort Cinder. Bei volumi cartonati, di grande formato e con una stampa su carta patinata che rendeva giustizia ai disegni di Alberto Breccia.
Eh già, Alberto Breccia. Ricordo come se fosse ieri la mia seconda volta al Salone Internazionale dei Comics di Lucca, nel 1991.
La fiera si teneva nel palazzetto dello sport su due piani. Ero con il mio amico Alessio Lega, che prima d'intraprendere la strada della musica era uno studente della Scuola del Fumetto di Milano. Guardavamo la fiera dall'alto proprio come si guarda una partita di calcio in tribuna e tra gli stand si aggirava Alberto Breccia. Insomma se una simile personalità si aggira per una fiera, il minimo che t'aspetti e vederlo braccato in ogni momento dai fans. Zero. Nessuno lo fermava, neanche per chiedergli un autografo. Alessio desolato commentò: “Incredibile, Breccia è lì che si aggira per gli stand e nessuno che se lo caga!”. E viene da chiederselo il perché, quando si parla del più grande disegnatore di fumetti in assoluto. Non è un'esagerazione, credetemi.
Breccia ha disegnato e sperimentato tecniche varie come nessun altro ha mai fatto: in bianco e nero, a colori, con la mezza tinta, con le tempere, con l'acquarello, addirittura con i collage.
Sempre con risultato a dir poco sbalorditivi.

L'immensa arte di Alberto Breccia.
Ancora non mi credete? E allora procuratevi immediatamente questo magnifico volume e cominciate a sfogliarlo senza leggerlo. Arrivate alle sequenze della battaglia delle Termopili, realizzata quasi trent'anni prima della più ben nota opera di Miller, e forse vi renderete conto di quello che ho detto. Roba da farti incazzare, perché dentro di te pensi: “Ma si può fare di meglio?”
E non è tutto perché le quattro storie racchiuse in questo volume, Sacrificio alla luna, La nave degli schiavi, La tomba di Lisis e La battaglia delle Termopili, portano la firma ai testi di Hector G. Oesterheld.
Praticamente in un sol libro si ha la fortuna di avere le vette più alte del fumetto sudamericano e non solo. É come ritrovarsi in un prato sterminato e trovare due quadrifogli.
Breccia: atmosfere, profondità ed espressioni ineguagliabili.
Le avventure di Mort Cinder hanno sempre inizio con un oggetto che appare nel negozio di Ezra Wilson, un antiquario che accoglie il nostro Mort nel suo negozio e ascolta i suoi racconti. Mort è un uomo che è morto e risorto un'infinità di volte ed è stato testimone di avvenimenti che hanno cambiato la storia: dalla costruzione di Babele, alla seconda guerra mondiale questo personaggio sinistro, dolce e tormentato ha lo stesso stato d'animo dei suoi autori che lo fanno viaggiare nel tempo attraverso delle storie intrise di un'atmosfera veramente unica, dovuta al sublime disegno di Breccia che, come ricordava Oesterheld, possiede una quarta dimensione di suggestione.
Suggestione che si avverte in ogni singola vignetta in cui Mort Cinder percorre episodi gloriosi, come la battaglia delle Termopili, e vergognosi come la tratta degli schiavi, episodio davvero toccante e commovente in cui Mort assiste alla violenta estrazione di un popolo dalla propria terra.
Gioco di ombre, di prospettiva, d'atmosfera: Mort Cinder ed Ezra Wilson.
Di Mort Cinder Breccia, nella sua bio-introduzione in cui racconta la sua vita, ricorderà che il fumetto trascorse sulle pagine della rivista Misterix senza infamia e senza lode, morendo nel più oscuro anonimato.
E allora oggi è doveroso procurarsi questo strepitoso capolavoro, leggerlo, osservarlo accuratamente, lasciarsi coinvolgere dai viaggi nel tempo di Mort Cinder e soprattutto cercate di non aprire troppo la bocca quando leggete, perché i disegni di Alberto Breccia lasciano letteralmente a bocca aperta.
In quel giorno a Lucca nel palazzetto dello sport fermai Breccia. Mi feci tre foto con lui, comprai un libro di Mort Cinder, gli chiesi un autografo e lui oltre a quello mi realizzò un disegno.
E da quel giorno, il libro è qui, nella mia biblioteca, gelosamente custodito come un oggetto prezioso.
Ezra Wilson me lo comprerebbe sicuramente. Ma un simile tesoro non ha prezzo.
 Ezra Wilson modellato sul volto del suo creatore grafico.
Curiosità

Breccia modellò il volto di Ezra Wilson sul proprio volto. Per ogni tavola di Mort Cinder, riceveva un compenso di 1500 pesos.

Edizione consigliata

Questa della Imago Libri, come dicevo all'inizio del post, è davvero una bella edizione: cartonata, di grande formato e con una stampa che (non si capisce se la cosa è voluta) permette di vedere tutte le pennellate di Breccia. 


Altre edizioni

Sicuramente, se non doveste trovare quella consigliata (di facile reperibilità nelle fumetterie e su internet), va benissimo anche la bella edizione integrale dell'editore Comma 22 pubblicata nel 2008 e il volume Mort Cinder, allegato al quotidiano La Repubblica nella serie I Classici del fumetto di Republica – serie oro.
Inoltre di Mort Cinder esiste un'edizione integrale della Glenat Italia pubblicata nel 1988 e il tascabile Oscar Mondadori, Gli uomini dagli occhi di ghiaccio del 1974.