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lunedì 28 gennaio 2013

300: John Byrne e John Romita Jr – Iron Man, Lampi di guerra



Marvel Italia - Marvel Heroes book 3, 1997
(USA, Iron Man - Armon Wars II, 1990)
Ho vissuto e combattuto per tanto tempo, finché una scheggia di granata vicino al cuore mi ha costretto a mettere questa piastra pettorale, costringendomi a diventare Iron Man... Ma non credo che tutto questo mi abbia reso cosciente della mia stessa mortalità...”
(Tony Stark)

La forza di Iron Man nell'essenziale ma
energico tratto di John Romita Jr.
John Byrne e John Romita Jr.
Non dev'essere facile essere un figlio d'arte. Dev'essere come trascinarsi dietro un gran fardello per tutta la propria carriera, un fardello da cui non riesci a liberarti o che gli altri sono sempre pronti a ricordarti.
Di esempi del genere il cinema e la musica sono pieni; nel fumetto, invece, ce ne sono molti meno. Penso a Sergio Bonelli, figlio di Gianluigi Bonelli, che se l'è cavata egregiamente e forse anche a Massimo De Vita, figlio del bravissimo e dimenticato Pier Lorenzo.
Ma se proprio devo pensare a un disegnatore di fumetti figlio d'arte, allora posso fare un solo nome: John Romita Jr.
Proprio lui, il figlio di John Romita Sr., ovvero l'artista che più di tutti ha rinnovato l'Uomo Ragno e che senza dubbio ancor oggi risiede nel ristretto Olimpo del comics supereroistico insieme a “Big” John Buscema, Neil Adams e naturalmente Jack “The King” Kirby.
Capirete, quindi, l'enorme peso che deve aver sentito su di sé il giovane John quando decise di seguire le stesse orme paterne. Chiunque, come lui, l'avrebbe sentito, inutile negarlo. Sulla carta il giovane Romita non aveva solo un cognome ingombrante ma anche un nome identico a quello del noto genitore; eppure John Jr. è stato un uomo acuto, si è mosso in modo intelligente ed è stato molto bravo: è riuscito a staccarsi completamente dal modo di disegnare del padre, creando uno stile tutto suo, nuovo, fresco, dotato di una sintesi inusuale per i comics fatti d'eroi con super poteri.

Laser contro Iron Man in una delle tante belle sequenze realizzate da John Romita Jr.
Dopo l'esordio nel 1977, Romita Jr. si afferma proprio grazie all'Iron Man scritto da David Michelinie, per poi raggiungere il culmine della sua abilità prima su Amazing Spiderman, poi con il bellissimo Devil: L'uomo senza paura scritto da Frank Miller; continua poi disegnando alcuni tra i principali personaggi Marvel, fino a diventare senza alcun dubbio il disegnatore simbolo degli anni '90.
Una delle sequenze finali della saga.
Riprendendo in mano un personaggio come Iron Man, il giovane artista sferra uno dei colpi migliori della sua carriera (anche se, onestamente, è difficile dire oggi quale sia, di tutti, il suo colpo migliore), in primis per l'eccellente qualità dei disegni e poi per la bellissima storia scritta da John Byrne, al tempo in gran forma per rinvigorire il Marvel Universe.
In questo bel volume intitolato Lampi di guerra, assistiamo a uno dei momenti migliori dell'intera storia editoriale di “Testa di ferro”, in cui il talento di questi due autori non conosce confini. Siamo all'inizio degli anni '90 e Byrne ha da poco rinvigorito un personaggio come Superman, limitandone in parte i poteri e facendolo apparire molto più umano e vulnerabile.
Anche con Iron Man l'autore inglese ci presenta un supereroe più vicino all'uomo, con tutte le sue debolezze e incertezze ma che non demorde davanti alle difficoltà, che riesce a vincere i suoi nemici, anche grazie all'aiuto dei compagni più fidati. Questi nemici che, grazie ai disegni di John Romita Jr., restano impressi nella memoria del lettore; come Titanium, una sorta di gigantesco “Iron Man” sovietico, il Laser Vivente alias Arthur Parks, folle scienziato che innesta dei laser all'interno del proprio corpo, i gemelli Desmond e Phoebe Marrs, due magnati della finanza che cercano di distruggere l'eroe creato da Tony Stark e Fin Fang Foom, il dragone orientale che Byrne genialmente ripesca tra i nemici passati di Iron Man, a cui Romita Jr. dedica alcune delle tavole più belle e maestose di questa saga. Una saga che per metà è dominata dal nemico più famoso del nostro eroe, il Mandarino, di cui seguiamo in parallelo la personale vicenda di conquistatore della Cina, paese immenso che, braccato dal dominio proprio del Mandarino, si vedrà costretto a chiedere aiuto al solo eroe capace di aiutarlo.
Duecento intense pagine che si leggono avvertendone tutta la drammaticità ma che, sopra ogni cosa, si guardano con stupore, ammirando un supereroe che, per lo stile con cui è disegnato, si stacca nettamente da un genere da sempre contraddistinto per un eccessivo virtuosismo artistico.
Nei disegni di Romita Jr. assistiamo infatti a un ritorno all'essenziale, fatto di pochi ma decisivi tratti che delineano perfettamente i personaggi e privi di quell'esplosione energica tipica di un fumetto d'azione; le sequenze delle battaglie si alternano a quelle dedicate all'introspezione con un ritmo perfetto, come se da una sinfonia di Mozart si passasse a un pezzo hard rock senza rischiare distrazioni, anzi restandone sempre più avvinti.
Tutto questo accadeva più di vent'anni fa; anni indimenticabili per il fumetto americano.

Iron Man - Lampi di guerra mette in evidenza il potere ma anche la debolezza di Tony Stark.

Curiosità: L'intera saga in originale era intitolata Armon Wars II. Il titolo del volume consigliato Lampi di Guerra fu scelto dalla Marvel Italia per l'edizione Italiana. È suddivisa in nove capitoli.
Byrne ha voluto che il nome di John Romita Jr. fosse posto prima del suo in quanto riteneva che gran parte della riuscita dell'opera fosse per merito del giovane artista.
I disegni di Romita Jr. sono inchiostrati da Bob Wiacek; il disegno in copertina del volume consigliato è di Mark D. Bright.

Altre edizioni: in volume, che mi risulti, oltre a quella consigliata, non ve ne sono. Tuttavia la saga può essere anche recuperata nei vecchi volumi Play Press.


mercoledì 23 gennaio 2013

300: Art Spiegelman – Maus



Einaudi, 2000
(USA, Maus, 1986)
Ahimé! Temo proprio di non capire.”
Sì… Auschwitz nessuno può capire.

(Dialogo tra Art e suo padre)

Un'illustrazione tratta da Maus.
Art Spiegelman
C'è qualcosa di nuovo che io possa aggiungere o dire a proposito di Maus? Non credo. Sul fumetto scritto e disegnato da Art Spiegelman non credo si possa aggiungere qualcosa in più rispetto a quanto artisti, scrittori, critici, semiologi, filosofi e quant'altro abbiano già detto in quasi trent'anni di elogi, stampe e ristampe, articoli, convegni, dibattiti e via dicendo.
Forse mai un fumetto, anzi un fumetto del circuito indipendente, alternativo, è stato così elogiato e osannato come Maus, a tal punto che quando pronunciamo questa parola, “Maus”, non ci vengono in mente né i topi né l'accessorio simbolo del mondo informatico. Quello a cui pensiamo immediatamente è l'inquietante tragedia dell'olocausto narrata da Art Spiegelman. Una tragedia familiare che riguarda i suoi genitori, mamma Anja e papà Vladeck: ed è proprio ai ricordi tragici di quest'ultimo che il giovane Art si affida per narrare uno dei tanti orrori, forse il più malvagio e spietato, che l'essere umano sia riuscito a compiere.
Ma non preparate immediatamente i fazzoletti perché non leggerete di certo un'opera dalla facile e stucchevole commozione. Spiegelman non punta a questo; anzi è pronto a mettere in gioco se stesso e il suo rapporto con il padre, un uomo che racconta la tragedia senza quasi mai lasciar trapelare alcun emozione.

La bandiera con la svastica: l'inquietante minaccia nazista sta per abbattersi sul popolo ebraico. 
Ma Art fa di meglio: realizza dei disegni che non hanno niente a che fare con la bellezza artistica; tratto underground che sembra quasi uscito da un Tijuana Bible, rigorosamente sporco e solo apparentemente semplice.
In realtà le immagini di Maus sono molto complesse, piene di soluzioni originali e con delle immagini che riescono a infondere nel lettore quel senso d'angoscia che solo chi ha vissuto quei drammatici momenti può capire: l'immagine dell'arrivo nel campo di concentramento di Auschwitz è di un'efficacia pari alla geniale soluzione di raffigurare gli esseri umani come figure antropomorfe (gli ebrei come topi e i nazisti come gatti). Ma il fumetto di Spiegelman rappresenta anche la lunga e miserevole vita quotidiana degli ebrei, perseguitati e venduti per un chilo di zucchero, costretti a vivere, in dodici o anche più, in una misera stanza, sempre con la paura di fare la fine dei loro simili, uccisi barbaramente ed esposti in pubblica piazza come esempio intimidatorio.
Esempi di questa crudeltà ormai ne abbiamo visti, e di continuo, attraverso documentari, romanzi, racconti, film eppure Maus rimane, forse, l'opera che meglio è riuscita a raccontare una tragedia così assurda e spietata, di cui molti sopravvissuti non sono poi riusciti a sopravvivere ai loro incubi (come Anja, la madre di Art) e chi l'ha fatto tenta ancora di trovare delle risposte a una serie di domande che restano il tormento di tutta una vita.

In marcia verso Auschwitz: nessuna via di scampo per gli ebrei.
Quindi cos'altro potrei dire riguardo a un'opera così pura e vera se non quello d'incitarvi immediatamente alla lettura di questo capolavoro? Ma forse le mie poche parole d'illustre sconosciuto non vi convincono, perché in effetti di olocausto se ne parla talmente tanto che spesso si ha voglia di non sentire.
Allora forse le parole di un grande scrittore, amante dei fumetti, come Umberto Eco possono convincervi del tutto:
Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d'amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell'Europa orientale, in cui questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico.”
Maus è vera magia ma Spiegelman non è un prestigiatore; qui non siamo di fronte a un'illusione ma d'avanti a un'atroce realtà, raccontata con un'onestà disarmante, struggente e soprattutto vera.

Arbeit macht frei-Il lavoro rende liberi: così l'infame scritta all'ingresso di Auschwitz accoglieva il popolo ebraico disegnato da Spiegelman con le fattezze dei topi e riservando al crudele nemico nazista quelle del gatto.

Curiosità: Il fumetto è diviso in due parti: Mio padre sanguina storia, composto da sei capitoli, e I miei guai cominciano adesso suddiviso in cinque capitoli. La prima pubblicazione di Maus va dal 1980 al 1990 sulla rivista Raw fondata dallo stesso autore con la collaborazione della moglie. Tuttavia Spiegelman ci stava lavorando già dagli anni '70.
Maus ha vinto il prestigioso premio Pulitzer (citazione speciale) nel 1992.
La mamma di Spiegelman, Anja, morì suicida nel 1968.

Altre edizioni: Quella consigliata è la migliore in quanto vi è una traduzione più curata a cura di Cristina Previtali e riunisce i due libri originariamente pubblicati separatamente dalla Milano Libri negli anni '80 (e di più difficile reperibilità). Inoltre anche la collana I classici del fumetto di Repubblica ha dedicato un volume a Maus nel 2004, pubblicando però solo il primo libro.


lunedì 21 gennaio 2013

300: David Lapham – Fortuna che ho lei (Stray Bullets)



Panini - Cult Comics, 2000
(USA, Stray Bullets, 1996)
Quand'ero piccola, mia madre a notte fonda entrava nella mia stanza... che dividevo con mia sorella... e scoppiava in un pianto isterico alle tre del mattino di un giorno di scuola... Ci sbatteva giù dal letto costringendoci a pulire casa. È così che sono diventata una criminale.”
(Amy Racecar)

Beth cerca di ammaliare Orson.
David Lapham
Gli USA e il loro mito da sempre ci affascinano. Pur con tutte le loro contraddizioni, il popolo d'oltre oceano ha nel nostro immaginario un posto speciale. Pensateci: siamo cresciuti (parlo di chi come me è nato nei '70 ma credo che anche generazioni precedenti e successive possano confermarlo) a pane e cowboy, eroi intergalattici, Charlot, Via col Vento, Elvis, Happy Days, i Peanuts, Dawson's Creek e via dicendo; questi personaggi sono riusciti a emozionarci nonostante ci abbiano fornito una visione della vita sdolcinata, come il mitico sogno americano che tanta musica, tanti film e naturalmente tanti fumetti ci hanno fatto conoscere.
Ma contemporaneamente c'erano anche i “ragazzacci cattivi”, cioè quei registi, artisti e musicisti che narravano l'altra faccia degli USA e più passavano gli anni più la folla di ragazzacci aumentava tanto che oggi il sogno americano è calato notevolmente. Anche se alcuni di questi l'hanno vissuto alla grande: pensiamo a Quentin Tarantino, tanto per dirne uno, che da commesso di video store è divenuto in pochi anni uno dei registi di culto del nuovo millennio grazie alle sue storie pulp degli anni '90. E non cito a caso il nome del noto regista americano perché a volte viene accostato al quello di David Lapham, un artista che ha iniziato la sua carriera nel mondo dei comics nella Valiant, per poi passare alla DC Comics per, infine, stancarsi e decidere di aprire una propria casa editrice, El Capitan Book e pubblicare un fumetto di cui potesse gestire tutte le fasi senza nessun condizionamento. E il giovane artista venticinquenne fece centro alla grande con una delle serie più belle e toste del fumetto indipendente USA.

Amy Racecar conosce un solo linguaggio: e lo conosce molto bene!

Stray Bullets uscì nel 1995, con il classico formato comic book e successivamente venne ripreso in volumi che racchiudevano i primi albi. Tra quelli usciti in Italia, scelgo il secondo, Fortuna che ho lei perché ritrae quella provincia americana misera, perversa e strafottente; lontana cioè anni luce dall'american dreams con cui la civiltà occidentale è cresciuta.
Le cinque storie che compongono il volume narrano senza pudore e censura un mondo che sembra essere un dietro le quinte di quello apparentemente reale. In realtà le trame ordite da Lapham sono talmente assurde da risultare surreali, quasi una sorta di commedia umana che non fa altro che raccontare le vicende tremendamente realistiche di un mondo isolato, popolato da personaggi che cercano di sopravvivere alla monotonia e all'irregolarità. Assistiamo quindi all'isteria di Beth verso il fidanzato Orson, un tizio dall'aria innocente e sfigata; alla loro compagna di sventure Nina, sballata e costantemente “nel pallone”; al provinciale Nick, sbruffone che si vanta di essere un casanova rincorso dai creditori; a Amy Racecar una tipa tosta, abile con la pistola, che si stanca della città e sceglie la provincia americana secondo lei molto più tranquilla.

La provincia americana di Lapham: desolazione e qualche festa per dimenticare la triste routine giornaliera.
E attorno a questi protagonisti disadorni ruotano dei personaggi secondari ancor più squallidi come gli amici di Nick costantemente a caccia di buone occasioni per farsi qualche donna anche a costo di dover usare metodi poco ortodossi. In questo piccolo mondo governato dal sudiciume e dall'ignoranza gli eroi non esistono, esiste solo gente che cerca di superare o di convivere con le proprie nevrosi e le proprie insicurezze. Insomma, delle “pallottole vaganti” come dice il titolo della serie, sparate dalla vita in un mondo in cui sembrano non riuscire a trovare una collocazione.
E Lapham rende tutto più vero e perverso con il suo stile fresco, il suo ottimo bianco e nero contraddistinto da grosse e talvolta sporche pennellate che delineano in maniera rozza i protagonisti: nessuno ha tratti gradevoli e durante la lettura si riesce persino a percepire quel senso di sudiciume intriso di desolazione e violenza radicata in questi personaggi che sembrano in cerca di un posto adatto a loro e che forse non troveranno mai. Eppure sono riusciti a trovarlo al loro autore.
David Lapham il suo posto nel mondo dei comics se l'è degnamente riservato. E la sua provincia misera e perdente, una volta letta, rimane impressa.
Brutti, sporchi e cattivi: i personaggi di Stray Bullets nelle pennellate di David Lapham.

Curiosità: Le storie contenute nel volume consigliato sono: Fortuna che ho lei, Ventotto tizi di nome Nick, Arriva il circo, Amicizia e Accoppiamenti stupefacenti o accoppiamenti sotto stupefacenti.
La moglie di David, Maria è co-creatrice della casa editrice El Capitan Books.
Per Stray Bullets, Lapham ha vinto due Eysner Awards nel 1996 e nel 1997.

Altre edizioni: Oltre quella consigliata, la Panini Comics ha pubblicato il seguito delle storie nel volume Sex & Violence. Le prime storie furono pubblicate in un volume di grande formato, L'innocenza del nichilismo, dalla Magic Press.

venerdì 18 gennaio 2013

300: Alex Toth – The Complete Classic Adventures of Zorro

Image Comics, 1998
(USA, The complete classic adventures of Zorro, 1958)


Alex Toth è il più grande disegnatore del mondo.”
(Giancarlo Berardi in Ken Parker - La terra degli eroi, 1995)

 Toth: il geniale uso della silhouette. 
Un giovane Alex Toth negli anni '50.
Quando decisi di realizzare “300” ero consapevole che avrei avuto a che fare con autori e artisti di grande talento: eccelsi talvolta nella tecnica, talvolta nello stile, alcuni bravissimi, altri semplicemente sublimi, insomma, parliamoci chiaro, in oltre cento anni di comics i grandi artisti di certo non mancano.
Naturalmente la domanda che ci poniamo è sempre una: si può decretare l'eletto, colui che è il più grande di tutti? Onestamente non credo proprio.
Potrei dire Herriman, ma poi mi domanderei se non sarebbe stato più giusto scegliere Kelly o Watterson. O potrei dire Caniff, pentendomi di non aver prediletto Raymond, Kirby, Breccia o Eisner. O forse Tezuka, considerato il Dio dei manga? In realtà bisognerebbe fare anche una distinzione: miglior disegnatore, miglior sceneggiatore, miglior autore completo. Ma questa distinzione non aiuta, anzi, rende la scelta ancora più ardua.
Però voglio azzardare. Voglio azzardare e scommettere su un artista che è stato un vero innovatore, che ha influenzato e continua imperterrito a influenzare tutti noi artisti, ancora oggi, forse più di prima. Se devo giocare d'azzardo lo faccio e dico che Alex Toth è il più grande disegnatore di fumetti che i comics abbiano mai avuto. E non stupitevi se non ho menzionato un nome tra quelli fatti prima; Herriman rappresenta senza dubbio la massima espressione poetica dei comics, così come Raymond e Caniff divisero l'America con i loro stili, e Kirby rimane insuperabile quando si tratta di eroi in calzamaglia e super poteri.
Alex Toth è un artista che ha disegnato praticamente di tutto: dagli adattamenti di noti telefilm americani agli storyboard per Hanna e Barbera; dalle sue splendide reinterpretazioni di super eroi come Conan, Batman, Black Canary e via dicendo ai generi fumettistici più svariati come il western, l'horror, il giallo, l'action, l'avventura, il rosa, la fantascienza. E la cosa che davvero sorprende di quest'artista è l'innovazione artistica apportata di continuo e visibile in ogni storia da lui realizzata. Per Toth non credo fosse importante a chi fosse indirizzato il fumetto; lui per ogni tavola sfoderava nuovi stili, nuove trovate grafiche e compositive, inquadrature mai viste prima e naturalmente la sua grande arma, quella che gli rende a pieno titolo lo scettro di miglior disegnatore: la sintesi.
Il dinamismo, l'azione e il sorprendente uso dell'inquadratura, hanno fatto di Toth il disegnatore più studiato. 
Presumo che tutti i miei colleghi conoscano la sintesi di Alex Toth. Quella sintesi che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera e che è già visibile nel suo adattamento di Zorro, per la Walt Disney. L'impero formato da zio Walt produsse, negli anni '50, il celebre telefilm con Guy Williams nei panni del giustiziere mascherato ed è proprio a questa serie che Toth s'ispira per quello che rimane (almeno da noi in Italia) il suo fumetto più famoso.
Un'illustrazione di Zorro realizzata da Toth
negli anni '90. Segno e ombre impeccabili.
Bianco e nero: uno dei tanti biglietti da visita
del grande artista americano. 
Di Zorro è stato detto e fatto di tutto fin dai tempi della sua prima apparizione negli anni '20 ma quello che riuscì a fare Toth per quello che in realtà era un semplice adattamento destinato ai ragazzi fu davvero miracoloso. Perché il geniale artista, tavola dopo tavola, sfodera una tecnica all'avanguardia, lontana anni luce da tutti i fumetti pubblicati in quel periodo e incomincia a mostrare la sua sintesi unita a un gioco delle inquadrature e del chiaroscuro davvero memorabili; celebre l'uso e l'amore di Toth per la silhouette di cui egli stesso ebbe a dire: “Per dare profondità a una vignetta, usare un nero pieno come colore naturale, aggiungere un’ombra, stabilire livelli differenti di profondità dal primo piano fino agli sfondi in campo lungo. Per creare effetti misteriosi, nascondere qualcosa agli occhi del lettore, o rivelarla. E’ uno strumento grafico potentissimo.
Certo il lettore ragazzino non poteva rendersi conto di avere qualcosa di epico e unico tra le mani ma basterebbe sfogliarlo oggi per rendersi conto del lavoro realizzato da Toth. E i testi non sono altro che un di più, perché credetemi, Zorro disegnato da Toth si divora unicamente con gli occhi. Sembra di essere sul set di un grande film ma con un qualcosa che il cinema non riesce a dare. Le caratterizzazioni dei personaggi sono davvero splendide, a cominciare da Don Diego de la Vega modellato sul volto di Williams e a quella del paffuto Sergente Garcia fortemente espressivo sotto il segno di Toth.
Credetemi, quando sfoglierete questa raccolta, tenendo a mente che fu realizzata tra il 1958 e il 1961, probabilmente capirete perché Toth è il disegnatore più amato dagli addetti ai lavori e, incredibile a dirsi, il più sconosciuto al grande pubblico italiano.
In Italia, a parte qualche storia breve pubblicata da Mondadori, Comic Art e KP Magazine, nessun volume è stato mai dedicato ad Alex Toth, morto nel 2006 mentre lavorava chino sul suo tavolo da disegno. Forse sarebbe ora di rimediare e di far conoscere sul serio il suo lavoro.
Nelle mie esperienze d'insegnamento nei vari corsi e scuole del fumetto usavo spesso far copiare le tavole di Toth agli allievi, cercando di fargli carpire il tratto ma soprattutto la sua geniale sintesi.
"Elimina quello che è superfluo e non necessario, rendi tutto credibile e impara come una cosa è costruita; e non avrai difficoltà a disegnarla".
Parola di Alex Toth, il più grande di tutti.
Un mirabile esempio della sintesi di Toth: segno modernissimo contrapposto a fluide pennellate e neri pieni.

Curiosità: I testi delle avventure di Zorro disegnate da Toth sono di Eric Freiwald e Robert Schaefer e perlopiù si rifanno alle storie del vecchio serial televisivo targato Disney.
Man mano che le storie di Zorro vanno avanti, come nella storia breve Little Zorro, il tratto di Toth raggiunge un livello di sintesi fantastico; grazie anche al piccolo protagonista che nei pennelli di Toth acquista grande espressività.
In origine, prima di Toth, a disegnare le avventure di Zorro fu chiamato Hugo Pratt il quale declinò l'offerta.
Introduzione al volume di Howard Chaykin.

Altre edizioni: Beh, quella consigliata è a opera della Image Comics: è fatta bene, buona stampa ed essendo in lingua originale si trova quasi unicamente su internet o nelle fumetterie specializzate in fumetti d'importazione. Sempre la Image aveva già realizzato un paio di volumi con l'opera completa e sempre con l'introduzione di Chaykin.
In Italia, negli anni '90, la Disney pubblicò in quattro albi seriali sul tipo bonelliano le avventure di Zorro disegnate dal grande artista americano, a colori con le cover realizzate da Marcello (disegnatore della Bonelli) e con una stampa che peggio non poteva essere usata per svalutare il disegno del grande artista.
Raccomandazione importante: Toth va gustato in bianco e nero. 

300: Carlos Trillo e Carlos Meglia – Cybersix Vol. 1

Eura Editoriale, 1998
(Italia-Argentina, Cybersix, 1992)


Non sono un essere umano.”
E chi se ne frega? Io ti amo!”
Ma non ti rendi conto che è come amare una lucidatrice?”
(Dialogo tra Cybersix e Lucas)

Una bella tavola di Carlos Meglia.
Carlos Trillo e Carlos Meglia.
Uno sceneggiatore come Carlos Trillo ha tutto il diritto di entrare in una biblioteca essenziale del fumetto. È un nome davvero forte il suo, che vanta collaborazioni con i migliori artisti del mondo dei comics: Alberto ed Enrique Breccia, Horacio Altuna, Jordi Bernet, Domingo Mandrafina, Edoardo Risso e molti altri che hanno disegnato i suoi personaggi e le sue storie scolpendole indelebilmente nella storia delle nuvole parlanti.
Trillo era un autore eclettico che spaziava tra i vari generi con un professionismo fuori dal comune: dall'avventura a carattere storico di Alva Major, al dramma giornalistico di El Loco Chavez, passando per i siparietti erotici di Chiara di notte a quelli grotteschi di Uscita di sicurezza, fino al dramma quotidiano di Come la vita. Tutte opere meritevoli d'essere lette e ammirate.
Ma forse la grande ammirazione che nutriamo per Trillo, la dobbiamo a uno dei suoi fumetti più belli e riusciti, quel Cybersix che entusiasmò i lettori italiani negli anni '90 “costringendo” l'Eura Editoriale a far passare il fumetto di Trillo dalle poche pagine del settimanale Skorpio a quelle numerose di un albo mensile completamente dedicato alla bella e sensuale cyber-eroina.
Ma Cybersix non testimonia solo il talento narrativo di Trillo; è il vero e proprio trionfo artistico del grande Carlos Meglia che proprio con quest'opera sbalordisce i suoi lettori con uno stile che coniuga perfettamente fumetto realistico e cartoon, giungendo ad esprimere una personalità che lo contraddistinguerà nel tempo spianando la strada a generazioni di giovani artisti.

Carlos Meglia: talento artistico e dinamico sono alla base della riuscita di Cybersix.

I disegni di Meglia delineano i personaggi della serie in cui si muove Cybersix, unica sopravvissuta di una serie di bimbi clonati dal perfido ex scienziato nazista Von Reichter; la nostra eroina vive nella città di Meridiana sotto le sembianze maschili di Adrian Seidelman, introverso e timido professore di letteratura che ha un solo e vero amico: Lucas Amato, giornalista e direttore del quotidiano “The Indipendent” e innamorato perso di Cybersix (e all'oscuro della sua doppia identità).
Ma non sono da meno gli altri personaggi come il clone di Von Reichter, Joseph, un nanerottolo sempre affamato di sesso, l'assistente del malvagio scienziato nazista Krumens e la bella Lori Cadenas, allieva del professor Seidelman e innamorata di lui senza speranza.
Il fumetto di Trillo e Meglia non si limita ad essere un fumetto ben scritto e disegnato con una galleria di personaggi esilaranti; Trillo dissemina qua e là continue citazioni a noti scrittori come Ira Levin, Mary Shelley, Stephen King ma soprattutto si diverte, grazie al bellissimo personaggio di Miao Yoshimoto, investigatore privato col pallino dei fumetti assunto da Von Reichter, che innamoratosi della bella Cyber sogna di farne la protagonista dei suoi fumetti; e in una sequenza bellissima vediamo Cybersix disegnata nello stile di Caniff, Pratt, Solano Lopez, Barks ed Hergè.
E se le trame all'apparenza possono risultare grottesche, vi garantisco che trattano temi che, se non fosse per il tratto quasi umoristico di Meglia, risulterebbero molto realistici, compreso l'amore quasi impossibile tra Lucas e Cybersix; insomma un perfetto mix di cultura e umorismo che non disprezza velleità erotiche (le provocanti nudità della bella eroina) e orrorifiche.
Uno dei migliori fumetti sudamericani degli ultimi vent'anni che è riuscito a procacciarsi una bella fetta di pubblico nostrano in un decennio in cui il marchio Bonelli aveva monopolizzato le edicole di tutta Italia.
Ma Cybersix è un esempio di cosa possono fare due menti come quelle di Trillo e Meglia, apparentemente così lontane eppure in perfetta sintonia artistica.
La stessa che ci ha fatto amare quest'originalissima serie.

L'amore quasi impossibile tra Cybersix e Lucas. Tra i tanti ostacoli i due riusciranno anche ad avere un figlio. 

Curiosità: La trama di Cybersix fu pensata da Trillo già nel 1984. È curiosa l'incredibile somiglianza dell'idea che sta alla base di Cybersix con il serial fantascientifico interpretato da Jessica Alba, Dark Angel in onda dal 2000 al 2002. Il volume consigliato contiene le prime due avventure: Fantastica creatura della notte e I presidenti preferiscono le bionde.
Tra i vari assistenti di Carlos Meglia vi è anche Edoardo Risso

Altre edizioni: Oltre a quelle seriali dell'Eura, anche la Coniglio Editore ha riproposto in volume le avventure di Cybersix nel 2009


domenica 13 gennaio 2013

300: Dino Battaglia – Moby Dick



Le Mani Comics, 1997
(Italia, Moby Dick,1967)
Ancora nulla!... Ma anche in capo al mondo ti scoverò!”
(Il capitano Achab)

La potenza di Moby Dick splendidamente
resa dal genio di Dino Battaglia.
Dino Battaglia
Ci sono classici della letteratura che, francamente, per essere adattati a fumetti, o per il piccolo e grande schermo, richiedono davvero un gran bel coraggio.
Dino Battaglia nel 1968 ha avuto lo stesso coraggio del capitano Achab a cacciare la balena bianca più famosa del mondo. E dico coraggio perché quando si pensa a un romanzo come Moby Dick di Herman Melville, bisogna tener conto che stiamo parlando di quello che, forse, è il più grande romanzo americano di sempre. Quindi qualsiasi riduzione rischia di diventare ridicola o insulsa, o noiosa.
Ma se nel romanzo di Melville, Achab spingeva incauto la sua nave in mezzo alle onde dell'Atlantico, nella sua riduzione a fumetti il timone della nave è governato unicamente da Dino Battaglia che, come il protagonista della sua trasposizione, è incurante del rischio di una simile impresa. Il grande autore veneziano riduce il testo letterario (articolato e complesso) all'essenziale e fa un uso limitato del dialogo perché è consapevole che la sua vera arma è riposta nella sua formidabile e inimitabile tecnica artistica.
In sole trentuno tavole è concentrata una forza artistica ed espressiva pari alla forza fisica scatenata dalla balena bianca in pieno oceano. Un oceano che Battaglia tratteggia con un'oscurità tenebrosa (tipica di molte sue opere future), un'oscurità da cui emerge maestosamente Moby Dick con la stessa intensità inquietante di un fantasma che appare nel buio.
Battaglia disegna e racconta la paura e l'angoscia dei marinai in mare, il loro essere inermi di fronte a una simile creatura ma, soprattutto, racconta la fermezza e la follia di un uomo che è disposto a morire pur di sconfiggere la balena bianca; il volto tormentato di Achab, le sue rughe, le sue espressioni testimoniano l'uomo solo, torturato nell'animo, ossessivo nei confronti del suo nemico cetaceo della cui ferocia porta addosso i segni.
Il capitano Achab incita il suo equipaggio; lui ha solo un obiettivo: trovare e annientare la balena bianca.
Una ferocia che Battaglia dipinge magistralmente nelle sequenze dell'attacco della balena al Pequod, la nave in cui viaggiano Achab e compagni, con una furia che risalta in maniera stupefacente nelle tavole dell'autore, che, proprio in occasione di questa trasposizione definisce lo stile cupo, giocato su bianco, nero e grigio, che lo renderà famoso e importante.
Fin dalle prime sequenze veniamo introdotti in un periodo storico (siamo nella metà dell'ottocento) in cui troviamo un Battaglia a suo agio nel creare immagini efficaci grazie a quella forza visionaria per la quale, in tutta la sua carriera, non ha mai sbagliato un colpo.
Moby Dick è senza dubbio il suo primo capolavoro; un fumetto che si guarda e che si rischia di non leggere. Ma Battaglia ha sempre parlato attraverso le sue immagini; fin dalla prima vignetta di quest'opera, dove una serie di gabbiani in volo precede l'arrivo del giovane Ismaele (uno dei marinai al servizio di Achab) a New Bredford, dove riusciamo a sentire il profumo del mare, a calarci in queste immagini di superba bellezza, restandone, ancora una volta, incantati.
Ne sono state fatte parecchie di riduzioni a fumetti del romanzo di Melville, comprese quelle di casa Disney; ma nessuna, e sono pronto a ribadirlo ovunque, non riesce a eguagliare l'immensità artistica di Dino Battaglia.
Del resto lui è proprio come Moby Dick: maestoso.
La superba arte di Dino Battaglia: una vera e propria immersione da parte del lettore nelle sue atmosfere. 

Curiosità: Moby Dick di Battaglia fu realizzato per la mitica rivista Sgt. Kirk di Florenzo Ivaldi. Alla fine della storia vi è una tavola intitolata Caccia alla balena, in cui vengono illustrati brevemente gli aspetti tecnici delle baleniere e le varie specie di cetacei presenti nell'oceano.
Splendida l'edizione consigliata; pubblicata su carta a grammatura pesante (per non tradire gli originali di Battaglia realizzati su carta Shoeller) presenta un ottimo apparato critico e storico a cura di Alberto Becattini inerente la storia del romanzo, i vari sfruttamenti cinematografici, televisivi e fumettistici e una biografia dell'artista.

Altre edizioni: Come quella consigliata non ce ne sono. Comunque gli Editori del Grifo riproposero il capolavoro di Battaglia in un'edizione senza infamia e senza lode nel 1986.

giovedì 10 gennaio 2013

300: Grant Morrison e Dave McKean – Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo


Play Press, 1997
(USA, Arkham Asylum: A Serious House on Serious Earth, 1989
)
Lasciarsi è un po' morire, tesoro!”

(Joker a Batman)

Grant Morrison e Dave McKean.
Forse mai un'opera a fumetti è stata così oscura e tetra come questa scritta da Grant Morrison.
Ci sono gli splendidi colori di Dave McKean per carità, che in tutta quell'oscurità risaltano come un sole di notte, ma resta il fatto che l'oscurità è la vera protagonista di questo grande cult del fumetto con protagonista l'uomo pipistrello.
L'oscurità lo ha sempre accompagnato fin dalle sue prime avventure tanto da divenirne un'amica, quasi una complice. Ormai siamo abituati a vedere un Batman che convive con la sua doppia personalità; quella di paladino della giustizia e difensore dei deboli e quella del suo lato oscuro, tenebroso che ritorna sempre a galla nei momenti più travolgenti della vita di Bruce Wayne.
Lui ha paura del suo lato oscuro e quest'angosciante sentimento è presente fin dalle prime pagine: “Quando sarò dentro quel manicomio e il portone si chiuderà alle mie spalle... sarà come essere di nuovo a casa!” esclama Batman confidandosi con l'amico Jim Gordon. La sua paura di varcare le porte dell'Arkham Asylum è reale. Ma lui è Batman, ha delle responsabilità e quel posto è pieno di criminali psicopatici da lui sconfitti che ora si sono impadroniti del manicomio e lo vogliono lì con loro; soprattutto il suo nemico di sempre, Joker. Lui sa come ferire l'animo del cavaliere oscuro. Lui conosce il suo tormento, la sua anima divisa a metà.
Quando Batman entra ad Arkham, anche noi entriamo con lui nell'oscurità; quando rivede i suoi storici nemici sa di intraprendere un viaggio da cui potrebbe non ritornare. Lui non ha paura di morire. Ha paura delle sue emozioni; è consapevole che lo possono tradire in ogni momento nel suo breve ma nello stesso tempo interminabile viaggio nei meandri di Arkham. L'incontro con Faccia di Creta, lo Spaventapasseri, il Cappellaio Matto e altri nemici storici sembrano quasi delle inevitabili tappe di un percorso nel quale il nostro tormentato eroe viene spinto da un'inevitabile confronto psicologico.
Un esempio del magistrale talento grafico di Dave McKean: le tonalità variopinte di Joker si contrappongono a quelle oscure di Batman: il criminale accetta la sua folle natura, l'eroe ha paura di scoprirla. 
E mentre Batman fa i conti con il suo lato oscuro, assistiamo con dei flashback alla tragica storia di Amadeus Arkham il fondatore del manicomio, anche lui intrappolato nella sua triste infanzia incapace di liberarsi dai suoi atroci segreti; segreti oscuri che lo porteranno a essere lui stesso un ospite del tetro manicomio da lui fondato.
Ed è proprio nella stanza segreta di Amadeus, in cima alle torri di Arkham, che termina il viaggio di Batman; un viaggio che porterà il nostro a sconfiggere l'ennesimo criminale psicopatico e ad abbandonare il manicomio lasciandosi i suoi più grandi nemici alle spalle: Due Facce (la cui moneta ha deciso le sorti dell'uomo pipistrello) ma soprattutto il Joker che lo rassicura quasi amorevolmente: “E non dimenticare che se le cose dovessero diventare insopportabili... Qui c'è sempre posto per te!”
Morrison, scozzese neanche trentenne, riesce a sfruttare tutte le infinite possibilità che un personaggio come Batman riesce a offrire: avvia l'uomo pipistrello nel suo viaggio più cupo, accentuandone la psiche, il tormento, ma soprattutto l'angoscia di scoprire la sua vera natura; crea una fiaba moderna (con tanto di citazioni da Alice nel paese delle meraviglie) e inquietante che a distanza di oltre vent'anni non ha perso un grammo della sua drammaticità.
L'oscurità è l'elemento dominante e McKean riesce a rappresentarla in una maniera quasi psicotica e forse realizza il suo lavoro più bello almeno dal punto di vista narrativo: accentua la cupezza di Batman disegnandolo quasi sempre in ombra, confuso nell'oscurità di Arkham mentre gioca egregiamente sul personaggio di Joker: Le tavole in cui i due si confrontano, in cui McKean esalta il verde dei capelli e il bianco volto del criminale su un blu notturno e tetro, sono dei capolavori artistici che lasciano letteralmente stupefatti.
Con Arkham Asylum, Morrison e McKean sono riusciti a delineare e raccontare Batman con una versione più adulta e sincera della sua personalità. Ma soprattutto sono riusciti a trascinarci nell'oscurità di un mondo irreale, quasi un incubo a occhi aperti.
Siamo lontani anni luce dai fumetti dell'uomo pipistrello degli anni precedenti. Qui si parla di psiche, di personalità diverse, di inconscio in cui non esiste l'infallibilità ma solo la paura; e i due autori ci presentano un Batman che ha paura. Come tutti gli esseri umani.
Un capolavoro epocale e dunque imperdibile.

La sofferenza dell'uomo pipistrello è presente in tutto il racconto insieme all'altra vera protagonista: l'oscurità.

Curiosità

A quasi venticinque anni di distanza, Arkham Asylum continua a essere citata e osannata: I recenti film di Batman diretti da Chris Nolan hanno senza dubbio omaggiato l'opera di Morrison e McKean a cui è stato anche dedicato un videogioco.
Alla fine del racconto, in modo inedito e particolare vengono presentati i protagonisti della storia.


Altre edizioni

personalmente ho scelto l'edizione Play Press perché rispetta il formato del comic book americano, ma sono anche consapevole che è reperibile a prezzi alti in quanto al tempo fu pubblicata in una tiratura limitata.
Ma vanno bene (anche perchè più abbordabili) le recenti edizioni realizzate rispettivamente da Planeta De Agostini e soprattutto Lion-RW Edizioni che presenta un volume di grande formato e con quasi trecento pagine; tenendo conto che il fumetto è lungo poco più di cento pagine, il resto è stato utilizzato secondo le nuove mode degli editori e cioè riempire i volumi di sketch, sceneggiature e qualsiasi contenuto speciale avesse a che fare con l'opera. Proprio come un dvd.