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sabato 10 ottobre 2015

300: Enrique Breccia – La guerra della Pampa

Editiemme, 1980
(Argentina, La guerra del desierto..., 1973-76)
Fu un congedo senza parole, quando la sagoma di Nicasio e del suo cavallo fu definitivamente scomparsa nella penombra, il vecchio si strinse dentro il poncho e si addormentò con un solo pensiero: fra poco, quando inizierà la battaglia, mi farò uccidere in prima linea...”
(Dal racconto El amigo)

Un giovane Enrique Breccia.
Essere figli d'arte è veramente difficile. Soprattutto se tuo padre si chiama Alberto Breccia. Che sarebbe come dire, facendo un paragone con un altro ambito artistico, di essere figli di Leonardo Da Vinci o Pablo Picasso. Un talento geniale come quello di Alberto Breccia nasce una volta ogni chissà quanto e capolavori come Mort Cinder, Perramus o I miti di Chtulhu sono lì, ancora oggi e più che mai, a testimoniarcelo. Quindi presumo che dev'essere stata dura per il figlio del grande Alberto emergere con una figura paterna artisticamente così ingombrante.
Ma il giovane Enrique non demorde e, proprio in coppia con il padre Alberto, lascia subito il segno con una “famigerata” biografia a fumetti del rivoluzionario Che Guevara, opera perseguitata dal regime e, negli anni a venire, diventata subito un cult.
Stilisticamente (e intelligentemente) si distacca dallo stile paterno e incomincia un suo personale percorso artistico sia come disegnatore di storie altrui (pensiamo al famoso Alva Major realizzato in coppia con lo sceneggiatore Carlos Trillo) sia come autore completo, e tutt'oggi è artisticamente molto attivo sia per il mercato francese che quello italiano grazie alla Sergio Bonelli Editore che gli ha affidato la realizzazione dei suoi due personaggi più famosi: Dylan Dog e Tex.
Due bellissime tavole in cui emerge lo stile originale ed efficace di Enrique Breccia.
Il suo stile realistico, fitto di tratteggi e che ricorda solo vagamente il padre Alberto, ne ha fatto un maestro del fumetto; ma c'è stato un periodo, verso gli anni '70, in cui Enrique alternava ai suoi lavori più popolari uno stile sperimentale; del resto il figlio di un grande autore come Alberto Breccia di certo non poteva non tentare qualche azzardo in campo artistico.
I cinque racconti racchiusi in questo volume della Editiemme rappresentano una delle punte più alte della sua carriera oramai quasi cinquantennale. In questi cinque racconti c'è un Enrique Breccia impegnato, sia politicamente ma soprattutto artisticamente; l'autore racconta la sua terra, l'Argentina, la sua indipendenza, la conquista degli immensi territori della pampa abitata dagli Indios. Enrique usa il punto di vista degli oppressi e descrive tutto con una spietata violenza che viene leggermente esorcizzata dalla fortissima personalità del suo segno. Ed è in questo che sta il punto di forza di questa bellissima opera, in cui ogni vignetta ha la stessa levatura di un'opera esposta in un museo, grazie soprattutto all'uso magistrale del bianco e nero: l'immensità della pampas è definita da un'enorme spazio bianco che ne simboleggia la luce del sole; e quest'ultimo viene spesso rappresentato con una forza grafica che rappresenta il torrido calore che si spegne in un tramonto oscuro e misterioso. E il caldo della pampas è ben rappresentato dall'autore argentino sui volti dei suoi personaggi, sulle mani rugose e venose di questi.
Enrique Breccia, maestro del bianco e nero. 
Il talento artistico di Enrique Breccia si vede soprattutto nelle sequenze di battaglia; nessuna spettacolarizzazione, ma solo i personaggi definiti dalle pennellate che sembrano vere e proprie coltellate d'inchiostro sulla carta; sembra quasi di vedere non solo la rabbia degli oppressi ma anche quella del suo autore che si schiera dalla parte di questi ultimi. Nel racconto finale, ambientato in Algeria, Enrique descrive gli orrori di cui è capace l'essere umano; il suo disegno non entra nei dettagli ma l'orrore per quello che sta accadendo è costantemente nell'aria.
Enrique Breccia mette la sua anima di artista in questi cinque racconti; nessuno sembra ricordarseli più ma questa manciata di pagine bastò a far capire al mondo dei comics che Enrique Breccia non era solo il figlio del grande Alberto Breccia ma era un autore capace di sperimentare, di raccontare e di disegnare in un modo del tutto originale, coniugando il fumetto con la pittura e raccontando attraverso delle immagini che hanno il peso di opere d'arte.
E come Alberto Breccia, che con le sue immagini ogni volta stupiva l'intero mondo dei comics, Enrique riuscì a stupire tutti, raccontando la sua terra con originale espressività.
L'essenzialità artistica di Enrique Breccia

Curiosità

I racconti presenti nel volume sono: La guerra del deserto, 1870 il ritorno, L'attesa, El amigo e Algeria 1959. I racconti furono pubblica ti tra il 1972 e il 1976; in Italia furono pubblicati dalle riviste Linus e Alter Alter.


Edizione consigliata e altre edizioni

Il volume consigliato fu pubblicato dalla casa editrice Editiemme nel 1980: formato grande, cartonato e con carta patinata a grammatura pesante.
Pare che a breve sia prevista la ristampa in un volume brossurato a cura della 001 Edizioni con un interessante apparato critico.


Letture consigliate dello stesso autore.




giovedì 8 ottobre 2015

300: Adrian Tomine - Summer Blonde

Coconino Press, 2003
(USA, Summer Blonde, 1998-2001)
“Pronto... Mi chiamo Neil, ho 34 anni, 1,80, peso normale. Mi interessa... Il cinema, la musica, i viaggi... Qualunque cosa. Oddio sono una frana, mi spiace... Potrebbe cancellare il messaggio?”
(Neil nell'intento di pubblicare un annuncio personale per cuori solitari)

Adrian Tomine
Alcuni artisti hanno il dono della narrazione pur non avendo un talento artistico altrettanto illuminante. Mi riferisco a tutti quegli autori che, alla fine degli anni '90 e con l'inizio del nuovo millennio, sono venuti alla ribalta grazie al fenomeno “graphic novel”, fenomeno che dura tutt'oggi, tra vasti consensi e altrettante critiche. Un paio d'anni fa mi contattarono per realizzare un fumetto e, che ci crediate o no, la parola “fumetto” non è mai stata usata nell'espormi il progetto; il committente usava solo il termine “graphic novel”, questo per farvi capire fino a che punto questo termine, o genere, sia ormai sulla bocca di tutti. Forse per molti dire “graphic novel” significa dare maggior rispetto ad un genere come quello dei fumetti a lungo denigrato.
Una bellissima inquadratura dal racconto Summer Blonde.
Una delle caratteristiche di alcuni graphic novel sembra essere quella di avere una storia interessante sorretta da un disegno che lo è un po' meno. Come mi disse il compianto Sergio Bonelli parlando di graphic novel: “... i disegnirichiedono una certa complicità a cui non sono abituato. A volte idisegni sono solo abbozzati, forse perché per gli autori è moltopiù importante la storia, mentre io, per motivi generazionali, sonopiù legato ai disegni”. Non aveva del tutto torto il grande autore/editore; quando apriamo un albo a fumetti il primo impatto è visivo, osserviamo i disegni di ogni singola vignetta e poi decidiamo se comprarlo. Con i graphic novel non è proprio così. Se dovessimo aprire un graphic di Chester Brown o di James Sturm o di David Small (chi vi scrive è un grande estimatore di tutt'e tre) saremo perlopiù incuriositi ma non completamente presi dai disegni così come ci potrebbe capitare con un albo di Hermann o di Eisner.
I silenzi e gli sguardi sono una caratteristica del racconto di Adrian Tomine.
La prima volta che sfogliai un albo di Tomine provai curiosità. Erano dei racconti contenuti nella raccolta Sonnambulo e altre storie; mi incuriosivano i volti dei personaggi, a volte statici, con lo sguardo spento, triste. Più leggevo e più mi rendevo conto che l'autore raccontava sfruttando le espressioni dei suoi personaggi. E questi ultimi erano perfettamente collocati nelle vignette; gli scenari potevano sembrare didascalici ma erano veri, come le sue storie, che raccontano situazioni puramente quotidiane.
I quattro racconti contenuti nel volume Summer Blonde rappresentano uno dei migliori esempi del nuovo fumetto indipendente americano. Tomine racconta storie ordinarie con un segno grafico ordinario ma di grande efficacia: l'uso dei neri nel racconto Hawaiian getaway è perfetto, capace di creare le giuste atmosfere in cui si muove la protagonista Hillary e il massiccio uso dei retini ha una funzione più coreografica che necessaria alle esigenze dell'artista. Ma quello che più colpisce di Tomine è il suo modo di raccontare le sue storie e di far parlare i suoi personaggi; all'apparenza degli sfigati qualsiasi, dei perdenti che in alcuni casi ottengono una vittoria dal “sapore” amaro, in altri restano imprigionati nella routine quotidiana nella quale sembrano istituzionalizzati. I protagonisti di queste storie sono brutti, depressi, soli, costretti a fare i conti con i successi degli altri (come nel caso del racconto Summer Blonde) e i propri fallimenti. E Tomine, nel raccontare questo microcosmo americano, non usa soltanto la sua abilità narrativa ma cerca di trasferire gli stati emotivi dei suoi personaggi attraverso il suo segno, sicuramente statico ma allo stesso tempo incredibilmente espressivo. E sono diversi, in questi quattro racconti, i momenti molto efficaci in cui Tomine combina le sue intuizioni artistiche e narrative: il finale nella metropolitana in Summer Blonde; gli scherzi telefonici di Hillary ai danni di ignari passanti; la tavola finale muta di Bomb scare e altre sequenze in cui ironia e quotidianità sono in perfetto equilibrio. Il segno di Adrian Tomine vanta una bella sintesi che di certo non è priva di alcuni dettagli che rendono le sue tavole ricche a livello visivo; le inquadrature e i tagli sono ben studiati e perfettamente funzionali ai suoi racconti. E nonostante vi sia una certa staticità nel suo disegno, i suoi racconti sono tutt'altro che statici.
La solitudine di Hillary.
Tomine è uno di quei pochi autori del fumetto contemporaneo che riescono a sorprenderci; come dicevo prima il suo disegno a primo colpo potrebbe far storcere il naso a chi è abituato a un disegno tecnicamente impeccabile e fortemente coreografico, ma in realtà anche un artista come lui riesce a sorprendere e a catturare con le solo immagini: valgano per tutti le sue bellissime copertine per la rivista New Yorker.
Ma prima di tutto Tomine è un autore formidabile: un artista che usa le immagini per narrare; un narratore che fa dei disegni le sue parole.
Il voyeurismo di Neil. 

Curiosità

I quattro racconti presentati nel volume consigliato furono pubblicati su alcuni numeri del comic book Optic Nerve auto prodotto dallo stesso Tomine: Alter ego nel n. 5, Hawaiian getaway nel n. 6, Sumer blonde nel n. 7 e Bomb scare nel n. 8.
I nonni di Adrian Tomine erano giapponesi e pertanto l'autore è di quarta generazione americana giapponese (i suoi genitori trascorsero la loro infanzia in un campo di internamento giapponese durante la seconda guerra mondiale).
Gli autori che più l'hanno influenzato sono gli indipendenti JamieHernandez e Daniel Clowes.

Edizione consigliata e altre edizioni

Una buona edizione questa della Coconino, risalente al 2003: brossurata con sovracopertina e buona qualità di stampa.
Nessun'altra edizione italiana.

Letture consigliate dello stesso autore