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giovedì 7 novembre 2013

I libri di Giancarlo Berardi e il buon soldato Švejk

Prologo

Un bel primo piano di Ken Parker realizzato da Milazzo in occasione della sua visita a Lecce 1991.
Da ragazzino non amavo particolarmente leggere. Giocavo a calcio e a nascondino, scambiavo le figurine Panini, guardavo Star Trek, i cartoni giapponesi; insomma mi piaceva tutto ma non i libri, che proprio non m'attiravano.
Poi scoprii i fumetti e la mia passione per il calcio e le telecronache delle partite domenicali alla radio come d'incanto svanì per sempre, tanto che ancora oggi credo di essere uno di quei pochi italiani che non seguono le partite o fanno il tifo per qualche squadra.
Dopo la mia scoperta, iniziai a leggere, leggevo fumetti e davvero parecchi: non è che semplicemente mi piacesse leggerli, più che altro il fumetto mi aveva letteralmente stregato; ma devo precisare che ero attirato dal fumetto di fattura più classica rispetto a quello che stava rivoluzionando gli anni '80. Leggevo Gordon, Phantom, Tex Willer, Mandrake, tutti quelli che oggi, ma anche venticinque anni fa, venivano considerati per vecchietti. E, se da un lato amavo leggere e disegnare fumetti, i romanzi invece continuavano a non attirarmi: ero troppo preso dai comics, mi attiravano peggio di una calamita, non pensavo ad altro. Giravo l'allora scarna città di Lecce per trovare qualche fumetto che non fosse il soliti Tex, Topolino ecc... In edicola si riuscivano a trovare degli albi di Andrea Pazienza, Vittorio Giardino, ma erano autori che ancora non m'interessavano o che non conoscevo. Ero un classicista, un sessantenne nel corpo di un quattordicenne. Anche quando vidi il primo albo di Berardi e Milazzo storsi il naso: un segno troppo immediato e quindi non m'invogliava alla lettura. Ero lontano dal concepire il fumetto come un modo per raccontare una storia attraverso le immagini. Per me i fumetti erano il disegno ben fatto, pieno di particolari e virtuosismi tecnici e via dicendo. Il mio vero problema era giudicare un fumetto solo in base al disegno. E se sei fissato con un disegno ultra definito come quello di un Hal Foster, allora un Ivo Milazzo o un Hugo Pratt ti sembrano “tirati via”.
Classico errore del principiante.

Lucca, novembre 1990

Particolare del disegno dedicato da Berardi e Milazzo a mia madre
per la sua collezione di orologi sul tema del fumetto.
Per fortuna arrivò la fiera di Lucca nel 1990. Probabilmente fu in quel magico ingresso, nel tardo pomeriggio all'inizio di novembre, sotto quei meravigliosi alberi mastodontici che formavano una galleria naturale, che ebbi la sensazione che qualcosa in me sarebbe cambiato. Appena entrato nel palazzetto dello sport mi si aprì davanti un mondo nuovo: file di stand piene di fumetti come non avevo mai visto (ricordatevi che venivo da Lecce all'inizio degli anni 90 che, più o meno, voleva dire venire da una cittadina provinciale in mezzo al deserto più assoluto) e autori del calibro di Alberto Breccia che si aggiravano per gli stand. Il megafono faceva continuamente degli annunci e io, sinceramente, ero a caccia di qualche disegno realizzato per me da parte di qualche “big author”. Il primo annuncio che sentii fu qualcosa tipo: Giancarlo Berardi firma le copie di Ken Parker allo stand della Parker Editore!”. Sia io che mio padre, che era lì con me, ci indirizzammo verso lo stand anche se non conoscevo nessuna opera di Berardi. Appena arrivati vedemmo un uomo sulla quarantina o qualcosina di più, barba curata, sguardo intelligente. Era lì chino ad autografare gli albi di Ken Parker che in quel periodo venivano ristampati dalla casa editrice Parker Editore (da lui fondata insieme all'amico e disegnatore Ivo Milazzo) e onestamente non ero ancora consapevole dell'importanza di un personaggio come Ken nella storia del fumetto italiano. Comprai i primi numeri, me li feci autografare e quella sera li lessi più o meno tutti.
Non so come spiegarvi la sensazione che provai leggendo Ken Parker. Ricordo solo che quando arrivai al n. 5, Chemako, sentivo dentro di me come qualcosa di costretto che spingeva per esplodere, una serie di emozioni ancora prigioniere, che ribollivano come un fiume in piena pronto a straripare, ma tenuto ancora a freno negli argini. Oggi posso dire che quella diga fu letteralmente distrutta dalle parole di Giancarlo Berardi. E quello era solo l'inizio del cambiamento.

Lecce, novembre 1991
Un anno dopo


G. Berardi autografa la mia collezione di Ken Parker. Lecce 1991.
In quell'edizione di Lucca, Berardi e Milazzo pubblicizzavano la mostra di Ken Parker, Il respiro e il sogno. Mio padre prese i contatti con i due autori con l'obiettivo di realizzare la stessa mostra a Lecce. Fu così che la mia famiglia e Berardi e Milazzo si avvicinarono. Il progetto della mostra di Ken a Lecce sfumò in quanto lo sponsor non voleva mettere a disposizione la cifra chiesta da i due autori.
Circa un anno dopo mio padre fu contattato da un tizio, il classico tipo dell'imprenditore ignorantello, che però aveva soldi da investire. Il tizio voleva realizzare una linea d'abbigliamento e mio padre gli propose di farla col marchio di Ken Parker. Non era una cattiva idea: la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta avevano rappresentato un piccolo trionfo della moda stile country con le giacche di jeans e accessori El Charro, Sisley (non quella che conosciamo oggi), Winchester, e simili. Realizzare una linea con il logo KP, riprodurre gli splendidi acquarelli di Ivo Milazzo sulle t-shirt a mio parere (e lo dico col senno di poi, dopo aver peraltro anche maturato una certa esperienza nel settore dell'abbigliamento) poteva rivelarsi una carta se non vincente, quantomeno ricca di sorprese. Giancarlo e Ivo scesero a Lecce per parlare col tizio che, detto fra noi, neanche sapeva chi fosse Tex Willer, figuriamoci Ken Parker. In quei giorni non ero a Lecce perché frequentavo la Scuola Internazionale di Comics a Roma, ma per l'occasione i miei mi tenevano informato di tutto. A quanto pare, secondo i ricordi di mia madre, quell'incontro si concluse con un nulla di fatto: Berardi e Milazzo avevano richiesto una cifra che il tizio non si sentiva d'investire. Un vero peccato.
Un bel jeans con l'etichetta disegnata da Ivo Milazzo e con il logo KP al posto di quello Lewis sarebbe stato davvero figo. Al di là di questo, Giancarlo e Ivo con le rispettive compagne (Milazzo in realtà era sposato) passarono dei bei giorni a Lecce e io invidiavo i miei genitori che potevano passare del tempo con loro.
Mia madre ricorda ancora la passione con cui Berardi guardava la nostra bella libreria in ciliegio stracolma di libri. Sempre mia madre mi racconta che Giancarlo e mio padre si soffermarono su un libro di Jaroslav Hašek, Il buon soldato Švejk (feroce satira antimilitarista con protagonista un buffo soldato della prima guerra mondiale) che a Giancarlo piaceva tantissimo. Credo che avesse una collezione di soldati pacifisti e mio padre gli promise di inviarli una delle prime edizioni di quel libro in lingua originale.
In quei giorni, anche se a distanza, Giancarlo mi fece un bel regalo: telefonò a Corrado Mastantuono chiedendogli di potermi ospitare nel suo studio per darmi qualche dritta sulle tavole che realizzavo per la scuola. I consigli di Mastantuono devo dire che mi furono molto utili spianandomi la strada verso quella sintesi che solo un anno prima non avrei minimamente preso in considerazione.

Lecce 11 Maggio 1992
Sei mesi dopo

In quel periodo ero a Lecce intento a realizzare le tavole finali per l'esame del primo anno di scuola del fumetto. Il mio stile non era ancora ben definito e i modelli a cui mi rifacevo erano del tutto sbagliati. Il tempo, l'esperienza e soprattutto i saggi consigli delle persone giuste avrebbero in futuro posto rimedio a queste mie incongruenze artistiche da adolescente.
Erano passati circa sei mesi da quando Giancarlo e Ivo erano stati nostri ospiti a Lecce. In quel periodo era uscito il primo Maxi Tex scritto proprio da Giancarlo Berardi (Oklahoma!), definito da Sergio Bonelli nella sua introduzione al volume “Il principe del fumetto italiano”. Prima di rientrare a Roma, la mia famiglia ed io scrivemmo a Giancarlo e realizzai per lui un disegno del buon soldato Švejk da allegare alla lettera insieme alla prima edizione del libro di Hašek con le illustrazioni di Josef Lada grande illustratore boemo e primo ad aver disegnato Švejk.
Giancarlo fu felice del pensiero e di lì ad un mese ci saremmo incontrati di nuovo, questa volta nella sua Genova.

Da sinistra: Ivo Milazzo, la moglie Cristina, Mia madre (vista di spalle) e Giancarlo Berardi a Lecce nel 1991.

Genova, 26 giugno 1992
Un mese dopo

 Il buon soldato Švejk.
Finita la scuola del fumetto, i miei vennero a prendermi a Roma e tutti insieme partimmo alla volta di Genova a trovare Giancarlo Berardi.
Giancarlo aveva quarantadue anni, era (parlo al passato perché non lo vedo da circa vent'anni) un bell'uomo, barba curata, grande personalità e cultura, insomma un uomo dal fascino intellettuale.
Abitava in una bella strada rialzata, da dove si riusciva ad ammirare gran parte di Genova. Lasciammo il camper in un parcheggio sottostante e ci avviammo verso la sua abitazione.
Disegno del sottoscritto (abbiate pietà, avevo 16 anni) in omaggio a G. Berardi.
Quella di Berardi era una casa aristocratica, molto bella e arredata con gusto. Mi colpirono subito le grandi librerie che occupavano gran parte delle pareti. In un primo momento ci accomodammo tutti nel soggiorno dove faceva bella mostra di sé, da poco dato alle stampe, un Ken Parker in edizione francese nel classico volume cartonato con tavole a quattro strisce. Giancarlo ci disse che insieme ad Ivo si era deciso di far iniziare l'edizione francese delle avventure di Ken dalla quarta storia in ordine cronologico, Omicidio a Washington. Poi mi omaggiò di una copia del volume.
Se ben ricordo era da poco ritornato da un viaggio negli USA e sfilò davanti a noi con un bel cappello Stetson originale (per chi non lo sapesse, uno Stetson è il classico cappello da cowboy che prende il nome dal suo creatore, John Stetson) e con, nientemeno che, un bel Kentucky, il lungo fucile arma prediletta da Ken Parker. Subito dopo Giancarlo ci fece accomodare nel suo studio, il luogo in cui partoriva tutte le storie del suo personaggio più noto. Aveva da poco acquistato un computer (eravamo nel 1992, quindi agli occhi contemporanei sarebbe stato un pc abbastanza jurassico), ma in realtà quella macchina scompariva accanto alle migliaia di volumi che riempivano la sua libreria. Ero già stato in varie librerie e biblioteche ma quella fu la prima volta che venni attratto dai libri. La biblioteca di Berardi era sistemata in maniera precisa e ordinata, con le coste di vari colori che risaltavano meravigliosamente su quei ripiani color legno scuro che sembravano quasi accudire il prezioso materiale contenuto. Ma tutti quei volumi di vari spessori e dimensioni erano la conferma dell'amore che Giancarlo nutriva per la carta stampata; li amava con tutto se stesso, ne parlava in maniera profonda e passionale, con quella carica emozionale tipica di chi scrive vivendo e dando le stesse forti emozioni. Mi parlava di scrittori come Jim Thompson, Raymond Chandler, Ambrose Bierce, Nell Kimball, ma anche di arte, citandomi illustratori che assolutamente non conoscevo. Grazie a Berardi conobbi quelli che oggi sono due tra i miei illustratori preferiti: Norman Rockwell e Lizbeth Zwerger. Giancarlo li adorava. Mi fece notare come il barbone compagno di ventura di Ken nello splendido (KP n. 15) fosse ripreso da uno dei barboni illustrati da Rockwell per le sue cover del Saturday Evening Post e aggiunse in tono ironico ma allo stesso tempo a mo' di ammonizione: “Quando io scrivo sulla sceneggiatura che “tizio” deve assomigliare a uno dei personaggi dipinti da Rockwell o da Rackham e tu mi dici di non conoscerli... beh tu con me non lavori di certo!”.

"Oklahoma", primo dei maxi Tex scritto da G.Berardi. 
Gli brillavano gli occhi mentre sfogliava i suoi volumoni di Norman Rockwell e si divertiva a spiegarmi come Milo Manara avesse ripreso il panneggio a uncino di Lizbeth Zwerger; mi fece vedere le illustrazioni di Roberto Innocenti spiegandomi come l'artista fosse stato rifiutato in Italia e accolto in Inghilterra (un classico del nostro amato bel paese, farsi scappare i grandi artisti) e ancora continuava a parlarmi di artisti anche non famosi; ad esempio ricordo che tirò fuori un volumone di un pittore che per tutta la sua vita aveva dipinto unicamente la donna che amava.
Credetemi, era bellissimo vedere Giancarlo tirare fuori dalla biblioteca i suoi libri d'arte. Li afferrava con tutt'e due le mani, estraendoli con grande cura, li poggiava sulla scrivania e incominciava a svogliarli delicatamente; la cosa che mi stupiva era il pensiero delle innumerevoli volte in cui con la stessa emozione aveva già sfogliato il volume.
Passammo ai fumetti e fu in quel momento che Giancarlo mi fece conoscere Alex Toth. Prese un suo albo in lingua inglese e mi disse: “Questo per me è il più grande disegnatore del mondo!”, aprì l'albo e soffermandosi su alcuni primi piani continuò: “Guarda che espressività, guarda il personaggio, parla solo con lo sguardo...”. Toth diverrà anche il mio artista preferito.
Berardi mentre osserva i miei disegni. 
Berardi mi parlò anche del suo disegnatore umoristico prediletto, quel Dick Brown creatore di Hagar, di cui mi fece vedere un libro con delle bellissime illustrazioni dell'artista americano.
Gli chiesi di Milazzo, come lo collocasse in una sua personale “classifica” di artisti prediletti.“Ivo è uno dei due o tre migliori disegnatori al mondo!” rispose e la loro sintonia artistica era visibilissima già nella nuova storia di Ken Parker, Silenzio Bianco, in cui i due autori, dopo gli ultimi capolavori come Un principe per Norma, Dove muoiono i Titani e Un alito di ghiaccio continuavano il loro splendido connubio artistico.
Giancarlo approfittò dell'occasione per darmi qualche lezione di sceneggiatura e prese proprio quella scritta per Silenzio Bianco aprendo contemporaneamente il primo numero di KP Magazine dove la storia venne pubblicata. Incominciò a spiegarmi il suo modo di usare parole e frasi finalizzati a dare la giusta idea a Milazzo che poi l'avrebbe trasformata in immagine nella tavola definitiva. La prima tavola di Silenzio Bianco mostrava una ballerina che si esibiva in un tipico palco da saloon con una scenografia in cui erano disegnati dei cigni. Sullo sfondo Giancarlo aveva messo le note di una nota sinfonia e mi chiese se ero in grado d'immaginare quale fosse. Onestamente a diciassette anni non potevo ancora vantare un significativo bagaglio culturale, figuriamoci se si trattava poi di musica classica; in quel caso fu mio padre a rispondere, dicendo che si trattava sicuramente della musica di Čajkovskij per Il lago dei cigni, uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX secolo.
Il sottoscritto e Berardi nello studio di quest'ultimo.
Una bella lezione di racconto per immagini.
Come ho detto precedentemente, Giancarlo aveva da poco scritto una storia per Tex, Oklahoma! disegnata da Guglielmo Letteri. Berardi non era per niente soddisfatto del risultato artistico (francamente lontano anni luce da quello che avrebbe potuto fare Ivo Milazzo), mi spiegò che lui era solito inviare insieme alla sceneggiatura dei layout (realizzati dal suo fidato collaboratore Maurizio Mantero) e che aveva fatto lo stesso con Letteri, il quale però, ci fece notare, non aveva per niente rispettato alcune sue indicazioni. Naturalmente Berardi era consapevole del fatto che Letteri era, in ordine cronologico dopo Aurelio Galleppini, il secondo artista di Tex per anzianità di servizio e, presumibilmente, gli venivano concesse licenze che un artista alla sua prima esperienza con Tex poteva sognarsi. A Giancarlo non bastava scrivere la sceneggiatura di una storia, voleva esserne anche il regista, colui che aveva la prima e l'ultima parola su tutto.
Visionò i miei disegni e quello che gli piaceva di più erano i bozzetti. Ero nella fase disegno ultra particolareggiato che Giancarlo non prediligeva particolarmente e cercò di farmelo capire mostrandomi altri fumetti di Toth (andava pazzo per i suoi disegni). Notò che le mie tavole mancavano di documentazione e ricerca. Ricordo che si soffermò sul dettaglio di una pipa e mi disse che anche gli oggetti all'apparenza più semplici, anche se stilizzati nel disegno, dovevano provenire da una fonte reale, ben documentata: “Puoi anche disegnarla con due semplici tratti ma devi documentarti. È molto importante.” E allora la sua passione per i libri lo travolse nuovamente e incominciò a tirar fuori libri iconografici su qualsiasi argomento. Mi ricordo che ne tirò fuori uno sui treni d'epoca e mio padre gli confidò che, se interessato, poteva passargli qualche suo bel libro sui treni. Ma Giancarlo rispose sorridendo: “Li ho, li ho... ho anche dei libri sui rapinatori di treni!”.
Francamente mi chiedevo cosa non potesse avere in quelle splendide librerie, che facevano della sua abitazione una vera e propria bilblioteca.
Lasciammo tutti insieme quel suo mondo di parole e carta stampata e ci incamminammo verso il centro di Genova dove nel frattempo ci raggiunse la sua compagna, Daniela. Arrivati in una delle piazze rimasi colpito da alcune facciate dei vecchi palazzi, dai colori, dai colonnati, insomma dall'architettura in genere. Giancarlo ci vide meravigliati e alla fine ci confidò che i vari colonnati, le balconate con le colonnine e tutto quello che adornava la facciata del palazzo era dipinto e che per un'illusione ottica ci sembrava reale. Era davvero incredibile. Passeggiammo ancora un po' e alla fine andammo a cena in un ristorantino davvero niente male, molto alla buona e continuammo a parlare. Gli chiesi se c'era un suo collega, uno sceneggiatore che stimava e che gli piaceva. Mi confidò che ammirava molto Gino D'Antonio e la sua Storia del west. Poi parlammo di libri e gli dissi che stavo leggendo Il silenzio degli Innocenti di Thomas Harris e lui esclamò: “Bellissimo!”. Giancarlo era un appassionato di giallo e thriller, generi su cui aveva realizzato la sua tesi di laurea e che gli sarebbero tornati utili in futuro per il personaggio di Julia.
Passeggiammo ancora un po' in una Genova notturna e suggestiva. Lui ci propose di prendere un gelato. Voleva portarci in una gelateria (di cui non ricordo il nome) in cui sosteneva facessero dei gelati buonissimi. Appena arrivati esclamò: “Qui fanno il miglior gelato di Genova. Anzi credo di tutta la Liguria!” E poi si lanciò ancora di più sostenendo che fossero i migliori di tutto il nord Italia. Sul fatto che fossero buoni non c'era alcun dubbio.
Ci avviamo sulla via del ritorno. Berardi si fermò in un'edicola e comprò il giornale. Arrivammo sulla rampa di scale che dal parcheggio in cui sostava il nostro camper portava direttamente in via S. Ugo, dove Giancarlo abitava. Ci salutammo dandoci appuntamento per il pomeriggio del giorno dopo.
Fu davvero una giornata intensa per il sottoscritto. Avevo diciassette anni e da quel giorno non ho mai smesso di leggere.

Berardi non era soddisfatto del lavoro svolto da G. Letteri, disegnatore di "Oklahoma".
Genova 27 giugno 1992

Il giorno dopo Berardi ci accolse nuovamente nella sua abitazione. Quello stesso giorno saremmo partiti per andare a trovare Ivo Milazzo.
Berardi ci regalò una copia della sceneggiatura originale di Ken Parker - Silenzio Bianco.
Una volta raccolti tutti nel suo studio, ricominciò a sfogliare con lo sguardo tutti i suoi libri. Erano migliaia e migliaia di volumi che credo testimoniassero tantissimi anni di passione, una passione con cui li raccoglieva, li accudiva, li collocava nelle sue librerie. Giancarlo Berardi aveva un rapporto d'amore con i libri.
Io dove vedo i libri mi sento bene. Quando entri in una libreria e senti quel profumo di carta stampata che ti inebria completamente...”
Una volta ritornato a Roma, incominciai a frequentare assiduamente le librerie: Feltrinelli, Rinascita, Rizzoli, e tutte le volte che entravo avevo sempre l'immagine di Giancarlo Berardi che estraeva uno dei suoi volumi dalla libreria con quell'euforico sorriso di chi sta per intraprendere una conversazione che ha le stesse emozioni di un lungo viaggio pieno di scoperte.
E quell'immagine è sempre viva nella mia memoria ancora oggi.
Io amo i libri. E gran parte del merito è di Giancarlo Berardi, forse il più grande sceneggiatore di fumetti del mondo.

Auguri di Giancarlo Berardi alla famiglia Bajalica.

Genova, gennaio-febbraio 1998
Sei anni dopo

Dopo quella meravigliosa giornata passata insieme, rivedemmo Giancarlo Berardi insieme a Ivo Milazzo a Lucca nel 1992 in occasione del salone dei comics. Dopo di che ci perdemmo di vista anche perché se è vero che Berardi (ma anche Milazzo) stravolse completamente il mio modo di vedere e intendere il fumetto è anche vero che il primo amore non si scorda mai e per me quell'amore era rappresentato dai fumetti di Jacovitti.
Nell'ottobre del 1992 incominciai a collaborare con il grande autore di Cocco Bill e per cinque anni fui completamente assorto dal suo mondo surreale fatto di vermi e salami.
Dopo la sua morte tornai a Genova in quanto la mia compagna viveva proprio nella capitale ligure. Andai a trovare Giancarlo nella sua abitazione sempre in via Sant'Ugo.
Mi accolse un Berardi che oserei dire leggermente diverso. Da poco si era conclusa l'avventura di Ken Parker con l'albo extra Faccia di rame e con una lettera in cui Giancarlo spiegava ai lettori che la chiusura di Ken era dovuta in primo luogo alle scarse vendite ma anche al desiderio suo e di Ivo di dedicarsi a dei nuovi progetti.
Il nuovo progetto di Giancarlo si chiamava Julia ed era un seriale per la Sergio Bonelli Editore.
Restai solo una mezz'ora e lui mi parlò di Julia, raccontandomi (senza eccedere in particolari) la genesi del personaggio; mi disse che per la realizzazione delle cover pensò in un primo tempo a Nicola Mari (artista della Sergio Bonelli attivo prima su Nathan Never e poi su Dylan Dog) ma per divergenze d'opinione non si arrivò a un tacito accordo. Da lì, quindi, la decisione di affidarle a Marco Soldi. Mi confidò anche che per la realizzazione di Julia ci sarebbe stato qualche compromesso da ingoiare.
La decisione di chiudere Ken Parker non fu facile per Giancarlo. “ Ken ha rappresentato venticinque anni della mia vita!”. Diede un'occhiata ai miei disegni dicendomi che dovevo prendere una decisione su quale stile volessi adottare.
Fu l'ultima volta che vidi Giancarlo Berardi. Attesi con grande entusiasmo Julia e quando nell'ottobre di quello stesso anno uscì l'albo mi precipitai in edicola per acquistarlo. Lo lessi tutto d'un fiato e ne scrissi bene perfino su una fanzine. Poi comprai il secondo, il terzo, il quarto e via dicendo ma fu tutto inutile: mancava la magia! Quella stessa magia che l'alchimista Berardi aveva usato per un personaggio come Ken Parker, quella magia che aveva reso Ken il protagonista di quella rivoluzione che cambiò per sempre il mondo del fumetto così come quella americana cambiò per sempre il futuro degli USA.
Ricordo che uscendo dalla sua abitazione per l'ultima volta, quella sera d'inverno del 1998, mi venne in mente l'entusiasmo e la libertà creativa che Giancarlo sfoderava con la stessa facilità con cui il suo eroe più famoso cavalcava nelle sconfinate terre dell'ovest.
Per certi versi era come uno dei suoi personaggi letterari preferiti, Il buon soldato Švejk; Giancarlo con le sue parole riusciva a descrivere la vita cogliendone la sua assurdità, cercando di non giudicarla e di accettarla nella su insensatezza. Ma allo stesso tempo cercando di cambiarla in meglio. 

Da sinistra: Norman Rockwell, Roberto Innocenti e Lizbeth Zwerger
tra gli illustratori prediletti da Giancarlo Berardi

domenica 3 novembre 2013

300: Cyril Predrosa – Tre Ombre

Edizioni BD, 2008
(Francia, Trois ombres, 2007)


Non capisco... Sono lì, non si muovono... Ma cosa vogliono?”
(Louis, osservando le “Tre Ombre”)

Cyril Pedrosa
C'era un tempo in cui gli autori di comics ci stupivano con le loro immagini. Vi ricordate le meravigliose tavole di Raymond e Foster? Una vera gioia per gli occhi. E il grande Walt Kelly con il suo Pogo immerso in quegli splendidi paesaggi paludosi? E le spettacolari tavole di Jack Kirby o di Sergio Toppi o di Jacovitti? O il talento visivo di Frank Hampson o Philippe Druillet? Lavori che, a distanza di trenta o sessant'anni, stupiscono ancora per la loro creatività artistica.
Poi il fumetto ha iniziato a vivere, come è giusto che sia, una serie di fasi tra cui anche quella delle ormai abusate “graphic novel” e degli autobiografismi, che hanno invaso il mercato nell'ultimo ventennio. Per carità, è innegabile che alcuni autori abbiano davvero commosso o stupito (pensiamo a Chester Brown, Adrian Tomine, Craig Thompson, David Small); ma si trattava di uno stupore che conquistava più il cuore che gli occhi.
Le "Tre Ombre" inseguono sempre Louis e Joachim.
Come mi disse una volta Sergio Bonelli, a proposito appunto delle “graphic novel”: “Sì, le leggo ogni tanto anche se il disegno a volte è quasi abbozzato e io sono più legato a un altro tipo di disegno...”.
Chissà se il grande editore ha mai sfogliato Tre Ombre di Cyril Pedrosa. Credo proprio che ne sarebbe rimasto molto colpito, come credo sia accaduto a tutti coloro che l'hanno letto.
Oltre 250 pagine di prodezze artistiche che sorprendono per creatività e talento visivo. Se poi ci aggiungiamo una storia bella e commovente in cui fantasy e fiaba si coniugano alla perfezione allora realizziamo di avere tra le mani un capolavoro.

Louis, Lise e il loro unico figlio Joachim: momenti di felicità prima della catastrofe.

Al centro della storia il piccolo Joachim, suo padre Louis e il disperato tentativo di quest'ultimo di proteggere il figlio dalla minaccia delle “tre ombre” che sono venute a prenderlo. Quindi un tema molto forte, quello della perdita di un figlio e del disperato tentativo di salvarlo, riletto come una fiaba a tratti tenera e commovente a tratti cupa e sconvolgente; ma sempre di grande impatto emotivo e visivo.
Tutto questo talento non stupisce se si guarda alle passate esperienze di Pedrosa come animatore Disney; ho sempre sostenuto che gli artisti che hanno lavorato o che lavorano nell'animazione hanno una marcia in più e Pedrosa lo conferma pienamente. Sfogliando le sue tavole, si ha la sensazione che questo artista viva in simbiosi con la matita; una matita la cui punta si muove con una libertà sfrenata che porta l'autore a creare paesaggi stupefacenti con alberi che quasi rispecchiano l'umore dei due protagonisti, o un mare in tempesta che sottolinea marcatamente la parte più cupa della storia.
E poi ci sono le caratterizzazioni dei vari personaggi, a partire da quella di Louis; enorme, imponente nei confronti del figlio e della moglie, quasi una metafora dell'uomo volto a proteggere a ogni costo la propria famiglia, che a sua volta si sente riparata sotto un tetto sicuro e pieno di sentimento. Ma come dimenticare la stregona Suzette Pique (che di fronte alla tragedia della perdita del piccolo Joachim non può che rassegnarsi e far rassegnare la madre del piccolo), il capitano della nave con cui padre e figlio viaggiano, il vecchio pelle e ossa che li salva dal naufragio e soprattutto le antagoniste di questo racconto: le “Tre Ombre”, che per tutta la storia appaiono come una costante minaccia cui è impossibile sfuggire. La morte chiama e non c'è possibilità alcuna di sottrarsi alla chiamata, solo il tentativo di andar via.
Un'opera davvero unica e destinata a rimanere per sempre nella memoria di chi la legge e soprattutto a essere una pietra miliare del comics del nuovo millennio.
Un tema così forte e doloroso raccontato attraverso l'incantesimo della fiaba. E il francese Cyril Pedrosa, classe 1972, ci ha regalato qualcosa di veramente unico. E forse irripetibile.

Joachim e suo padre Louis: gli ultimi istanti insieme.

Curiosità

Pedrosa ha lavorato per la Disney a lungometraggi del calibro di Hercules e Il Gobbo di Notre DameTre Ombre è stato premiato con il riconoscimento Essentiel 2008 al Festival di Angoulême.

Edizione Consigliata

Realizzata con cura l'edizione della BD si presenta con un ottimo rapporto qualità prezzo. Anche il leggero color avorio delle pagine valorizza abbastanza le tavole di Pedrosa.

Altre edizioni

Recentemente Tre Ombre è stato ripubblicato sempre da Edizioni BD con la sola eccezione della copertina più rigida che caratterizza tutte le nuove uscite della casa editrice.

venerdì 1 novembre 2013

Le castagne di Magnus

Prologo

Il salone dei comics di Lucca, nel 1990. 
Il 1990 fu l'anno in cui l'Italia ospitò i mondiali di calcio. Fu anche l'anno in cui la Microsoft lanciava il suo rivoluzionario sistema Windows 3.0 e l'anno in cui Giuseppe Tornatore vinse l'Oscar per il miglior film straniero. Ma ad essere sincero questi avvenimenti non mi sono rimasti impressi, tant'è che ho spulciato la nota enciclopedia libera per rinvenirli nella mia memoria.
Ma di quell'anno due cose mi sono sempre rimaste impresse: la doppia fila di alberi all'ingresso di Lucca, con quei tronchi imponenti che sembravano un perfetto biglietto da visita per una fiera del fumetto, ma, soprattutto, il giorno in cui alle ore 10:00 mi trovai di fronte all'uomo che, per quanto aveva disegnato nella sua vita avrebbe ormai dovuto rasentare la follia e che, invece, non era ancora impazzito: Magnus.
Premetto che quando andai a trovare il grande artista, non ero un suo grande fan. Anzi, a essere sinceri Magnus era uno degli argomenti più comuni per scatenare una discussione con i miei amici che invece erano fans accaniti del maestro bolognese (io semper fidelis a Jacovitti).
Perciò quando dissi a mio padre di voler conoscere Magnus, credo di averlo fatto solo perché poi avrei potuto vantarmene con i miei amici.
Ma le cose andarono diversamente da come me l'ero immaginate: quando uscii dal suo studio, e solo allora, mi resi conto di essermi completamente innamorato dei suoi disegni, della sua arte, del suo genio, come credo accadrà alla maggior parte di persone che leggerà quanto sto per scrivere.


Bologna, novembre 1990

La Guardiana del ponte uno dei racconti racchiuso nell'opera
Le Femmine Incantate.  
Mio padre era davvero insuperabile nel riuscire a procurarsi un appuntamento con i grandi maestri del fumetto. Per Magnus finse al telefono di essere un padre disperato con un figlio che voleva assolutamente conoscere il suo idolo. Fece centro. Magnus accettò di incontrarci nel suo studio la mattina del giorno dopo.
Puntuale peggio di uno svizzero, mio padre era dietro al cancello del suo studio dieci minuti prima dell'orario accordato. Alle dieci in punto, vidi un uomo arrancare su una di quelle salite che portano direttamente ai garage. Bassino, magro, due baffi ottocenteschi all'ombra di un bel nasone pronunciato su cui erano poggiati un paio d'occhiali. Non c'erano dubbi sul fatto che fosse Magnus, troppo simile ai suoi personaggi da non potersene accorgere. Ci salutò sorridendo e poi ci guidò verso il suo studio... in un garage sotterraneo.
Rimasi stupito, devo ammetterlo; ero convinto che autori di grido come lui possedessero degli studi pari al peso della fama che li contraddistingueva. Invece, ad essere sincero, posso dire che i grandi artisti che ho conosciuto lavoravano in studi abbastanza arrangiati.
Appena entrato in quello di Magnus rimasi colpito da due cose: un calice di vetro che conteneva inchiostro di china e una sfilza di pacchi di sigarette senza filtro poggiate su una vecchia radio, subito dopo l'entrata, come se fossero una serie di qualche romanzo o fumetto.
Magnus davanti al suo tavolo da lavoro. Da notare il calice pieno d'inchiostro di china e la tavola appena terminata de La Guardiana del Ponte.
Quel calice di vetro non era una soluzione felice. I calici non sono stabili come recipienti e il peso del volume di tutto quell'inchiostro si reggeva sull'esile gambo sottile. Praticamente sarebbe stata sufficiente un botta sul tavolo da disegno e una chiazza nera avrebbe distrutto il suo lavoro.
Ma Magnus aveva pensato anche a questo; le tavole a cui lavorava erano ben protette da uno di quei fogli trasparenti rigidi, tipo quelli dei book da disegno.
All'interno di questi fogli protettivi c'era, in quel momento, una delle tavole tratta dalla storia La guardiana del ponte che insieme ad altre sei storie avrebbero composto l'ultima sua fatica, Le femmine incantate che Magnus stava appunto ultimando.
Appena si sedette sulla sua postazione, si accese una delle sue sigarette senza filtro e ci raccontò di come stava per mandare a rotoli tutto il lavoro fatto proprio su quella tavola. Magnus in alcuni casi usava dei retini adesivi per gli sfondi delle sue vignette. In quella particolare tavola usò uno di quei retini con effetto sfumatura, per ottenere uno sfondo alla Dino Battaglia.
Il grande Magnus, all'anagrafe Roberto Raviola.
Raccontava Magnus: “Vado a togliere il retino e stava per venir via tutta l'inchiostrazione. A quel punto, preso dal nervosismo, stavo per strappare tutta la tavola ma all'ultimo mi son detto “calma Roberto, calma!! e sono riuscito a recuperarla.”
Magnus era un personaggio che ti metteva di buon umore. Sempre allegro, molto disponibile, con quei baffoni che accompagnavano la risata. Si mise subito all'opera realizzando un disegno su un supporto sagomato a forma di orologio che mio padre era sovente dare agli artisti. L'intento era avere una piccola collezione di orologi con su un loro disegno originale.
Dato che il supporto era un cartoncino plastificato, Magnus realizzò il disegno a matita dapprima su un semplice foglio di carta A4 per poi capovolgerlo e riversarlo sul cartoncino plastificato più o meno con il metodo che usavamo a scuola per realizzare la carta copiativa. Dopo di che, armato di un pennarello Staedtler nero a punta media, inchiostrò e rifinì il disegno che raffigurava uno dei suoi personaggi più noti, Necron, fumetto di culto dell'autore bolognese riservato a un pubblico adulto.
Quel giorno con lui chiacchierammo di fumetti in genere; ci parlò della sua grande ammirazione per autori come Alex Raymond (ammettendo il suo debito verso il cartoonist americano nella realizzazione della sua saga fantascientifica I Briganti), Hal Foster, J. L. Salinas e finimmo col parlare di Tex, poiché ormai era noto il suo lavoro per un Texone che sarebbe dovuto uscire dopo quello realizzato da Victor de la Fuente ma che avrebbe invece visto la luce, purtroppo, come opera postuma solo nel 1996.
L'artista a lavoro su un disegno. Vederlo lavorare fu davvero emozionante.
Magnus tirò fuori alcune strisce del Texone che aveva realizzato a matita: bellissime ovviamente ma si lamentò dell'estrema difficoltà di reperire materiale inerente ad alcuni dettagli come gli attracchi dei cavalli alle diligenze e simili cose che solo un uomo come Magnus poteva cercare. È sempre stata nota la sua meticolosità nel dettaglio, ma con Tex arrivò a livelli quasi maniacali.
Ci parlò della sua grande ammirazione per Galep, si meravigliava delle soluzioni che il mitico creatore del ranger più famoso d'Italia riusciva a trovare e mentre parlava tirò fuori il Texone realizzato proprio da Galep e iniziò a sfogliarlo per farci capire meglio di cosa parlava. Ricordo che per tutto quel tempo ero quasi inebriato dalle parole di quest'uomo così umile e così modesto. Mi colpiva come parlava dei suoi colleghi senza mai provare alcun tipo d'invidia nei loro confronti: era affascinato dal loro modo di lavorare, ad esempio parlando di Andrea Pazienza o di Guido Buzzelli ma parlava anche del suo passato sodalizio con Max Bunker: “Lavoravo giorno e notte sulle tavole di Kriminal e Satanik e una volta finite mia madre si metteva in treno e le portava all'editore” raccontava con una punta di commozione.
Magnus: genio e ironia. Qui mentre scherza con il sottoscritto.
Ad un certo punto si rivolse verso di me e mi chiese: “E allora? Su forza...” mi prese il braccio e me lo alzò come se avessi vinto qualcosa d'importante. Credo che quel giorno incominciai a vincere il pregiudizio verso quegli autori, come Magnus appunto, ma anche Pazienza e altri che erano talmente rivoluzionari da non essere capiti da un quindicenne che aveva una concezione e una conoscenza del fumetto molto più classica.
Venne anche il momento delle dediche. Mi scrisse una dedica in cirillico (io sono per metà serbo) su un'edizione di una delle sue opere più belle, Le 110 pillole e ne regalò una versione tascabile in slavo a mio padre. Prima di congedarci, mi fece vedere alcune tavole di Milady 3000, un suo bel fumetto di fantascienza, su cui aleggiavano alcune macchie rose come se la tavola avesse il morbillo: “Vedi, ho usato il pennarello per riempire gli spazi neri e col tempo sono uscite 'ste macchie rosse. È inutile, non c'è niente di meglio dell'inchiostro di china.”
Ci accompagnò all'uscita. Fuori c'era un albero di castagne. Mia madre con i miei due fratelli minori ne raccolse qualcuna, chissà forse come ricordo. Fatto sta che il minore dei miei fratelli avendo da poco compiuto i due anni, incominciava a parlare e ogni volta che prendeva la castagna in mano pronunciava il nome di Magnus. Quelle castagne le abbiamo tenute per anni e anni fino a quando non andarono perse in uno dei tanti traslochi, acerrimi nemici delle piccole cose.
Il maestro ci salutò come se fossimo dei vecchi amici. La sua famiglia in quel frangente non c'era, era partita in vacanza senza di lui. Ma credo che le sue vacanze lui preferisse passarle tra fogli, matita e inchiostro. Come del resto farà fino alla fine.

Epilogo

Tornati a Lecce, mio padre tirò fuori dalla nostra biblioteca una fedele riproduzione di un catalogo americano di fine ottocento in cui si vendeva per corrispondenza qualsiasi genere di mercanzia, dalle stufe a carbone alle armi, dalle carrozze ai macchinari, dagli orologi alle posate fino ad arrivare ai vagoni ferroviari. Il tutto illustrato in maniera minuziosa con una tecnica incisoria tipica dell'ottocento. Una gioia per gli occhi di qualunque artista che avesse a che fare con il fumetto western ma soprattutto per uno come Magnus.
Lo fotocopiammo per intero e lo spedimmo al maestro. Magnus impazzì di gioia. In quel catalogo c'era tutto quello che un artista come lui poteva desiderare. Entusiasmo che Magnus espresse in un'intervista alla rivista Fumetti d'Italia (F.d.I. n. 1, Aprile 1992) in cui parlava di questo catalogo come un dono divino.
L'anno successivo mi trasferii a Roma per frequentare la Scuola Internazionale di Comics. A settembre uscì in edicola il Tex n. 371 la cui terza di copertina recava la rubrica Foto di famiglia in cui si parlava dei grandi protagonisti del fumetto italiano. In quel numero toccò a Magnus.

Cover dell'albo n. 371 della collana Tex. All'interno una dedica dell'immenso Galep al maestro bolognese, suo grandissimo ammiratore. 
Comprai quel Tex e il 30 ottobre di quello stesso anno mi recai con la mia famiglia a Chiavari per incontrare l'idolo della mia infanzia, il mitico Galep. Gli facemmo vedere il Tex e parlandogli della stima che Magnus aveva per lui gli chiedemmo di dedicargli proprio quel numero in cui c'era la sua biografia. “Al bravo collega Magnus con tutta la mia simpatia.” scrisse Galep. Quando sentimmo Magnus al telefono andò in visibilio. Purtroppo non ci fu più occasione di incontrarci, Magnus ed io, e quell'albo è gelosamente custodito nella mia biblioteca.
Nel novembre del 1996, a nove mesi dalla morte di Magnus, ero a Roma per consegnare alcuni disegni a Jacovitti. Amavo girare nelle librerie della capitale e tutto d'un tratto vidi l'indimenticabile volto di Magnus nella copertina di un libro edito dalla casa editrice Punto Zero (Al servizio dell'eroe, settembre 1996). Presi a sfogliarlo provando una certa commozione, ripensando al quel bellissimo incontro avvenuto sei anni prima. All'improvviso il mio occhio cadde su uno dei tanti bozzetti su carta millimetrata realizzati da Magnus su cui recava una dedica a mio padre.
Credo sia stato un modo per dirci che non si era mai dimenticato di noi.
Sono passati ventidue anni da quell'incontro. Sono cambiate molte cose. Ma la grande, idescrivibile emozione di quel giorno non cambierà mai.  

Studio per il Texone n. 9 La valle del terrore, dedicato a mio padre Bogdan Bajalica. 

Una pausa troppo lunga ma... Nel frattempo mi sono sposato!



Per quanto il matrimonio fosse in piccolo e molto semplice ha portato via non poco tempo sia a me che  a mia moglie. 
Di seguito qualche foto di quel bellissimo giorno (almeno per noi sposi) e a distanza di un mese esatto riprendo in mano il mio blog e le varie rubriche in esso presenti, scusandomi con chi mi segue di questo lungo periodo di "riposo".

Ned e Agnese Sposi 
01 ottobre 2013

Agnese si prepara al grande evento. 
La mia testimone Tiziana Vestita mentre esegue il brano "Vaga luna che inargenti" di Vincenzo Bellini

Istantanea di gruppo durante il rito civile.
Foto di gruppo dopo la cerimonia all'ex conservatorio Sant'Anna. 
Passeggiata nel centro storico, intenti a raggiungere parenti e amici che ci attendono per il buffet.

Appena arrivati nel bistrot All'Ombra del Barocco

Una parte delle prelibatezze del buffet. Il Buffet era completamente vegano e cioè senza carne, pesce o altro derivato animale.

Pierluigi srotola la sua bomboniera. Le bomboniere sono state realizzate dal
bravissimo artista Sandro Bellomo. 

Gli sposi insieme all'amico Max Favatano.

Il momento finale: Il taglio della torta. Tutti i dolci inclusa la torta nuziale sono stati realizzati senza latte e senza uova o altri derivati animali dalla pasticceria del maestro Franchini. 

mercoledì 4 settembre 2013

300: Franck Giroud e Jean-Paul Dethorey – Louis Ferchot



Glénat Italia, 1988
(Francia, Louis la Guigne, 1982-1985)
E... voi? Siete un artista anche voi?”
Lascia perdere le mondanità, soldato! Il voi si addice agli aristocratici e qui siamo tutti fratelli!”
(Dialogo tra Louis e l'anarchica Luciana)

Franck Giroud e Jean-Paul Dethorey
Rileggere fumetti a distanza di oltre vent'anni è quanto di meglio possa capitare. Se poi lo si fa in giornate spensierate, dedicate completamente alla lettura, può risultare addirittura sorprendente. Fateci caso: molti fumetti che abbiamo letto all'inizio del nostro percorso nel mondo delle nuvole parlanti non ci hanno lasciato un grande segno. Insomma non sono stati eclatanti come la lettura di Corte Sconta detta Arcana o Batman Anno Uno, colpevole, forse, la nostra giovane età in cui si peccava non poco di ingenuità.
Rileggendo Louis Ferchot ho avuto una di quelle belle, sane emozioni che non provavo da tempo; leggevo e, mentre lo facevo, mi accorgevo che stavo leggendo una serie di storie di pura, sana e bella avventura. Se a questo aggiungete anche una ricchezza di riferimenti storici e un giusto concentrato d'azione, allora potete tranquillamente ritenervi soddisfatti.
Le strade parigine ricreate artisticamente da Dethorey.

Perché questa breve saga dello sceneggiatore Franck Giroud e del disegnatore Jean-Paul Dethorey ha il pregio d'immergere piacevolmente il lettore in un periodo storico che si pone tra le due guerre mondiali; questo grazie ai testi straordinariamente scorrevoli e a un disegno che, nonostante uno stile in via di definizione (Dethorey veniva da un disegno umoristico), riesce a ricreare l'affascinante e drammatico scenario in cui si muove il nostro schivo e imprevedibile protagonista.
Louis è reduce da cinque anni di guerra e due di prigione per atti rivoluzionari nel Mar Nero; e in effetti l'indole rivoluzionaria sembra radicata in quest'uomo dal volto consumato e triste ma pieno di rabbia per l'omicidio della madre. Per scovare il responsabile, Louis si unisce a un'organizzazione di anarchici che cercano di aiutarlo ma non tutto va per il verso giusto e Luois è costretto a cambiar aria; conoscerà una ballerina serba, Nadia, di cui s'innamorerà ma il loro amore sarà messo a dura prova a causa di un trauma subito da Nadia e dall'attrazione che Louis prova per Ellen un'ambigua e affascinante donna che si muove nell'alta società berlinese corrotta e perversa.

Il gruppo anarchico in cui Louis trova dei valenti amici pronti a combattere per una buona causa. 
L'Europa in cui si muove Louis è profondamente cambiata e ha cambiato il suo stesso popolo a causa della prima guerra mondiale e la ripresa è solo apparente visto che i piccoli segnali di un'altra e più sanguinosa guerra si stanno lentamente spargendo per il vecchio continente. Soprattutto in Germania vediamo Luois e i suoi compagni di ventura assistere alla radicalizzazione dello spettro nazionalsocialista, che di lì a qualche anno avrebbe portato l'Europa a conseguenze ben più tragiche.
Uno scenario perfetto, dunque, per un esempio di fumetto che si legge con lo stesso gusto con il quale si guarda un bel film; dal Mar Nero alla Parigi del 1911, dominata da un crescente potere imprenditoriale sporco e meschino di cui è vittima un popolo stanco e affamato; tra rivoluzioni operaie e intrighi di potere, Louis Ferchot si muove come un eroe idealista pronto a pagare in prima persona per un solo grammo di giustizia: “...Non posso credere che il paese per il quale mi sono battuto durante cinque anni sia marcio fino al midollo!”.
Un pensiero che suona come un inno all'inutilità della guerra. Perché se le avventure narrate da Giroud e Dethorey esprimono un senso d'avventura e di storia allo stato puro, vi garantisco che in ogni cazzotto tirato da Louis c'è la rabbia di un uomo che combatte la sua battaglia per un mondo migliore.

Nadia e Louis: un amore vero, intenso e difficile.

Curiosità

In Italia, le avventure di Louis Ferchot furono pubblicate in sette volumi brossurati dalla Glenat Italia nella bella collana Le Avventure della Storia con i seguenti titoli: L'altalena del destino, Moulin Rouge e Autunno Berlinese racchiusi nell'edizione consigliata; seguono Il giorno dei Falchi, La squadriglia Purpurea, Charleston e I Vagabondi di cui, a quanto pare, non venne realizzato il secondo volume.

Edizione consigliata

Come qualità non si discosta dai volumi brossurati pubblicati sempre dalla Glenat Italia, se non per la cover cartonata.

Altre edizioni

Al momento nessuna oltre a quella consigliata e ai volumetti nella collana Le Avventure della Storia editi tra il 1987 3 il 1992.
Alcuni albi di Louis Ferchot all'interno della collana Le Avventure della Storia.

domenica 1 settembre 2013

300: Vittorio Giardino – Rapsodia Ungherese

Lizard Edizioni, 2004
(Italia, Rapsodia Ungherese, 1982)


Lei lo sa cosa c'era dentro quella dannata nave, vero?”
Non c'era niente, Fridman, era solo un'orribile costosissima trappola. Era l'operazione Lepre, e noi le abbiamo corso dietro come stupidi levrieri per mezza Europa. Proprio a questo è servita: a non farci accorgere di cosa stava succedendo dietro casa.”
(Dialogo tra Max Fridman e Ledoux)

Un bellissimo autoritratto di Vittorio Giardino.
È tutto perfetto nei fumetti di Vittorio Giardino. I personaggi sono perfetti così come le loro espressioni e le loro caratterizzazioni; sono perfetti i costumi come gli scenari, sono perfetti i palazzi con i loro tetti pieni di tegole, i lampioni, i ponti, i locali notturni; sono perfette le auto e anche le moto, i treni, le navi e gli aeroplani. Sono perfetti anche gli oggetti all'apparenza di poco conto: i sigari, le tazze da tè, i telefoni, i libri, i manifesti per le strade, le lampade, oggetti che nella loro resa perfetta rappresentano l'impeccabilità del lavoro di Vittorio Giardino, paragonabile ad un romanzo in cui è impossibile trovare una virgola fuori posto.
E naturalmente è perfetto Max Fridman, il personaggio più noto di Giardino, quello con cui l'autore bolognese raggiunge la piena maturità come autore completo.
Rapsodia Ungherese è il bellissimo titolo che accompagna la prima avventura di Max Fridman, agente dei servizi segreti francesi in pensione: in questa storia qualcuno sta uccidendo i componenti di “Rapsodia”, un nucleo dei servizi segreti francesi e Fridman viene richiamato in servizio per recarsi a Budapest e cercare di scoprire chi si nasconde dietro questi omicidi. Ma una volta giunto nella capitale ungherese, il buon Max si trova immischiato in una serie di avvenimenti che renderanno la vicenda piuttosto complessa, sia per lo stesso Fridman sia agli occhi del lettore che seguirà senza fiato la storia: tentati omicidi e omicidi veri e propri, sparatorie ed esplosioni si accavallano e si alternano ad inseguimenti e personaggi subdoli che danno non poco filo da torcere al protagonista il quale cercherà di risolvere l'intricata matassa di cui è, suo malgrado, parte integrante.
L'eleganza e la cura nel dettaglio sono alcuni degli 'ingredienti' vincenti di Vittorio Giardino.
Personaggio affascinante e misterioso (di lui sappiamo poco: ha una figlia, vive a Ginevra ed è ricattabile dai suoi superiori per via del suo oscuro passato), Max Fridman è il perfetto alter ego con cui Vittorio Giardino racconta la sua passione per la storia, per il cinema, per i generi come il giallo, il controspionaggio e le atmosfere di guerra (in Rapsodia Ungherese siamo alle soglie della seconda guerra mondiale). Non è il solito agente segreto alla James Bond; non ha particolari armi fantascientifiche cui ricorrere nelle situazioni di estremo pericolo. Siamo agli albori della seconda guerra mondiale e le uniche armi di cui un uomo come Fridman può disporre sono la sua intelligenza, la sua cultura e la sua conoscenza politica. L'intuito e l'intraprendenza sono ciò di cui si serve per tirarsi fuori dai pasticci, per aiutare la bella compagna di viaggio Etel, ma anche per resistere alle provocazioni della bella e sensuale Olympia. Giardino delinea un Friedman con tutte le qualità dell'eroe che alla fine riesce sempre a cavarsela, ma che mostra anche la sua vulnerabilità: vediamo il nostro protagonista accettare la missione per proteggere la figlia e tremare dalla paura dopo lo scoppio di un ordigno; tutti sintomi caratteriali dell'antieroe, tipologia di personaggio molto in voga negli anni '80.

Vittorio Giardino: eleganza stilistica e grande ricchezza nel dettaglio.
Giardino, però, non si distingue solo per quanto detto finora; uno dei tratti certamente peculiari di questo artista è il magistrale uso della ligne claire, estremamente ricca ed espressiva, che ci catapulta letteralmente nelle atmosfere orientali delle sue storie, grazie alla perfezione del dettaglio in ogni singola vignetta; l'eccellente uso del colore richiama anch'esso le tonalità dei paesaggi e della cultura orientale; un oriente che rappresenta per Giardino una sorta di amore/passione personale che l'autore bolognese non mancherà di ribadire in altre sue opere.
Rapsodia Ungherese è il primo vero capolavoro di questo impavido maestro del fumetto italiano, ultimo “sopravvissuto” di una generazione di autori irripetibili: da Pratt a Pazienza, da Magnus a Micheluzzi, Giardino mantiene alta la bandiera del comics italiano nonostante la sua arte sia più amata in Francia; ennesima prova dell'avanzamento culturale dei nostri cugini d'oltralpe.
Vittorio Giardino, classe 1946, che a trentuno anni suonati abbandonò una professione sicura per dedicarsi a una più misteriosa: il fumetto. E dal quel lontano 1979, anno in cui fu pubblicata la prima storia di Sam Pezzo, questo ex ingegnere ha fatto della sua passione la sua professione, dando al mondo dei comics un contributo per certi versi ineguagliabile.
Rapsodia Ungherese: un bell'esempio della ricerca compositiva e scenografica. 

Curiosità

Rapsodia Ungherese fu pubblicata inizialmente sui primi quattro numeri della splendida rivista Orient Express, prima avventura di Max Fridman a cui faranno seguito La Porta d'oriente di tre anni successiva e il ciclo di tre storie No Pasaran pubblicato tra il 2000 e il 2008.

Edizione Consigliata

Sempre molto attenta alla qualità delle sue edizioni, anche questa volta la Lizard propone Rapsodia Ungherese in un volume cartonato di grande formato e con una bella prefazione di Vittorio Giardino, corredata con alcune illustrazioni in bianco e nero dell'autore.

Altre edizioni

Sono diverse le edizioni in volume che raccolgono Rapsodia Ungherese e tutte comunque valide; a partire da quella, storica, delle Edizioni l'Isola Trovata: volume cartonato a colori pubblicato nel 1982. Da segnalare anche quella degli Editori del Grifo (collana La Nuova Mongolfiera n. 32). Molto validi anche i due volumi allegati ai periodici L'Espresso e Panorama (usciti rispettivamente nel 2006 e nel 2009) e che oltre a Rapsodia Ungherese ripropongono anche la seconda avventura di Max Fridman.
Discreta l'edizione realizzata in allegato a La Repubblica (I Classici del fumetto n. 20).
Alcune edizioni di Rapsodia Ungherese: L'isola Trovata, L'Espresso e Mondadori.


martedì 6 agosto 2013

Chiuso per ferie... si ritorna dopo ferragosto.

Beh, tra una cosa e l'altra ho rallentato un po' il lavoro sul blog e ora lo sospendo fino a ferragosto. 
Ma dopo ritornerò come prima... anzi, meglio di prima!!
In questi giorni seguirò l'esempio del buon Artù, il cane dei miei amici Flaviano ed Elisabetta.
A presto.
Ned