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martedì 7 aprile 2015

Il fumetto nel cuore: Santo D'Amico

Santo D'Amico nel suo studio mentre mi mostra orgoglioso alcuni suoi studi, se non ricordo male realizzati per il personaggio di Mister No.
Avete presente il film L'attimo fuggente? Sicuramente si. Chi non conosce il mitico film di Peter Weir con Robin Williams che interpreta il professore che tutti vorremmo avere.
Ebbene io ho avuto il “mio Robin Williams”; non insegnava letteratura ma disegno; non parlava di poesie ma di fumetti; e sicuramente non ci ha mai fatto salire sui banchi per guardare il mondo dall'alto, ma era capace di trasmettere la passione per i comics con la stessa energia del professor Keating. Il mio Robin Williams si chiamava Santo D'Amico ed era nato nel dicembre del 1927 a Siracusa (città da lui molto amata); esordì nel fumetto molto giovane sul Giornalino e da quel momento collaborò per molti anni con le Edizioni Paoline, per le quali disegnerà opere molto belle, come Guglielmo Tell e Lancelot e molte altre storie delle quali alcune verranno racchiuse in tre volumi cartonati e di grande formato: Quando gli uomini vestivano di ferro, Pirati e gladiatori e Socrate, Dante e le epoche in cui vissero. Santo D'amico ha anche disegnato circa quaranta avventure di The Phantom, il personaggio creato da Lee Falk e Ray Moore e, nell'ultimo periodo della sua vita, ha continuato a lavorare sempre con grande entusiasmo, lo stesso che sapeva trasmettere ai suoi allievi durante gli anni d'insegnamento alla Scuola Internazionale di Comics a Roma, città in cui viveva.
Ma se provate a cercare qualcosa di Santo D'Amico su Google troverete poco o niente. A D'Amico è toccata la medesima sorte che spetta a tanti altri disegnatori di fumetti italiani: vengono dimenticati.
Santo D'Amico: studio per una vignetta.
Eppure a questa generazione di artisti del dopoguerra il fumetto italiano deve molto, per non dire tutto; di quella stessa generazione facevano parte artisti come Jacovitti, Gino D'Antonio, Aurelio Galleppini, Roy D'Ami, Franco Caprioli, per citare i più noti. Ma anche Ruggero Giovannini, Carlo Boscarato, Gino Sorgini, Antonio Canale, Sebastiano Craveri, Andrea Bresciani, Nevio Zeccara per citarne qualcuno oggi quasi dimenticato. Tutta gente di talento che cercava di farsi strada in un mondo, quello del fumetto, molto difficile; all'epoca la documentazione per le proprie storie era difficoltosa e i disegnatori lavoravano con quel poco che avevano a disposizione; eppure in coppia con i colleghi sceneggiatori, i loro personaggi hanno segnato profondamente il fumetto italiano. E tra questi c'era anche Santo D'Amico.
Ho avuto la grande fortuna di lavorare con Jacovitti, uno dei più grandi fumettari di sempre; ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare artisti come Galep, Berardi e Milazzo, Magnus; ma la mia fortuna più grande è stata quella di avere Santo D'Amico come maestro. Perché quando si ha un maestro del fumetto che trasmette tutta la sua passione, che incoraggia gli allievi a dedicarsi amorevolmente ai comics, allora si è davvero fortunati.
Fu D'Amico, nel vedere i miei primi disegni di neo studente alla Scuola Internazionale di Comics, a spingermi con tutte le sue forze a seguire il mio sogno di lavorare con Jacovitti: “Buttati su questo e non fare nient'altro” amava ripetermi quando vedeva i miei disegni in stile Jac.
Una bellissima tavola tratta dalla storia Bjarne il navigatore
Rispetto ai miei compagni di corso (tra cui c'era anche Alessandro Nespolino, disegnatore di Adam Wilde), ebbi la fortuna di frequentarlo anche al di fuori della scuola; andavo nel suo studio ed era come entrare nella storia del fumetto; le librerie, i cassetti dei mobili e ogni angolo erano colmi di fumetti, disegni originali, albi in lingua originale, fotocopie di tavole americane. Ricordo che i suoi cassetti traboccavano talmente di carta che per aprirli dovevamo essere in due e una volta ad uno di essi si ruppe anche la maniglia. E poi le videocassette: Santo D'Amico registrava dalla televisione tutto ciò che gli sembrava potesse tornargli utile per disegnare. Quando lo conobbi la Rai trasmetteva un serial sulle avventure di Zorro interpretato da Duncan Regehr e il maestro D'Amico le stava registrando tutte. “Ti serve una scena a cavallo?” mi ripeteva sempre “Tiè! Guarda qua...” diceva e mi faceva vedere qualche sequenza d'azione di Zorro o di altri film che aveva registrato. Una volta restai a pranzo con lui e con sua moglie, la signora Fina, e vedemmo una parte del film “Il principe coraggioso” di Henry Harhaway; il maestro si emozionava come un bambino davanti alle sequenze spettacolari del film, nonostante rispetto allo stesso gli effetti speciali avessero ormai fatto un notevole passo avanti.
Il maestro D'Amico mentre visiona i miei primi disegni. Roma 1991.
Ma Santo D'Amico, in fondo, era proprio questo: un artista capace di emozionarsi, anche davanti alle opere dei suoi colleghi di cui spesso tesseva le lodi: mi riferisco a Gino D'Antonio, Gianni De Luca, Roberto Diso con cui condivise moti anni di carriera artistica. In realtà non dobbiamo dimenticare che il futuro disegnatore di Mister No deve non poco al maestro D'Amico, ma a quest'ultimo non interessavano eventuali attribuzioni di meriti, lui si limitava ad elogiare apertamente e ripetutamente l'arte di chi apprezzava. Mi parlava anche di Jacovitti, delle serate passate insieme a lui ed agli altri artisti del Vittorioso. Una volta telefonò a Jacovitti in mia presenza e gli disse che c'era un giovane disegnatore che poteva aiutarlo nel suo lavoro (da lì a un anno si sarebbe avverato il mio fatidico incontro).
Quando mi parlava di fumetti e dei suoi artisti preferiti era come assistere all'eruzione di un vulcano: energica, poderosa, con tutti quei frammenti di lava che rappresentavano mille aneddoti, consigli e curiosità sul fumetto.
Come gran parte dei suoi colleghi a lui coetanei, aveva una grande passione per Alex Raymond: ne amava incredibilmente l'arte. Conosceva tutte le edizioni di Flash Gordon pubblicate in Italia e spesso le confrontavamo insieme. Sapeva riconoscere con un colpo d'occhio l'intervento di Austin Briggs (collaboratore di Raymond) nelle tavole domenicali di Gordon. Uno dei primi fumetti che disegnò poco più che ventenne fu Dray Tigre, un comics formato striscia i cui disegni risentivano non poco dell'influenza dello stile raymondiano (lo stesso personaggio era praticamente identico a Flash Gordon).
Dray Tigre, uno dei primi lavori di Santo D'Amico (fortemente influenzato dal Gordon di Alex Raymond).
Ma amava anche disegnatori come Leonard Starr, Stan Drake, Al Williamson, John Prentice, John Cullen Murphy artisti in qualche modo discendenti da Raymond; ma anche gli amici e colleghi Renato Polese, Carlo Boscarato (disegnatore di Larry Yuma), Lino Landolfi, oltre già citati D'Antonio e Diso.
E non si fermava qui: nutriva grande ammirazione anche per gli artisti moderni, come Jordi Bernett o Ivo Milazzo, per citare due nomi illustri.
Fu Santo D'Amico a farmi conoscere i disegni di Alex Toth e per me fu una folgorazione; mi regalò un albo americano disegnato dallo stesso Toth, The real McCoys, albo che tutt'oggi custodisco molto gelosamente, così come conservo con grande commozione e cura tutte le fotocopie che il maestro D'Amico faceva per me dello stesso disegnatore; dopo quasi venticinque anni sono ovviamente sgualcite (e d'altra parte, oggi ho recuperato lo stesso materiale su internet), ma quelle fotocopie hanno per me un valore inestimabile: rappresentano una testimonianza della passione artistica del maestro D'Amico e del suo continuo incoraggiamento.
Era poi un uomo molto ironico: una volta mi raccontò di quando insegnava in un liceo e diede ai suoi allievi il compito di disegnare la sua tomba: “Con l'augurio di entrarci il più tardi possibile!” disse. Spesso andavamo insieme in edicola a vedere e commentare le nuove uscite del fumetto oppure andavamo a prendere la sua nipotina a scuola; passavo sempre molto volentieri il mio tempo con lui perché era un uomo che riusciva a non essere mai noioso, anzi, come ho ribadito più volte, era pieno d'energia, che riusciva a trasmettere come se fosse un dono innato.
Una stampa raffigurante un'illustrazione di Santo D'Amico: il maestro spesso mi chiamava Domenico (che dovrebbe essere la versione italiana del nome Nedeljko).
Anche quando si ritrovò ad avere un problema all'occhio (non ricordo cosa esattamente) per il quale fu costretto a restare a riposo, riuscì a non perdere mai la sua vitalità. Non poteva disegnare ma il richiamo era troppo forte; ricordo che mentre guardavamo uno dei film che ovviamente stava registrando prese la matita, indicò la scena del film e iniziò a dirmi: “Vedi, fai così, poi così, metti un po' di sfondo e hai fatto la vignetta” e la signora Fina dal soggiorno che lo ammoniva: “D'Amico, smettila di disegnare!” (lei spesso lo chiamava per cognome).
Niente e nessuno poteva fermare la sua forza comunicativa; lui era un insegnante nato. Amava trasmettere quello che sapeva ai suoi studenti e non smetteva mai di incoraggiarli quando ne intravedeva il talento.
Non sono mai riuscito ad avere una sua tavola originale completa; non era solito venderle, al contrario, le conservava orgogliosamente. Di fatto erano bellissime: formato grande, pennellata decisa, insomma pura avventura. Spesso le metteva sul vetro della finestra, contro la luce del sole per lasciar intravedere la colorazione che, ricordiamolo, al tempo veniva effettuata sul retro delle tavole: e, credetemi, erano bellissime e, purtroppo, la stampa delle Edizioni Paoline non rendeva affatto giustizia alla sua arte.
"Imparate a disegnare esseri umani e cavalli e sarete in grado di disegnare qualsiasi fumetto!". Il maestro D'Amico me lo ripeteva spesso. 
Pur non avendo ricevuto da lui nessuna tavola originale, il maestro D'Amico mi ha spesso e volentieri regalato qualche suo disegno; bozzetti, studi preparatori, una volta persino una tavola a matita incompleta. Ma il regalo più grande lo ricevetti un giorno mentre frequentavo il primo anno della Scuola Internazionale: avevo dato al maestro un suo libro Quando gli uomini vestivano di ferro chiedendogli una dedica e se possibile uno schizzo. Mi disse di lasciarglielo. Qualche settimana dopo avevamo lezione con lui e prima d'incominciare mi diede il libro lamentandosi: “Oh è impossibile lavorare su sta carta... ho fatto 'na faticaccia per usare il pennello...”. Quando ho aperto il libro sono rimasto sbalordito: Santo D'Amico aveva realizzato un disegno a tutta pagina che raffigurava un veliero in mezzo alle onde del mare: strepitoso, da rimanere senza parole. Io credo che nessuno abbia mai ricevuto una dedica su un libro con un disegno simile. I miei compagni di corso lo ammiravano ed io mi sentivo privilegiato nel poter avere una simile meraviglia.
La copertina del volume Quando gli uomini vestivano di ferro e lo splendido disegno dedicatomi dal maestro D'Amico
Era davvero un uomo eccezionale. Un disegnatore della vecchia guardia con un grande talento.
A volte mi trovavo nel suo studio proprio mentre stava disegnando; un giorno lo trovai che inchiostrava e aveva un modo particolare nel farlo: prendeva una tavola, dava qualche pennellata a una vignetta e la metteva da parte. Poi prendeva la tavola successiva, un paio di pennellate e la riponeva insieme alle altre. E via via in questo modo. Ad un tratto mi chiese di riempire di nero col pennello uno spazio in una vignetta dicendomi: “Non riesco a vedere bene, fallo tu!”. Era una cosa da niente ma per me fu veramente emozionante. Da quel giorno, e fino a quando non ho iniziato ad usare la tavola grafica, ho sempre usato il suo metodo di ripasso a china.
Seguiva costantemente la mia crescita artistica. Mentre lavoravo con Jacovitti, dedicavo parte del mio tempo a perfezionare il mio stile realistico: l'ultima volta che c'incontrammo (credo sia stato nel maggio del 1995) gli portai alcune tavole che avevo fatto per Nick Raider e rimase abbastanza colpito dai miei progressi e per me quella fu una soddisfazione indescrivibile, perché ho sempre tenuto al suo giudizio.
Studio per un'illustrazione di Marco Polo. 
Sempre in quell'anno ci sentimmo telefonicamente, credo, in estate inoltrata e mi comunicò che aveva avuto un lieve infarto. Non ricordo quale fu l'impedimento per il quale non riuscimmo a vederci; ma so che ancora oggi questo è il mio rimpianto più grande. Poi il 25 ottobre del 1995 mi telefonò Jacovitti: “Ti chiamo solo per darti una brutta notizia: é morto D'Amico!”. Rimasi senza parole. Da Lecce, dove mi trovavo, presi il treno notturno e mi recai a Roma per dargli il mio ultimo saluto. Dopo il funerale sentii nuovamente Jacovitti per telefono; infatti quest'ultimo non era venuto al funerale, e ricordo che fummo costretti ad interrompere la telefonata perché non riusciva a trattenere le lacrime. Potevo capire quello che provava il grande Jac: molti suoi colleghi ed amici pian piano se ne andavano e con D'Amico sicuramente se ne andava un pezzo della sua vita.
Per quanto mi riguarda fu una perdita immensa; ricordo che durante il funerale mi si avvicinò il genero (che avevo conosciuto una sera, tempo prima nello studio di D'Amico), mi pose un braccio sulla spalla dicendomi: “Hai visto, se n'è andato!”.
Era incredibile pensare che un uomo con una vitalità così dirompente si fosse spento. Sembrava impossibile. Santo D'Amico aveva 68 anni e una passione per il fumetto che oggi è difficile riscontrare in un ventenne. Una passione vera, fatta di dedizione, di talento e di amore per i comics.
Il suo studio, con le librerie ricolme del materiale di un'intera vita passata ad amare i fumetti, rimasero a testimoniare un amore per il fumetto davvero unico.
E il maestro D'Amico era unico: unico nel trasmetterne agli altri la passione per i fumetti; e soprattutto unico nel disegnarli con grande emozione (quando disegnava spesso e volentieri fischiettava).
Santo D'Amico aveva il fumetto nel cuore.
La prima volta nello studio di Santo D'Amico. Roma 1991. 


martedì 31 marzo 2015

Patrick Cothias e André Juillard – Le 7 vite dello sparviero - Enrico IV

Mondadori (collana "Historica" n. 6), 2013
Francia, Les sept vies de l'Épervier, 1983
In verità miei cari fratelli voi non siete altro che una banda d'ingenui di cui questo SANTO UOMO usa e abusa. Nei primi anni del cristianesimo, in Giudea e poi a Roma, la vostra religione proclamava l'uguaglianza fra gli uomini!... Ma la legge degli uomini divideva già il mondo in due caste... I PADRONI E GLI SCHIAVI!
(Lo Sparviero)

André Juillard Patrick Cothias
Mi viene una rabbia quando penso che un fumetto come Le 7 Vite dello Sparviero non goda, in Italia, di un'edizione definitiva, cioè di un bel volume che raccolga tutte le sette avventure. E che cavolo! Planeta De Agostini e Panini Comics hanno immesso sul mercato volumi che sembravano dizionari e che contengono in un unico tomo tutto un intero ciclo di un determinato personaggio, mi chiedo cosa costi racchiudere in un volume uno dei fumetti europei più belli di sempre.
Chi possiede i mitici 7 volumetti brossurati ultra sottili della Glénat (serie Le Avventure della storia) potrà rendersi conto che, messi l'uno accanto all'altro, formerebbero un volume grande poco più di un 'Texone'; sarebbe una cosa davvero gradita a chi ama il fumetto di alto livello e per chi fosse a caccia di grandi storie dall'arditezza narrativa e dall'accurata ricerca artistica.
Lo Sparviero, il misterioso giustiziere che si nasconde dietro una maschera rossa.
Recentemente, nella collana “Historica”, la Mondadori ha deciso di ripubblicare in due distinti volumi questo capolavoro della nona arte e direi che non potevamo sperare di più, almeno in Italia.
Patrick Cothias e André Juillard, nell'ormai lontano 1982, più di trent'anni fa quindi, riuscirono ad architettare una saga storica strepitosa, che conquistò una grossa fetta del pubblico francese e che, col passare degli anni, divenne un vero e proprio fumetto di culto in tutta Europa.
L'incipit iniziale è apparentemente semplice: la vicenda si svolge in Alvernia (Francia) all'inizio del 1600, quando una donna, nel gelido inverno di quelle terre, dà alla luce una bimba che protegge con il suo corpo fino alla morte. Verrà ritrovata morta dal marito, il barone Yvon de Troïl. Contemporaneamente un altro bambino viene al mondo e in situazioni più consone: è il figlio di Maria de' Medici ed Enrico IV, il futuro re di Francia, Luigi XIII.
Una delle prime tavola da La morte bianca: inizia la saga dello Sparviero.
Passano gli anni (otto per la precisione) e un misterioso giustiziere mascherato di rosso, Lo Sparviero, lotta strenuamente contro le classi nobili che opprimono la povera gente. Ariane, la bimba nata dalla moglie del barone de Troïl, è attratta dallo Sparviero e farà di tutto per scoprirne l'identità.
Come dicevo poc'anzi il lavoro dei due autori è strepitoso. Le trame ordite da Cothias sono sempre intriganti e i suoi personaggi hanno una caratterizzazione eccellente; lo sceneggiatore non lesina sulla descrizione della disumana esistenza della classe “elevata”, ricalcandone spesso la brutalità (come avviene nella sequenza in cui un soldato cerca di violentare una bambina) e cede alla tentazione (più che giusta) di lanciare più di una frecciatina all'ambiente ecclesiastico da cui emergono preti corrotti, che vivono nel vizio e nel lusso a discapito di un popolo ormai abbandonato alla sua miseria.
Juillard ci mette tutta la sua professionalità affinando e rendendo molto più espressivo un disegno il cui stile è “vittima” di una meticolosa perizia grafica; ma questa cura non impedisce all'artista di creare delle sequenze d'azione degne di un bel film (dettagli sanguinolenti compresi) e di riuscire a ricreare delle bellissime scenografie in cui il dettaglio risulta molto importante per il lettore.
La tipica meticolosità artistica di André Juillard.
Come ha osservato Luca Lorenzon nel suo bellissimo e dettagliato articolo dedicato al fumetto di Cothias e Juillard: "Les sept vies de l’Epervier ha saputo diventare qualcosa di più di una semplice saga a fumetti di successo. Quello che Cothias e Juillard hanno creato è un’epopea le cui stesse contraddizioni sono funzionali allo sviluppo del mito dello Sparviero. Il meccanismo prettamente feuilletonesco e centrifugo della serie è senz’altro la prima causa che viene alla mente quando ci si chiede il perché di tanto seguito e di tanto successo, ma alla base del fenomeno che ci spinge a non staccare gli occhi dalle tavole di Juillard e a chiederci “adesso cosa succederà?” quando un ciclo è concluso ci sono anche altri fattori.
A percorrere le tavole in cui compaiono Ariane e gli altri c’è un pesante senso di predestinazione e alcuni riferimenti saggiamente dosati portano spontaneamente il lettore ad arrovellarsi sui loro possibili significati reconditi anche quando forse non ce ne sono…"
Le sette vite dello Sparviero resta un'opera che, al di là dell'accuratezza storica e grafica, rappresenta un riuscitissimo mix dei generi più cari al fumetto: l'avventura predomina, ma non sono da meno il mistery, l'erotismo, la tragedia e l'ironia che spesso alleggerisce il contesto violento descritto dai due autori.
E la bellezza di questo lavoro, uscito in Francia oltre trent'anni fa, tutt'oggi non ha perso un briciolo della sua incredibile forza artistica e descrittiva.
I vizi e le lussurie di Re Enrico IV.

Curiosità

La prima apparizione della saga in Italia risale al 1984 sulle pagine della bella rivista Orient Express (OE n. 24, 25, 27 e 28).
Le sette vite dello Sparviero rappresenta una sorta di prequel di Masquerouge fumetto realizzato ancora una volta dalla coppia Cothies – Juillard.
Per un'esaustivo resoconto della serie, vi rimando all'ottimo post Les7 Vies de l'Épervier – A caccia di Sparvieri di Luca Lorenzon, curatore del blog Cosa sono le nuvole.

Edizione Consigliata

Questo primo volume della collana “Historica” comprende le prime quattro (delle sette) storie: La morte bianca, Il tempo dei cani, L'albero della cuccagna e Hyronimus. Grande formato, cartonato e stampa a colori. Naturalmente sarebbe sciocco non procurarsi il secondo volume della collana, Le sette vite delle sparviero – Luigi XIII (collana “Historica” n. 9), che comprende i restanti tre episodi: Il signore degli uccelli, La parte del diavolo e Il segno del condor.
La cover del secondo volume pubblicato da Mondadori all'interno della collana "Historica". 

Altre edizioni

Sicuramente di prim'ordine è quella della Lizard, che ha suddiviso in sette volumi brossurati e di grande formato le serie di Cothias e Juillard. All'inizio degli anni '90 la Glénat Italia pubblicò le serie (sempre suddivisa in sette volumi) nella collana Le grandi avventure della storia.
Da sinistra: il quarto volume, Hyronimus, della collana "Le avventure delle storia" e l'edizione cartonata della prima avventura, La morte bianca, realizzata da Lizard. 




domenica 15 marzo 2015

Il gusto degli altri n. 15

Nicola Mari

Una bellissima foto di Nicola Mari nel suo studio.

L'uscita del numero 1 di Nathan Never, nel giugno del 1991, fu un evento senza precedenti nel panorama del fumetto italiano; 250.000 copie vendute, record, credo, tutt'ora imbattuto per un personaggio della Sergio Bonelli Editore. Nathan Never fu anche una buona fucina di nuovi talenti artistici, ma il numero 7, La zona proibita (seguito da Uomini ombra), segnava l'esordio di un disegnatore insolito per il "panorama bonelliano": Nicola Mari. L'artista, allora ventiquattrenne, dimostrava già un talento eccezionale e la cosa interessante è che questo talento cresceva di albo in albo. 
Due stili a confronto: a sinistra una tavola tratta da Nathan Never n. 18 L'abisso delle memorie (1992). A destra: tavola tratta da Trash Island (2013) una recente storia di Dylan Dog (n. 328).

Il suo stile iniziale era debitore all'arte di Mike Mignola, ma l'artista ferrarese riuscì a distaccarsene quasi subito; Mari non imitava lo stile di Mignola, ma, intelligentemente, lo reinterpretava, così come Mignola aveva reinterpretato lo stile di Jack Kirby e Alex Toth. Già nella splendida storia doppia L'abisso delle memorie - L'undicesimo comandamento (NN n. 18 e 19), in cui si narra il passato di Nathan, Mari diede prova della sua abilità che non accennava a stabilizzarsi, ma continuava ad evolversi con un'incredibile velocità. Ed ecco quindi le prodezze artistiche di storie come I figli della notte (NN. n. 38) e lo splendido La biblioteca di Babele (NN. n. 50), in cui Mari ormai ha acquisito uno stile personalissimo, fino ad arrivare al 1996, anno del suo esordio sulle pagine di Dylan Dog con la storia Phoenix scritta da Tiziano Sclavi
Evoluzione di uno stile: tavola tratta da La giovinezza di Nathan Never. Lo stile di Nicola Mari è sempre più ricercato e azzardato. L'uso del bianco e nero esalta notevolmente l'espressività del suo segno. 
Sono passati solo 5 anni dal suo esordio in Bonelli eppure sembra che Mari abbia alle spalle una carriera ventennale; lo stile è ancora più personale, ardito, azzardato per un fumetto popolare, anche se stiamo parlando di Dylan Dog. Il suo segno è nuovo, fortemente espressivo e l'uso del bianco e nero è strepitoso. Ovviamente un simile stile non può che dividere i lettori, abituati a un disegno molto più classico e concreto, di facile immediatezza; eppure Mari non si accontenta e continua la sua personale ricerca; nel 2000 esce Il sorriso dell'oscura signora in cui Nicola (dopo aver realizzato 80 tavole con il suo stile dalla fortissima personalità) ridisegna la storia dando inizio ad una nuova fase artistica della sua carriera, che andrà avanti fino al recente Spazio Profondo storia in cui avviene il restyling di Dylan Dog.
Nathan Never in un'illustrazione del 1994 e Dylan Dog in una recente illustrazione. 
Nicola Mari è un artista che non ha mai voluto smettere di sperimentare, di cercare soluzioni grafiche nuove. E' uno di quegli artisti che "trama" in mezzo alle luci e alle ombre del suo ambiente di lavoro; conosce bene i grandi maestri, li ha sempre studiati, dimostrando intelligentemente di non fare "quello che avevano fatto loro", ma di fare "come avevano fatto loro"
Il suo modo di disegnare i personaggi, i loro corpi, le mani (bellissime), le varie parti del volto, lo rendono uno dei pochissimi disegnatori italiani che possa vantare uno stile personale. 
La personalità ha da sempre contraddistinto la sua arte.
Bellissimo sketch da Il principe di Persia (collana Le Storie, Sergio Bonelli Editore).


I gusti di Nicola Mari



1 - L' alba dei morti viventi (Dylan Dog)
di Tiziano Sclavi e Angelo Stano


"Il genio di Tiziano Sclavi annulla la distanza tra fumetto d'autore e fumetto popolare, è la rivoluzione del fumetto italiano."

2 - Jeremiah di Hermann
3 - Gotham by Gaslight di Brian Augustin e Mike Mignola
4 - Black Jack di Osamu Tezuka
5 - The long tomorrow di Moebius
6 - Torpedo di E. S. Abulí e J. Bernet
7 - Visione d'inferno di Hideshi Hino
8 - Lo sconosciuto di Magnus
9 - Batman: The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland
10 - The dark knight returns di Frank Miller

Per conoscere meglio il lavoro di Nicola visitate la sua pagina Facebook.

Il suo lavoro più bello: 
La biblioteca di Babele (Nathan Never)


Dico subito che avrei potuto scegliere Il sorriso dell'oscura signora. Tuttavia sono fermamente convinto (da lettore e artista che segue Nicola Mari fin dal suo esordio) che in questa storia i disegni di Mari hanno toccato un livello d'espressività artistica davvero eccelsa: le inquadrature sono ardite, i personaggi caratterizzati molto bene (soprattutto July Frayn, assassina allo stesso tempo spietata e sensuale ), e il gioco di luci e ombre dà un sapore malinconico a tutta la storia. 

lunedì 9 marzo 2015

300: Noel Sickles – Scorchy Smith

IDW Publisging, 2008
(USA, Scorchy Smith, 1934)
L'impressionismo è la sostituzione dell'apparenza delle cose, con la loro rappresentazione basata unicamente sulla conoscenza della loro struttura. Consideriamo, ad esempio, un ponte in travi di ferro: un artista della vecchia scuola, conoscendone la rigida forma, avrebbe preso nota di tutti i suoi parallelismi, avrebbe contato tutti i rivetti e li avrebbe disegnati uno per uno con estrema cura. Nella realtà, comunque, la luce e l'atmosfera giocano qualche scherzo con le forme, e l'occhio spesso vede qualcosa che non è possibile ridurre ad un rigido schema geometrico. Sickles avrebbe visto nel ponte un insieme di ben precisate ombre, avrebbe colto l'essenza di questi rivetti semplicemente rappresentando con minuscoli colpi di pennello le loro ombre allungate dalla luce radente e tutto questo con un uso così sapiente del nero da conferire alla scena un realismo mai visto prima.”
(Coulton Waugh, fumettista e studioso del fumetto americano)

Un giovane Noel Sickles al suo tavolo di lavoro. 
La nostra categoria non lascia impronte così pesanti da essere ricordati.” diceva il compianto Sergio Bonelli parlando dei grandi artisti oggi completamente dimenticati.
Fatto sta che il mondo dei comics è davvero strano; è fatto di decine di migliaia di personaggi, autori, lettori.
Ed è strano perché è fatto di personaggi sconosciuti, realizzati da autori sconosciuti alla maggior parte dei lettori. Nulla di sensazionale fin qui, se non per il fatto che a volte qualcuno di questi autori è entrato nel mondo dei comics apportando qualche “piccola” innovazione e, senza troppo rumore, se n'è andato proseguendo per altre strade.
Ci sono poi, al contrario, autori che al fumetto hanno dato non poco e che si godono (o si sono goduti) la meritata fama: Alex Raymond, Milton Caniff, Charles Schulz, Stan Lee, Moebius, Hugo Pratt, FrankMiller; autori molto famosi al grande pubblico.
Poi c'è un'altra categoria di innovatori, che non ha nulla da invidiare ai nomi precedentemente elencati ma che non ha goduto della stessa fama (se non tra i pochi addetti ai lavori): Gianni de Luca, DinoBattaglia e Gino D'Antonio tanto per fare i nomi di tre grandissimi di casa nostra. Ma se vogliamo anche un genio come Alberto Breccia non è conosciuto dalle nuove generazioni.
Allora forse ha ragione Sergio Bonelli quando afferma che una categoria come il fumetto non lascia particolari impronte? Sinceramente non lo so.
Quello che so è che tanti maestri che tutt'oggi possono insegnarci qualcosa, rischiano seriamente l'estinzione nella memoria delle generazioni a venire.
Non azzardo quando dico che per la maggior parte del pubblico italiano (ma anche internazionale) il nome di Noel Sickles appartiene alla categoria degli estinti. E che forse sarebbe ora di riscoprire questo grande artista a cui il fumetto (soprattutto di genere avventuroso) deve molto. Anzi, azzardiamo ancor di più dicendo che gli deve almeno tre elementi fondamentali, ripresi poi da ogni autore successivo: sintesi grafica, uso del bianco e nero e ritmo cinematografico.
Una sequenza di strip in cui emerge l'abilità di Sickles: i retini delineano il paesaggio, le ombre, gli oggetti le figure. L'azione non è mai statica, le inquadrature sono dinamiche e con una profondità di campo eccezionale. 
Se guardiamo le prime strip di genere avventuroso, e soprattutto i due autori migliori del genere, Hal Foster e Alex Raymond, possiamo notare un disegno di grande qualità, sicuramente eccelso ed espressivo. Eppure mancava qualcosa, soprattutto nel racconto che risentiva parecchio dell'assenza di quell'approccio quasi cinematografico che distingue il fumetto dall'illustrazione.
Sickles, invece, riuscì a far “decollare” il fumetto verso orizzonti del tutto nuovi (scusate la retorica ma è così); come dicevo l'artista fu il primo a introdurre la sintesi artistica nel fumetto, quella stessa sintesi che influenzerà in maniera determinante artisti come Alex Toth e Hugo Pratt. Tutti coetanei di Sickles e tutti debitori verso il suo modo di intendere la strip. E pensate a Milton Caniff che, nonostante fosse di qualche anno più grande dell'amico Noel, fu profondamente influenzato dalla sua sintesi, ma anche dalla capacità di Sickles nell'uso dei neri, di creare quei contrasti di luce di cui Caniff, Toth e Breccia diventeranno maestri indiscussi.
Noel Sickles aveva un talento invidiabile nell'uso del bianco e nero: in questa sequenza vi è l'incredibile talento di un artista che aveva intuito tutte le grandi potenzialità del fumetto. 
Tutte innovazioni visibili nella strip Scorchy Smith, persoanggio creato da John Terry che Sickles ereditò dopo la morte del suo autore; per circa tre anni l'artista disegnerà la strip, incentrata su avventure di tipo aviatorio, dapprima imitando lo stile di Terry (sicuramente su richiesta degli editor) abbandonandolo via via per iniziare a sperimentare e imprimere tutte le varie innovazioni prima descritte. Sfogliando lo splendido volume che racchiude tutte le strip di Scorchy Smith, si ha modo di vedere l'evoluzione del segno di Sickles, la sua sintesi, il gioco di luci e ombre che sfocia in quel meraviglioso uso dei retini che spesso si sostituiscono al segno per delineare i personaggi o gli oggetti; davvero splendide le strip ambientate sulla neve (11 dicembre 1935 – 3 febbraio 1936) con i retini che si “sposano” alla perfezione con le pennellate dell'artista. Ogni vignetta sembra spianare la strada al fumetto degli anni a venire: i retini di Toth, il tratteggio di Micheluzzi, le pennellate di Caniff e Pratt, le sequenze aeree che non hanno niente da invidiare al Dan Cooper di Albert Weinberg. Tutto in soli tre anni di strip a fumetti; dopo di che Noel Sickles si dedicherà all'illustrazione con risultati che non hanno niente da invidiare ad artisti del calibro di Norman Rockwell e Al Dorne. Ma quello che Sickles fece nel brevissimo tempo passato a disegnare Scorchy Smith fu “creare una forte scossa sismica nel paesaggio dell'arte commerciale...” per usare le parole di Jim Steranko che, nella sua esaustiva introduzione al volume consigliato, definisce Sickles “l'uomo invisibile del fumetto, un fantasma, poco più di un'eco per il pubblico di oggi.”
Un ragazzo di 24 anni, tra il 1934 e il 1936, con le sue innovazioni grafiche e visive dava al mondo dei comics un contributo imprescindibile. Ed a malapena il suo nome viene ricordato.
Ve l'ho detto: il mondo dei comics è davvero strano.

Lo splendido uso dei retini di Noel Sickles.


Curiosità

La carriera di Sickles iniziò come vignettista politico: in quel periodo conobbe Milton Caniff con cui divise lo studio; lo stesso cartoonis ammise di essere stato influenzato non poco dal lavoro del suo amico sulle strip di Scorchy Smith e questa influenza è palese nella sua striscia Terry and the pirates. Lo stesso Sickles realizzò alcune sequenze a matita per il personaggio di Caniff e quest'ultimo curò in qualche occasione il testo della strip di Scorchy Smith.
Dopo l'abbandono di Sickles, la striscia venne continuata da Bert Christman.
Noel Sickles morì nel 1982. L'anno dopo venne inserito nella “Society of Illustrators Hall of Fame”. Ma non compare, vergognosamente oserei dire, nella "Will Eisner Hall of Fame".
Il tratteggio di Sickles contrapposto all'uso del nero netto, fonte d'ispirazione per molti grandi artisti futuri.

Edizione consigliata

In una parola: perfetta. Non credo che cambierei alcunché di questa splendida edizione realizzata dalla IDW Publishing: edizione cartonata in tela, con rilegatura in filo refe e sovracopertina plastificata a colori; quasi 400 pagine di cui le prime 140 pagine corredate da illustrazioni, sketch, studi a matita che lasciano davvero a bocca aperta, e una seconda parte in cui vengono raccolte tutte le strisce di Scorcky Smith realizzate da Sickles, comprese le prime dieci del suo successore, Bert Christman e le prime del suo predecessore John Terry.
Prefazione di Dean Mullaney. Introduzione di Jim Steranko. Il volume fa parte della collana “The Library of American Comics” ed è, ovviamente, in lingua inglese. Arduo sperare in un'edizione italiana.

Altre edizioni


Nessuna in italiano. Tuttavia negli anni '70 la Nostalgia Press pubblicò due edizioni che raccoglievano (in maniera incompleta) le avventure di Scorchy Smith.

Le due cover dell'edizione a cura della Nostalgia Press. 



lunedì 2 marzo 2015

300: Guido Crepax – Justine


Olympia Press Italia, 1979
(Italia, Justine, 1979)
Servire... Signore... Non chiedo che questo...”
I servizi di una bambina pari vostra sono poco utili! Non avete ne l'età ne il fisico... Ma potete, mostrando un rigore meno ridicolo, ottenere una sorte migliore assecondando i desideri dei libertini... Comprendete?”
Dunque non esiste più un po' di benevolenza tra gli uomini?”
Per quanto ne so assai poca... I piaceri della bontà non sono altro che le voluttà dell'orgoglio!”
(Dialogo tra Justine e Dubourg)

Guido Crepax al lavoro.
L'erotismo, come lo concepisce Guido Crepax, forse non lo concepisce nessuno. Perché nessuno è riuscito ad arrivare ai suoi livelli. E quando parliamo di Crepax possiamo tranquillamente farlo su larga scala e non solo a livello nazionale, perché di fatto l'autore milanese è stato un vero e proprio innovatore del fumetto erotico e del fumetto in genere. Fin dai suoi esordi nella grafica pubblicitaria e come copertinista di riviste, egli si avvalse di uno stile assolutamente nuovo. Poi arrivò la rivista Linus e su questa fece il suo debutto il suo personaggio più famoso, Valentina; fu così che Crepax raggiunse una popolarità internazionale, soprattutto grazie alle continue evoluzioni grafiche che l'autore era solito apportare negli anni. Dal punto di vista visivo e narrativo, era un artista completamente libero e il suo stile era estremamente ricercato così come la composizione delle sue tavole; per lui ogni dettaglio, anche quello ritenuto insignificante in qualsiasi altro fumetto, era estremamente importante, e difatti è proprio grazie ai dettagli che Crepax trasmetteva al lettore lo stato emotivo dei suoi personaggi.
E i personaggi di Crepax non si dimenticano, anche quelli meno noti come Bianca e Anita.
Un bel primo piano di Justine
Ma Guido Crepax era anche un uomo molto colto. Una cultura, la sua, che era possibile percepire nelle storie di Valentina, nelle citazioni intellettuali di cui i suoi fumetti sono disseminate. E questo suo gusto per la cultura non poteva non renderlo particolarmente sensibile alle maggiori opere letterarie che ben si sarebbero adattate al suo stile; ecco quindi che dalla sua matita nascono gli adattamenti di opere come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, Dracula di Bram Stoker e altri prodotti della letteratura gotica di Edgar Allan Poe, da cui Crepax era molto affascinato.
Non solo, da maestro indiscusso del fumetto erotico, Crepax non poteva non cimentarsi con le opere più trasgressive e scabrose della letteratura erotica. Da Venere in visone di Leopold Sacher-Masoch a Emanuelle di Emanuelle Arsan, dalla saga dell'Histoire d'O di Pauline Réage alle opere del Marchese de Sade. Ed proprio da quest'ultimo che Crepax trae la sua opera più bella e complessa.
Adattando il romanzo di Sade, Justine, l'autore realizza quello che per molti è il suo capolavoro artistico; un fumetto imponente e complesso, raffinato e ricercato in ogni tavola e in ogni vignetta.
Nelle tavole di Justine il gusto estetico di Crepax, l'amore per i dettagli e per il corpo femminile raggiungono il loro massimo livello. E la trasposizione del mondo di Sade non poteva trovare nell'arte di Guido Grepax un miglior alleato. Perché è proprio la sua grande attenzione per ogni singolo dettaglio a fare di ogni tavola di Justine un grande lavoro compositivo. Differentemente dai suoi altri lavori, in Justine Crepax grande importanza agli ambienti e li fotografa con delle inquadrature per lui abbastanza inusuali; le tavole a tutta pagina (in cui la protagonista viene ripresa dall'alto, mentre cammina verso il convento, o quando è sofferente per le sevizie in mezzo alla boscaglia) sono di una bellezza visiva da togliere il fiato, così come assolutamente strabilianti sono le tavole in cui Crepax “denuda” la tavola della classica gabbia, per lasciar libera la sua capacità compositiva.
Una delle splendide tavole di Crepax.
Ma non è solo l'originale capacità grafica a fare di
Justine un capolavoro del fumetto erotico; c'è anche la capacità del Crepax narratore, capace di far immedesimare il lettore in quello spirito morboso e sadico, catturando perfettamente la filosofia di Sade. I dialoghi non sono mai pesanti e il fumetto, per la maggior parte dell'opera, mostra le brutalità subite da Justine: ogni sequenza riporta dettagli scabrosi che Crepax mostra senza cadere mai nella banalità e questo perché l'artista ha sempre sfoderato, per ogni sua opera, un talento visivo eccezionale, che ha sempre mantenuto ad un livello altissimo per gran parte della sua carriera, cedendo solo verso la fine. Ma non conta; quello che conta veramente è il lavoro di un autore che ha dato un contributo fondamentale al fumetto erotico (e non), sempre un passo avanti rispetto ai suoi colleghi e sempre pronto a stupire con le sue innovazioni grafiche.
E Justine è il vertice artistico di un autore unico e imprescindibile.
Lo stile grafico di Crepax rappresenta una personalissima distorsione della realtà. 

Curiosità

Il fumetto è tratto dal libro Justine o le disavventure della virtù seconda versione del libro originario, intitolato Justine le sventure della virtù, scritto dal conte Donatien-Alphonse-François de Sade (più noto come Marchese de Sade). La terza versione del romanzo, La nuova Justine, ovvero le sciagure della virtù, fu quella definitiva.

Edizione consigliata

Splendida l'edizione della Olympia Press che presenta l'opera di Crepax in grande formato, con cover in tela cartonata e stampa su carta di ottima qualità e grammatura pesante. Precedono il fumetto lo splendido saggio dello scrittore Guido Piovene, Il demone della coerenza, dedicato al romanzo di Sade e la presentazione di Virginia Finzi Ghisi.

Altre edizioni

Sicuramente quella della ES pubblicata nel 2000 nella collana Ars Amandi. Recentissima invece quella della Mondadori nella collana Guido Crepax - erotica vol.4: Justine - la lezione di de Sade. Anche la Blue Press realizzò delle edizioni economiche di Justine: la prima nel 1993 in un unico volume, Justine – Opera integrale e la seconda, presumo più recente, divisa in due volumi.
Le varie edizioni di Justine. Da sinistra: quella della ES, la più economica realizzata dalla Blue Press e quella recente pubblicata dalla Mondadori