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sabato 8 dicembre 2012

Jac e Ned 19° capitolo - Questione d'eredità.

Uno smorfioso Jacovitti con mio fratello Pier Andrea nel 1993.
Jac era solito fare smorfie e gestacci quando provavo a fotografarlo. 


Quando un grande artista lascia questo mondo, viene sempre da porsi una domanda: chi sarà il suo erede? Chi raccoglierà il testimone per portarne avanti l'opera?
In realtà la domanda corretta da porsi è la seguente: si può davvero continuare l'opera di un grande maestro? Entrare nel suo mondo, farlo suo, immedesimarsi totalmente nel suo genio con la consapevolezza di non esserne alla pari? La risposta non può che essere negativa.
Non si possono rifare i grandi maestri. Pensiamoci un attimo e torniamo indietro fino agli albori dei comics: Krazy Kat di Herriman, Pogo di Kelly, i Peanuts di Schulz, Corto Maltese di Pratt, Calvin e Hobbes di Watterson, Valentina di Crepax, Zanardi di Pazienza, Il commissario Spada di De luca. Tutti artisti geniali che avevano una cosa in comune: la non imitabilità.
È inutile, per quanto bravo possa essere un artista, Valentina apparteneva a Crepax così come Krazy Kat non poteva che essere disegnata da Herriman.
Ed è ovvio intuire che un personaggio come Cocco Bill non poteva che essere realizzato solo da Jacovitti.
Dopo la sua morte l'eredità artistica passò nelle mani di Luca Salvagno. Luca aveva un'esperienza artistica maggiore della mia (essendo più grande di tredici anni) ma non nello stile di Jacovitti, visto che la sua collaborazione con Jac coprì solo l'ultimo anno e mezzo della vita di Franco, a fronte della mia collaborazione che vantava un periodo di quasi cinque anni.
In questi cinque anni, in più di un'occasione, Franco mi citò come suo erede.
Uno stralcio dell'intervista di E. Colabelli a Jacovitti (fonte: Jacovitti Magazine n. 3, settembre 1994)
In primis sullo Jacovitti magazine n. 3 del settembre 1994. In un'intervista a Jacovitti realizzata da Edgardo Colabelli nel luglio dello stesso anno, alla domanda “Tra i tanti giovani disegnatori italiani chi consideri il tuo erede e chi, nonostante abbia stile diverso dal tuo, merita attenzione?” Jacovitti rispose “Cavazzano, l'autore della storia sul Giornalino che mi vede addirittura protagonista, come sono bravi tanti altri che lavorano su Topolino e com'è grande Foratini nella satira politica, ma ho trovato adesso un giovane che si chiama Nedeljko Bajalica, e speriamo che lui sia il mio erede.”
Nel frattempo erano passati due anni dalla nostra collaborazione e nell'ambiente si sapeva che un giovane di nome Nedeljko Bajalica inchiostrava i disegni di Jacovitti. A volte succedeva addirittura di firmarli insieme, come nel caso della copertina per la fanzine Cronaca di Topolinia (n. 2 gennaio 1994).
Il due febbraio del 1995 il Corriere della sera dedicò un'intervista a tutta pagina a Jacovitti. Tra le domande poste a Jac dal giornalista Carlo Galeotti vi era anche questa: “Hai dei “discepoli”?” Jac rispose: “Si, un ragazzo di vent'anni che mi sembra proprio bravo. È figlio di un immigrato dalla Russia e vive in Puglia. Si chiama Nedeljko Balaica”. A parte qualche inesattezza sulla mia famiglia (mio padre è serbo non russo) e il cognome scritto alla buona il senso direi che è chiaro.
Intervista a Jacovitti: ho evidenziato in rosso il pezzo in cui Jac parla di me. (fonte: corriere della sera? rubrica "Non solo Libri" del 2 febbraio 1995)
Anche sulla Nazione di Firenze, in un'intervista rilasciata da Jacovitti a Leonardo Gori alla domanda del giornalista se fra gli autori di fumetti odierni ci fosse qualcuno che il maestro considerasse suo erede ideale, Jac rispose: “... Cavazzano è bravissimo: visto che è molto più giovane di me penso che sarà lui a seguire la mia strada. Poi c'è un ragazzo, Nedeljko Balaika, figlio di ex esuli russi, che lavora con me. Per ora ripassa solo i miei disegni, ma è in grado di fare anche delle storie autonome. Sta realizzando, tutto da solo, una storia di Cocco Bill, dal titolo Little Cocco, che racconterà l'infanzia del personaggio...”. A parte insistere sul fatto di essere figlio di esuli russi (ripeto, mio padre è serbo e mia madre italiana) e di sbagliare il cognome, direi che anche qui il maestro fu assolutamente chiaro.
Nel frattempo uscì il mio primo fumetto, RAP (1996). Fu presentato dallo stesso Jacovitti in una serata al ristorante romano Villa dei Cesari, dove Franco davanti al pubblico dello Jacovitti Club, mi presentò come suo collaboratore e realizzatore del fumetto RAP.
In qualità di collaboratore di Jac e realizzatore con lui del fumetto RAP, mi aspettavo il premio Lisca di Pesce (visto che la precedente edizione non lo ottenni in quanto mi fu detto che il premio, indetto dallo Jacovitti Club, non poteva essermi assegnato perché ero privo di una mia pubblicazione.) Ma, come disse Edgardo Colabelli, direttore editoriale dello Jacovitti Club, “non appena pubblicherai ti verrà assegnato sicuramente!”.
Ebbene, RAP uscì per Expocartoon 1996, firmato da Jacovitti e il sottoscritto, ma del premio Lisca di Pesce d'argento (la Lisca d'oro premiava i big mentre quella d'argento le giovani promesse) neanche l'ombra. Ma credetemi, non era questo il problema, quanto l'essere preso in giro da persone a cui volevo davvero bene (non parlo di Jac che di queste cose, per fortuna, non ne voleva sapere).
Come potete vedere, nonostante le varie affermazioni scritte e orali di Jacovitti, l'eredità non fu certo raccolta da me. Dopo cinque anni di fedele collaborazione, fu preferito un altro artista. Niente da dire sulle sue doti artistiche, ci mancherebbe.
Negli anni ho provato molta rabbia, ma solo oggi ho capito che se avessi raccolto il testimone di Franco e avessi continuato i suoi personaggi, sarei diventato solo un suo clone. Niente di più . Staccarmi da Jac mi diede la possibilità di trovare la mia strada.
Ma non preoccupatevi. Io mi sento in tutto e per tutto erede di Jacovitti. Perché ho imparato la sua lezione: non fare quello che ha fatto lui... Ma fare come ha fatto lui.
A destra: Jacovitti in posa nel suo studio davanti alla mia macchinetta fotografica.
A sinistra: il giovane Ned a Expocartoon '94, ripreso dal sempre attento obbiettivo di G. Boschetti.


venerdì 7 dicembre 2012

Jac e Ned 18° capitolo - Caro Franco...



Sigaro Apostolado tra i denti: tutti i disegni che Jac mi
dava da inchiostrare odoravano di tabacco. Un odore
che ancora oggi non ho scordato. 
Credo che la lettera che inviai a Jacovitti, alla fine di novembre del 1997, iniziasse proprio con un bel “Caro Franco...”.
Sono passati 15 anni, ormai non ricordo più i dettagli. Ricordo solo che quando scrissi quella lettera ero piena di amarezza. Amarezza per quello che avevo scoperto alla redazione del Giornalino.
Nel precedente capitolo vi ho parlato di una copertina di Cocco Bill realizzata per il Giornalino, una copertina che non era, di certo, stata realizzata, o quantomeno inchiostrata, da Jacovitti. Andando ancora a ritroso, nei capitoli scritti ancor prima, avevo spiegato come verso la metà del 1997 Franco avesse deciso d'interrompere la nostra collaborazione in quanto, secondo le sue parole, aveva ritrovato l'energia e le vitalità di un tempo. Vedere un disegno di Cocco Bill non inchiostrato da lui e tantomeno da me, mi faceva sorgere qualche dubbio: chi l'aveva inchiostrato? E perché Franco non me ne aveva parlato.
Ciò che mi ferì molto in quella circostanza non fu il fatto che Jac probabilmente si stesse affidando a qualcun altro, ma il fatto che non me ne avesse parlato. Vi sembrerà strano ma Jac e io ci dicevamo tutto. Lui spesso si confidava e si sfogava con me ed era normale, visto che per quasi cinque anni ci vedevamo un giorno si e uno no.
In quell'istante mi sentii fortemente abbandonato.
E passi pure che, dopo tutta la mia collaborazione e disponibilità per creare lo Jacovitti Club, fossi stato messo da parte; era una cosa che non riguardava direttamente Jacovitti. Ma essere messo da parte da Franco, questo non riuscivo ad accettare.
Durante quei cinque anni avevo sempre svolto tutto il lavoro affidatomi, con alti e bassi per carità ma sempre a disposizione in qualsiasi momento e senza soste.
Mi sentii abbandonato, e soprattutto provai molta rabbia. È un po' come quando i sogni avuti per una vita si frantumano in un misero istante. Per questo gli scrissi la lettera. Per chiedergli spiegazioni. Per sapere. Uno dei passi che vagamente ricordo di aver scritto, alludeva alla sincerità che tra di noi c'era sempre stata. Ero a Pavia quando spedii la lettera. Arrivò a Jac dopo qualche giorno. Nel frattempo scesi a Lecce e rientrando a casa nel tardo pomeriggio dopo una passeggiata nel centro storico (passeggiavo parecchio in quel periodo, cercavo di capire...) mio padre mi disse che Jacovitti mi aveva chiamato, che aveva ricevuto la lettera, che aveva capito e che mi avrebbe risposto. Ma non ho mai capito se quella risposta volesse scrivermela o dirmela telefonicamente a parole sue. E non ho mai saputo cosa volesse dirmi realmente perché di lì a qualche giorno, Franco se ne andò.
Il 3 dicembre 1997, mentre era solito fare la sua passeggiata mattutina, fu colpito da un ictus che lo paralizzò per metà. Si spense dopo qualche ora in ospedale.
Una vignetta realizzata nel 1993 per Cocco Story, la storia ideata da Jac e Ned nel quale viene narrata l'infanzia e la prima avventura del giovane Cocco Bill. Un progetto che spero possa vedere presto la luce. 
Mi chiamò immediatamente un mio amico da Roma per darmi la notizia e vi dico la verità, dopo lo shock iniziale, il mio primo pensiero fu per la dolcissima moglie Lilli. Pensai che non sarebbe sopravvissuta. Solo chi ha avuto la fortuna di vedere un amore così grande mi può capire. E infatti Lilli lo raggiunse dopo neanche sei ore.
Anche ai funerali mi sentii solo. Nessuno venne a salutarmi. Forse avevano saputo della lettera che scrissi a Jac e posso capire il loro risentimento ma credo che la cosa riguardasse solo Franco e il sottoscritto. Ma in verità ero tranquillo perché tra amici credo sia giusto essere sinceri. E Franco oltre a essere il mio maestro era soprattutto un mio amico. Ricordo che quando uscii dalla chiesa mi corse dietro Giovanni Boschetti, vice presidente dello Jacovitti Club. Mi abbracciò e quell'abbraccio per me fu la conferma che alla fine era rimasto qualcuno capace di apprezzare il mio lavoro in questi cinque anni. Ma non era il solo per fortuna: molti mi chiamarono per esprimermi il loro affetto.
Durante il viaggio di ritorno, inevitabilmente ripercorsi con la memoria tutti quegli anni passati accanto a uno dei più grandi fumettari di sempre, del privilegio che mi era capitato. Nei giorni a venire mi sentii telefonicamente con Silvia, la figlia di Jacovitti: non era facile per lei, aveva perso i genitori in un solo giorno. Non oso immaginare il duro colpo. Parlavamo e ricordavamo Jac, la sua ironia, le sue battute, insomma credo che in noi ci fosse il bisogno di ritrovare e condividere il suo mondo surreale.
Ma dopo il danno arrivò anche la beffa: non fui scelto per continuare le avventure di Cocco Bill. Credo di non essere stato preso neanche in considerazione. Nonostante Jacovitti mi avesse più volte pubblicamente dichiarato come suo erede, Don Tommaso Mastrandrea, allora direttore del Giornalino (che mi conosceva e conosceva il mio lavoro con lo stile di Jac) scelse Luca Salvagno: tutti i nodi alla fine vennero al pettine.
Me lo comunicò Silvia e sinceramente rimasi molto addolorato e deluso.
Ma ormai Jacovitti se n'era andato e gran parte del mio amore per il fumetto l'aveva seguito.
Giovanni Boschetti mostra a Jacovitti (il giovane Ned dietro che osserva) una rara edizione di un Pinocchio illustrato dal maestro negli anni '40. Boschetti era dotato di un'energia e di un estro creativo davvero unici. Collezionista di umorismo in tutte le salse era il vice presidente dello Jacovitti Club e mi esprimeva continuamente la sua stima. Quando uscì RAP n. 0 ne acquistò venti copie.




300: George Herriman – Krazy Kat



Milano Libri 1974
(USA, Krazy Kat and Ignatz Maus, 1913)
Molte persone amano “perché”, e molte amano “sebbene”, pochi individui “amano”. Non si possono porre limiti all'amore: ma un sacco di gente passa la propria limitata vita cercando di evitare che gli capiti qualcosa che non ha limiti. Krazy, comunque non è “la gente”. Krazy è se stessa. Non le si possono porre limiti: lei “AMA”. Ama nel solo modo che ciascuno può: senza limiti. Lei non è morbosa e non soffre a lungo; lei non ama qualcuno “perché” lui le fa del male, e non ama “qualcuno che le fa del male”.
Proprio il contrario: lei ama uno che le procura gioia assoluta.
(dall'introduzione di E. E. Cummings)

Geroge Herriman.
Il triangolo amoroso creato da Herriman.
Avete presente la teoria del Big Bang? La teoria secondo cui circa quindici miliardi d'anni fa l'universo era racchiuso in una bolla non so quante volte più piccola di una punta di spillo?Poi, sempre secondo la suddetta teoria, questa bolla esplose e iniziò la sua espansione e con essa iniziarono a espandersi tempo, spazio e materia, formando l'universo che oggi (teoricamente) conosciamo.
L'universo dei fumetti, che ci crediate o no, era racchiuso in qualcosa di analogo; dalla sua presunta nascita e per quasi un ventennio, il fumetto aveva partorito personaggi belli, simpatici, ma tutto sommato nella norma (tranne qualche rara eccezione come "Little Nemo") e che non riuscivano a sfruttare pienamente la potenzialità che questa neo arte realmente possedeva.
Poi il 26 luglio del 1910 accadde qualcosa.
Un giovane artista, autore di una strip divertente, The Family Upstairs, decise di fare un piccolo omaggio ai suoi lettori e in calce ad essa ne aggiunse, un'altra all'apparenza molto più modesta, che aveva come protagonisti una gatta e un topo.
L'universo del fumetto era finalmente esploso. E ancora oggi ne sentiamo gli echi. Perché se il fumetto tutt'ora si espande e si declina in nuove forme, in nuovi stili e in nuovi modi di raccontare... beh, vi sembrerà strano ma il merito va tutto a questa gatta e al suo nemico/amico topo. E soprattutto al loro autore: George Herriman.
Così Krazy Kat passerà in prima linea nel 1913, mandando in pensione definitivamente la precedente strip di Herriman e continuando le sue avventure fino alla sua morte, avvenuta il 25 aprile del 1944.
Krazy e Ignatz e il lancio del mattone: il gesto più poetico della storia dei fumetto.
Krazy Kat è il primo vero esempio di poesia nel fumetto. Ma non solo; Krazy Kat è la rappresentazione di tutto quello che il fumetto può esprimere: originalità narrativa, compositiva e linguistica, ricerca stilistica: ma soprattutto la strip di Herriman è, forse, il primo vero esempio di sintesi grafica nella storia dei comics.
L'idea è semplice e resterà la stessa per trentaquattro anni: Krazy Kat è una gatta (ma il sesso non è mai stato definito e qui incombe lo spettro dell'ambiguità sessuale) innamorata persa di un topo, Ignatz che, odiandola con tutto se stesso, non perde occasione per lanciarle un mattone in testa. Ma Krazy è un'inguaribile romantica e prende il crudele e violento gesto di Ignatz come un segno d'amore. E per tutta la durata della striscia, si sottoporrà a questa tortura, beandosi quando uno di questi mattoni la colpisce, soffrendo quando non viene colpita e difendendo l'amore della sua vita dal rappresentante della legge, il cane sceriffo Officer Bull Pupp che la ama segretamente. Herriman costruisce dei personaggi che ruotano attorno a quello che sembra il vero protagonista della strip: il mattone. Il mattone perfetto, catalizzatore dei sentimenti di Krazy verso Ignatz e dell'odio di questo verso la gatta. Il mattone come inevitabile conclusione di tutto, l'oggetto che rappresenta il trionfo del bene e del male. Il tutto nella metafisica e surrealista contea di Coconino, in Arizona, scenario all'apparenza infinito e desolato ma che all'occorrenza si popola di un deserto, di un mare, di un albero, di un paesaggio roccioso, di una palude, di una prigione appositamente realizzata per ospitare un solo essere: Ignatz. Il quale riesce sempre a scappare, a procurarsi un mattone e a illudere l'ingenua Krazy che colpita violentemente si accascia per terra con l'illusione d'essere amata.
Un fumetto assolutamente unico e irripetibile e senza dubbio massima espressione della comic art tutt'ora ineguagliata.
Herriman fu il primo vero innovatore del fumetto, fu l'artefice di quell'esplosione primordiale che sancirà l'evoluzione dei comics, fu colui che per primo intuì le sue infinite possibilità, liberandosi dalle convenzioni artistiche e narrative e non ponendo limiti all'immaginazione.
Composizione, originalità e genio creativo: le innovative sunday pagas di Herriman.
Questo volume realizzato dalla Milano Libri raccoglie le strip giornaliere (rimontate come consuetudine dell'epoca e pubblicate, non si capisce ancora il perché, con un accecante sfondo giallo) e le sunday pages del 1942 ed è un perfetto esempio di quanto ho detto fin'ora: sfogliandolo possiamo avere un piccolo assaggio di tutte quelle innovazioni che nel corso degli anni verranno imitate e perfezionate.
Da quel 25 aprile 1910, niente fu più come prima. Il fumetto non fu più materiale usa e getta per ragazzini, ma un mezzo di grande espressione artistica e poetica. E della lezione di Herriman, avrebbero tenuto conto praticamente tutti i successivi grandi autori: da Walt Kelly a Charles M. Shultz, da Will Eisner (che ha definito Herriman il narratore più innovativo nel mondo dei fumetti) a Bill Watterson di Calvin e Hobbes (evidentissima l'influenza dello stile di Herriman nella sunday pages di Calvin), fino ad arrivare ad Art Spiegelman e Aleksandar Zograf; più o meno tutti, direttamente o indirettamente sono debitori del grande autore americano.
Sembra incredibile che due animali siano riusciti a realizzare tutto questo; una gatta e un topo uniti da un semplice mattone.
E non meravigliatevi, leggendo, di non comprendere immediatamente.
Come è stato giustamente scritto, Krazy Kat non è un fumetto da capire. È un fumetto da amare.
Krazy Kat, Officer Bull Pupp e Ignatz: niente nel fumetto sarà più come prima.

Curiosità

Nonostante venga considerata la massima espressione della comic art di sempre, Krazy Kat non ha mai avuto il successo plateale dei Peanuts o di Braccio di Ferro, soprattutto per la complessità dei testi, non certo per ragazzini abituati ai Katzenjammer kids. Herriman era consapevole di tutto ciò tanto da confessare al suo capo, il famigerato William Randolph Hearst, di avere l'impressione quasi di rubare la paga. Ma il magnate dell'editoria, nonostante fosse un uomo contraddittorio e cinico, era anche un grande fan di Kazy Kat e diede disposizioni affinché Herriman la disegnasse fin quando avesse desiderato farlo.
Il volume consigliato si avvale del saggio introduttivo e fondamentale del grande poeta E. E. Cummings.
Gli omaggi a Krazy Kat nel mondo dell'arte non si contano. Tanto per citarne uno: nel film Pulp Fiction, nella sequenza finale Samuel L. Jackson indossa una t-shirt di Krazy Kat. E gli omaggi continuano tutt'oggi: la casa editrice italiana Coconino Press prende il nome dalla contea dove si svolgono le avventure di Krazy e Ignatz.
Oltre i protagonisti della strip, altri personaggi sono il fabbricante di mattoni, Kolin Kelly, Don Kiyote, Joe Bark, e il saggio uccellaccio di palude Joe Stork. Ignatz ha tre figli: Milton, Marshall e Irving.
In Italia Officer Bull Pupp fu rinominato Offisa Pupp.

Edizioni Consigliata

Il volume consigliato è cartonato e rappresenta la quarta uscita della collana "I nostri immortali" voluta dalla Milano Libri negli anni '70. Si avvale del saggio introduttivo e fondamentale del grande poeta E. E. Cummings

Altre edizioni

La Fantagraphics ha avviato la ristampa delle sunday pages di Krazy Kat e in Italia la Free Books si è presa l'onere di ripubblicare tali e quali i volumi che si sono interrotti (per la chiusura della casa editrice italiana) alla quarta uscita.
Recentemente la Nova Express ha ripubblicato un volume in grande formato (e con una stampa migliore rispetto alla Free Books) di oltre 140 pagine che raccoglie le strisce del fumetto apparse dal 1933 al 1934. 

Da sinistra verso destra: tre volumi pubblicati dalla Free Books e l'ultimo pubblicato di recente dalla Nova Express.





mercoledì 5 dicembre 2012

300: Vittorio Giardino – Sam Pezzo

Comic Art, 1989
(Italia, Sam Pezzo, 1979)

Ma cos'ha fatto?”
C'era un tizio che strizzava l'occhio a mia moglie, solo che era un pugile. E poi non faceva l'occhiolino. Era un tic.”
(Sam Pezzo con il volto ricoperto di sangue)

Sam Pezzo: prima e dopo. 
Vittorio Giardino.
Non ci sono dubbi. C'è stato un periodo in cui gli italiani hanno battuto gli americani sui generi a loro più cari: il western e il poliziesco. Nel cinema basterebbe fare il nome di Sergio Leone... il resto è ormai storia; e nel poliziesco vari registi nostrani, Fernando di Leo in primis, hanno realizzato pellicole che non hanno niente da invidiare a quelle americane. E, per restare in ambito poliziesco, uno scrittore meraviglioso come Giorgio Scerbanenco ci ha regalato romanzi degni del miglior Hammett.
In seguito questo tipo di cinema ha inesorabilmente imboccato il viale del tramonto, ma, verso la fine degli anni '70, alcuni autori italiani pensarono di sfruttare questi generi con il fumetto. Su tutti, Berardi e Milazzo e il western crepuscolare di Ken Parker da un lato e l'astro nascente Vittorio Giardino dall'altro; Vittorio Giardino che sul finire degli anni '70 esordisce nel fumetto con un personaggio davvero singolare: il detective privato Sam Pezzo.
 Quando Giardino realizza Sam Pezzo ha trentadue anni e alle spalle un'avviata carriera d'ingegnere elettronico abbandonata all'improvviso per dedicarsi totalmente alla sua vera passione: i fumetti.
Nelle prime storie, antecedenti Sam Pezzo, il suo tratto risulta abbastanza piatto e non tralascia la meravigliosa linea chiara che caratterizzerà i suoi lavori futuri.
Azione, intrigo e pericolo sono gli ingredienti base per le storie di Sam Pezzo.
Poi nel maggio del 1979, sulle pagine della bella rivista Il Mago esce una storia intitolata Piombo di mancia e fin dalla prima vignetta facciamo la conoscenza di Sam Pezzo. Pagina dopo pagina ci accorgiamo dell'evoluzione grafica dell'artista bolognese, del sapiente uso dei neri e del tratto pulito e deciso che caratterizzerà la sua produzione futura. Ma soprattutto leggiamo delle belle storie, robuste, piene di suspense, molto reali come il suo protagonista. Perché alla fine Sam è un detective privato umano e contraddittorio, disilluso ma dotato anche di una buona dose d'autoironia, intriso d'amarezza, per ciò che vede ogni giorno nella città in cui si muove, senza nome ma facilmente riconducibile a Bologna, città del suo autore.
Nelle sue avventure il protagonista ha a che fare con casi banali, che però si articolano conducendo la storia verso trame intriganti e pericolose; le prende di santa ragione ma a volte centra il bersaglio, e con il suo impermeabile e cappello alla Bogart riesce a conquistare delle procaci bellezze... Il fascino del detective squattrinato e fallito.
Esplicitamente modellato sui grandi personaggi della narrativa hard boiled americana, Philip Marlowe e Sam Spade su tutti e con qualche spruzzatina di 87° distretto di Ed McBain, Sam Pezzo è un perfetto esempio di antieroe.
Il volume edito dalla Comic Art racchiude tutto il ciclo di questo caparbio detective perdente; ma ai nostri occhi, Sam Pezzo sarà sempre un vincente, se non altro per averci fatto conoscere un artista unico come Vittorio Giardino, che ben presto si allontanerà dalle atmosfere noir del suo Sam per affinare penna e matita in spy story più raffinate e intellettuali, diventando così uno degli autori nostrani più famosi al mondo.
Ma le magiche atmosfere dell'esordio, quel tratto grezzo che pagina dopo pagina si affinava e soprattutto la purezza di un personaggio come Sam Pezzo, rimangono irripetibili.
Sam Pezzo, detective perdente. Ma con le donne ci sa fare, nonostante le storie siano destinate a fallire. 

Curiosità: Le storie che vedono Sam Pezzo protagonista sono: Piombo di Mancia del 1978, Nessuno ti riaccompagnerà e Risveglio amaro del 1979, La trappola, Merry Christmas e L'ultimo colpo del 1980, Juke-Box del 1981 e Shit City e Night Fire del 1983.

Altre edizioni: oltre al volume consigliato (al momento il migliore ma da tempo fuori catalogo e un po' caruccio da acquistare su internet e nelle fiere) le storie di Sam Pezzo sono state pubblicate in tre volumi tascabili dalla Lizard nel 1999. Anche nella serie pubblicata dal Corriere della Sera “100 anni di fumetto italiano” è possibile trovare qualche storia del detective nel volume Lo sconosciuto - Noir d'autore pubblicato nel 2010.
Esistono anche delle edizioni di alcune storie, pubblicate negli Albi Orient Express e da L'isola Trovata.



lunedì 3 dicembre 2012

Jac e Ned 17° capitolo: Il mio eroe!



Un riflessivo Jacovitti.
Disegno di Peter Pan antecedente a quello
realizzato per Il Giornalino.
Dopo un paio di mesi dalla fine della mia collaborazione con Jacovitti decisi di intraprendere nuove strade artistiche: pensai di presentare delle tavole di prova alla Sergio Bonelli Editore e al Giornalino.
Continuavo a sentire Franco, lui mi chiamava per chiedermi come stavo e mi esortava affinché vendessi i suoi disegni originali, quelli che mi aveva regalato nel corso degli anni: “Tanto poi ti do gli altri!” mi ripeteva spesso.
Una volta realizzate un po' di tavole, andai a Milano e trovai ospitalità dal mio amico Luca Bertelè, anche lui disegnatore di fumetti e creatore della prima fanzine salentina dedicata ai fumetti: Luna Storta.
Una volta a Milano, onestamente, non sapevo da dove iniziare: portare le tavole alla Sergio Bonelli o andare direttamente al Giornalino?
Provai a chiamare Jac per chiedergli un consiglio e lui mi disse di richiamarlo poco più tardi. Non passò neanche mezz'ora e Franco mi aveva già procurato due appuntamenti: con quello che al tempo era il redattore capo della Bonelli, Maria Baitelli, e con il direttore del Giornalino Don Tommaso Mastrandrea.
In quei giorni successe un fatto alquanto strano. Venni derubato dei miei averi, quanto meno quelli più preziosi: portafogli (con all'interno bancomat e contanti), occhiali da vista appena comprati e telefono cellulare, anche quello appena comprato (erano i primi con la scheda ricaricabile).
Il mio eroe: Benito Jacovitti.
Per un attimo mi sentii perso. Non sapevo che fare, ma non dovevo neanche perdere la concentrazione, visto che avevo due incontri importanti.
Il primo, se non erro, fu in via Buonarroti, nella redazione della Sergio Bonelli. Maria Baitelli era una signora molto cordiale e gentile ed esaminò i miei lavori. Avevo fatto le tavole per Nick Raider e Tex. Per quest'ultimo ero troppo giovane mentre per Nick Raider al momento non avevano bisogno di nuovi artisti. In compenso servivano per la nuova testata Magico Vento. La signora Maria Baitelli mi fece notare che a loro serviva un tratto più commerciale e il mio era, secondo il suo punto di vista, troppo d'autore. Sempre questa distinzione. Chissà se verrà il giorno in cui la smetteremo di classificare il fumetto. Mi chiese di fare delle tavole per Magico Vento e di inviargliele. Insomma, nulla di fatto.
La sera aggiornai Jac sul mio incontro e sul furto subìto. Rimase seriamente dispiaciuto. Si chiedeva come aiutarmi, ma gli dissi di non preoccuparsi.
Il giorno dopo andai alla redazione del Giornalino per incontrare il direttore. Dopo una breve attesa fui ricevuto da Don Tom (si faceva chiamare così); facemmo una breve chiacchierata e mi raccontò che quella mattina era passato da lui Cino Tortorella (il mitico Mago Zurlì) un po' depresso in quanto compiva la veneranda età di settant'anni. Fu così che Don Tom mi mise davanti agli occhi un disegno originale di Jac (degli ultimi da lui realizzati) chiedendomi di scrivere una dedica in stile Jac per il noto conduttore televisivo; un regalo per consolarlo. Lo feci senza problemi e fu mentre mi accingevo a imitare la grafia di Jac che mi accorsi che quel disegno aveva qualcosa di strano: non era di Jac. Eppure era una delle ultime cover del Giornalino, erano storie a cui lui stava lavorando da solo. Conosco lo stile del grande maestro decennio per decennio e quel disegno non era inchiostrato da Jacovitti, ne tantomeno da me. Non ci pensai e mi concentrai sul lavoretto affidatomi.
Appena terminato, Don Tom mi commissionò un disegno (in stile Jac) di Peter Pan. Era per una trasmissione televisiva (almeno credo) sempre di Cino Tortorella, dal titolo “Peter Pan: dalla parte dei ragazzi”.
Dopodiché visionò le mie strip un po' all'americana e mi chiese di italianizzare i soggetti e proporglieli. Beh, qualcosa era uscito. Ma il bello doveva ancora arrivare, visto che uscito da lì la mia preoccupazione era quella di capire come avrei fatto a ritornare a Lecce senza un centesimo in tasca. Stavo per congedarmi da Don Tommaso Mastrandrea quando quest'ultimo mi passò una busta. Ricordo ancora le sue parole: “Questa è per te da parte di Jacovitti!”. Rimasi stupito, anche perché Franco non m'aveva detto niente a tal proposito. Presi la busta e la aprii e al suo interno vi trovai 500.000 lire. Dissi a Don Tom che probabilmente c'era un errore e lui mi tranquillizzò. Jacovitti l'aveva chiamato raccontandogli la mia sventura e chiedendogli di darmi questi soldi.
Sembrava uno dei suoi soliti scherzi, invece era reale. Uno di quei gesti che ti spiazzano, che ti fanno credere che gli eroi esistono non solo nel nostro immaginifico mondo di nuvole parlanti, ma anche nella vita reale.
Questo era Jacovitti: un eroe. Il mio eroe. 
Particolare di uno dei primi lavori realizzati insieme nel 1992. Vent'anni fa. 

300: Sebastiano Vilella – Interno metafisico con biscotti.



Coconino Press, 2009
(Italia, Interno metafisico con Biscotto, 2009)

Ci sono più misteri nell'ombra di un uomo che in tutte le religioni, passate, presenti e future.”
(Giorgio De Chirico)

Sebastiano Vilella a Lucca 2012.
L'uomo misterioso...
Quando scrivo di un bel fumetto uscito da poco, sono sempre assalito dai dubbi e mi faccio sempre le stesse domande: resisterà nel tempo? O il suo successo sarà solo un fenomeno passeggero? Finirà nel dimenticatoio tra l'indifferenza del pubblico? Puntare sulle opere del nuovo millennio per comporre una biblioteca essenziale sul fumetto è un azzardo. Ma bisogna puntare. Soprattutto ora, in un momento in cui il pubblico è diviso a metà: da una parte i nostalgici, quelli che pensano: “Era meglio prima!”; dall'altra i distratti, che pur passando in rassegna una moltitudine di opere non riescono in essa il capolavoro.
Di un'opera come Interno Metafisico con Biscotti sono sicuro. Sono sicuro che resisterà al tempo acquistando un valore sempre più grande, non appartiene alla categoria dei fenomeni passeggeri e soprattutto non finirà nel dimenticatoio.
Con quest'opera, Sebastiano Vilella spiazza completamente il suo pubblico e gran parte della critica, abituati alle sue storie noir dell'esordio, al suo bianco e nero che lo ha sempre contraddistinto e sforna uno dei capolavori del nuovo millennio.
Un fumetto unico per atmosfera, realizzazione grafica e soprattutto per la storia con cui Vilella riesce a unire le sue due grandi passioni: il fumetto e la pittura, in particolare quella di Giorgio de Chirico. Perché è proprio il padre della pittura metafisica l'incontrastato protagonista del racconto che l'autore barese ci propone.
Un Giorgio de Chirico giovane e malaticcio, che muove i primi passi verso la pittura che lo renderà celeberrimo in tutto il mondo. Vilella però non intende realizzare l'ennesima biografia a fumetti; è più attratto dall'interiorità del suo protagonista, quell'interiorità che lo porta a sognare e immaginare le sue opere future qui adombrate da un misterioso incubo che si materializza in alcuni delitti. Ed è qui che entriamo nel fumetto vero e proprio, popolato da una serie di personaggi reali (come il fratello dell'artista, il musicista Alberto Savino e il poeta Guillame Apollinaire) e di assoluta fantasia come l'ambiguo investigatore privato Aristarco De Vittiis, che avvolgono la storia di un fascino misterioso e intrigante.
 
Inquadrature e atmosfere suggestive. Nell'edizione della Coconino, si perde quest'effetto
cromatico, a favore di un grigio più scuro che comunque nulla toglie alla bellezza dell'opera.
Su tutto il fumetto aleggia il talento visionario di Vilella che impregna totalmente l'opera di una permanente oscurità in cui spicca il vigoroso tratteggio a tempera bianca che rende ogni tavola un'opera a se stante: assolutamente magistrale l'uso delle luci (che rifà il verso per ovvie ragioni alle opere di De Chirico) e delle inquadrature a cui si contrappone una ricostruzione storica visibile in ogni squarcio o panoramica delle città in cui il giovane De Chirico si muove nell'arco di tempo scelto dall'autore per raccontare questa vicenda romanzesca; Firenze, Parigi e Ferrara assumono così un aspetto bohémienne ma al contempo tetro e inquietante grazie alle proiezioni di lunghe ombre che sottolineano l'aspetto metafisico dell'opera.
Una narrazione coinvolgente e colta; un giallo misterioso che cattura il lettore dalla prima all'ultima tavola. Un capolavoro che mischia abilmente realtà e fantasia, che racconta una parte fondamentale della vita di De Chirico (in cui il maestro realizza i capolavori della pittura metafisica) attraverso i suoi affetti familiari (l'amore per la madre e per il fratello, il ricordo della sorellina prematuramente scomparsa), le sue amicizie in un paese sull'orlo della prima guerra mondiale.
Ma soprattutto un'opera coraggiosa, che spicca per originalità nel panorama invaso dalle così dette graphic novel: un coraggio e un'originalità dimostrate dall'artista barese fin dal titolo (che riprende una nota opera di De Chirico) ma soprattutto un'opera di ricerca, che il lettore stupìto non può far altro che constatare, consapevole di avere tra le mani un fumetto per molti versi unico.
In assoluto il miglior fumetto italiano dell'anno (2009).

Squarci bohémienne, ombre che sembrano dilagarsi all'infinito: la grande arte di Sebastiano Vilella

Curiosità: Il periodo storico in cui Vilella romanza la vita di De Chirico è compreso tra il 1908 e il 1918. La storia è liberamente ispirata all'autobiografia dell'artista “Memorie della mia vita” pubblicata da Garzanti. Tra le varie altre figure storiche presenti nel fumetto, vi sono quella del collezionista d'arte Paul Guillaume e degli artisti Filippo De Pisis e Carlo Carrà.
Postfazione al volume dello stesso Sebastiano Vilella.

Altre edizioni: Poiché si tratta di un fumetto recente vi è solo quella consigliata. Ma spero ci possa essere un'eventuale ristampa e una maggiore diffusione, quale l'opera meriterebbe. 

domenica 2 dicembre 2012

300: Mort Walker e Dick Browne – Il mondo di Hi e Lois

Oscar Mondadori, 1975
(USA, Hi and Lois, 1954)

Mamma, mi dai un'aranciata, o una birra o una gassosa??
Sono finite!”
Una spremuta di limone?”
Siamo senza limoni!”
Be! Un bicchiere di latte?”
Ne ho appena a sufficienza per cena...”
Cavolo! Ho giocato a pallone tutto il pomeriggio e ho veramente sete!”
Perché non ti bevi un bicchiere di questa... Si chiama acqua!”
(dialogo tra Ditto e Lois)

Mort Walker e Dick Browne.
La famiglia Flagston al completo.
Le strip americane sono magiche. Riproducono quella classica atmosfera da sogno americano. Leggendo le strip all American percepiamo quel pacato senso del vivere quotidiano, fatto di semplicità, armonia e gioia che ci fa dimenticare tutte le oscure facciate che gli Usa, proprio nel periodo di maggior diffusione delle strip, in realtà hanno sempre avuto.
La strip a carattere familiare in particolare è stata sempre un evergreen per gli americani, quasi uno slogan del loro modo di vivere. Fin dall'inizio del secolo scorso, le famiglie di carta hanno invaso i quotidiani made in USA: pensiamo a The Newlyweds di Geo McManus, una delle prime famiglie dei fumetti; ma soprattutto pensiamo ad Arcibaldo e Petronilla, anche queste di McManus, The Gump di Sidney Smith, e, forse, la più famosa al mondo, Blondie di Chic Young. Hanno tutte un fattore in comune: l'obiettivo e la voglia di mostrare la faccia ripulita del sogno americano.
L'arrivo di Li'l Abner frantumerà parzialmente quest'utopia mostrando l'altra faccia del sogno, quella più reale. Ma questa è un'altra storia.
Tra tante strip a carattere famigliare ho sempre adorato Hi and Lois. Non ha l'eleganza e l'acume di Arcibaldo e Petronilla, non possiede il genio satirico e critico di Li'l Abner, ma rimane una strip che si fa adorare fin dalla prima lettura. E tra i tanti motivi che possiamo cercare ve ne sono due in cima alla lista: la semplicità e la simpatia dei personaggi. Il terzo è rappresentato dai due autori di prim'ordine: Mort Walker (chi non conosce il suo Beetle Bailey) ai testi e Dick Browne ai disegni.
Per i neonati tutto è più semplice: l'ingenua tenerezza di Trixie.
Nel volume consigliato, abbiamo una raccolta delle strip più belle di questa tipica famiglia americana; Hi Flagston è il tipico impiegato presso una grande ditta, mentre Lois si occupa di accudire la casa e la marea di figli da cui è circondata: l'adolescente e pigro Chip, i due gemelli Ditto e Dot, neo scolaretti, e la neonata Trixie. Senza dimenticare i vari personaggi di contorno come il brillo vicino Thirsty Thurston e gli spazzini del quartiere, Abercrombie e Fitch.
Insomma, il classico quadretto familiare dove Walker incarna perfettamente la famiglia dei sogni, quella in cui va tutto bene, in cui tutti si vogliono bene senza l'ombra di nessun grave problema se non quelli monotoni e risolvibili di ogni giorno. Dal canto suo Browne disegna con un tratto pulito e rotondeggiante che rende ancor più forte il microcosmo di Hi e Lois.
Un ottimo esempio della sintesi grafica del grande Dick Browne
Ma la vera perla della strip è la neonata Trixie; come ha giustamente detto Ranieri Carano: “la poppante svolge più o meno lo stesso compito di Snoopy nei Peanuts...”. Difatti il suo ruolo nella famiglia non è solo quello di essere una semplice neonata, ma anche quello di essere un'acuta osservatrice della sua realtà familiare, pensando, commentando, ironizzando su di essa. Nei suoi pensieri, la piccola protagonista dialoga con i raggi di sole e i fiocchi di neve, giudica con disarmante oggettività la sua famiglia, elabora pensieri propri su temi come l'emancipazione femminile o l'autoritarismo; attraverso i suoi dubbi e le sue riflessioni assistiamo divertiti al suo ingenuo contrapporsi a quel mondo idilliaco di cui fa parte. In altre parole Trixie rappresenta la parte reazionaria della strip; e non è un caso in un periodo in cui i bambini filosofi di Schulz stanno conquistando il mondo.
Un idillio amato dagli americani a tal punto che la strip resiste a distanza di quasi sessant'anni, a dimostrazione di come il sogno americano sia sempre vivo nel paese del “mondo libero”.
Hi e Lois, la famiglia che incarna il sogno americano.

Curiosità: Grande successo in patria ma non tanto in Italia, dove la strip (ribattezzata La famiglia dei guai) uscì con i nomi italianizzati: Hi e Lois divennero così Pippo e Lalla, Dot diventò Macchetta e la piccola Trixie Ciccibùm.
Pare che gli autori si siano ampiamente ispirati alla loro realtà familiare: Walker come Hi abita in un bel sobborgo paradisiaco e all'epoca della creazione di Hi and Lois era a capo di una grande famiglia: quattro figli poi allargatisi a sette. Browne invece si ispirò non poco per le ambientazioni alla cittadina in cui visse, Wilton nel Connecticut.
A Mort Walker e Dick Browne, nella realizzazione di Hi and Lois sono succeduti i due rispettivi figli: Greg Walker e Robert Browne.

Altre edizioni: Oltre a quella consigliata (che ha la pecca delle strip rimontate nel formato verticale, tipica soluzione adottata dagli Oscar Mondadori), esiste un altro volumetto sempre nella collana Oscar: Hi e Lois: famiglia SpA del 1979.