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domenica 13 gennaio 2013

300: Dino Battaglia – Moby Dick



Le Mani Comics, 1997
(Italia, Moby Dick,1967)
Ancora nulla!... Ma anche in capo al mondo ti scoverò!”
(Il capitano Achab)

La potenza di Moby Dick splendidamente
resa dal genio di Dino Battaglia.
Dino Battaglia
Ci sono classici della letteratura che, francamente, per essere adattati a fumetti, o per il piccolo e grande schermo, richiedono davvero un gran bel coraggio.
Dino Battaglia nel 1968 ha avuto lo stesso coraggio del capitano Achab a cacciare la balena bianca più famosa del mondo. E dico coraggio perché quando si pensa a un romanzo come Moby Dick di Herman Melville, bisogna tener conto che stiamo parlando di quello che, forse, è il più grande romanzo americano di sempre. Quindi qualsiasi riduzione rischia di diventare ridicola o insulsa, o noiosa.
Ma se nel romanzo di Melville, Achab spingeva incauto la sua nave in mezzo alle onde dell'Atlantico, nella sua riduzione a fumetti il timone della nave è governato unicamente da Dino Battaglia che, come il protagonista della sua trasposizione, è incurante del rischio di una simile impresa. Il grande autore veneziano riduce il testo letterario (articolato e complesso) all'essenziale e fa un uso limitato del dialogo perché è consapevole che la sua vera arma è riposta nella sua formidabile e inimitabile tecnica artistica.
In sole trentuno tavole è concentrata una forza artistica ed espressiva pari alla forza fisica scatenata dalla balena bianca in pieno oceano. Un oceano che Battaglia tratteggia con un'oscurità tenebrosa (tipica di molte sue opere future), un'oscurità da cui emerge maestosamente Moby Dick con la stessa intensità inquietante di un fantasma che appare nel buio.
Battaglia disegna e racconta la paura e l'angoscia dei marinai in mare, il loro essere inermi di fronte a una simile creatura ma, soprattutto, racconta la fermezza e la follia di un uomo che è disposto a morire pur di sconfiggere la balena bianca; il volto tormentato di Achab, le sue rughe, le sue espressioni testimoniano l'uomo solo, torturato nell'animo, ossessivo nei confronti del suo nemico cetaceo della cui ferocia porta addosso i segni.
Il capitano Achab incita il suo equipaggio; lui ha solo un obiettivo: trovare e annientare la balena bianca.
Una ferocia che Battaglia dipinge magistralmente nelle sequenze dell'attacco della balena al Pequod, la nave in cui viaggiano Achab e compagni, con una furia che risalta in maniera stupefacente nelle tavole dell'autore, che, proprio in occasione di questa trasposizione definisce lo stile cupo, giocato su bianco, nero e grigio, che lo renderà famoso e importante.
Fin dalle prime sequenze veniamo introdotti in un periodo storico (siamo nella metà dell'ottocento) in cui troviamo un Battaglia a suo agio nel creare immagini efficaci grazie a quella forza visionaria per la quale, in tutta la sua carriera, non ha mai sbagliato un colpo.
Moby Dick è senza dubbio il suo primo capolavoro; un fumetto che si guarda e che si rischia di non leggere. Ma Battaglia ha sempre parlato attraverso le sue immagini; fin dalla prima vignetta di quest'opera, dove una serie di gabbiani in volo precede l'arrivo del giovane Ismaele (uno dei marinai al servizio di Achab) a New Bredford, dove riusciamo a sentire il profumo del mare, a calarci in queste immagini di superba bellezza, restandone, ancora una volta, incantati.
Ne sono state fatte parecchie di riduzioni a fumetti del romanzo di Melville, comprese quelle di casa Disney; ma nessuna, e sono pronto a ribadirlo ovunque, non riesce a eguagliare l'immensità artistica di Dino Battaglia.
Del resto lui è proprio come Moby Dick: maestoso.
La superba arte di Dino Battaglia: una vera e propria immersione da parte del lettore nelle sue atmosfere. 

Curiosità: Moby Dick di Battaglia fu realizzato per la mitica rivista Sgt. Kirk di Florenzo Ivaldi. Alla fine della storia vi è una tavola intitolata Caccia alla balena, in cui vengono illustrati brevemente gli aspetti tecnici delle baleniere e le varie specie di cetacei presenti nell'oceano.
Splendida l'edizione consigliata; pubblicata su carta a grammatura pesante (per non tradire gli originali di Battaglia realizzati su carta Shoeller) presenta un ottimo apparato critico e storico a cura di Alberto Becattini inerente la storia del romanzo, i vari sfruttamenti cinematografici, televisivi e fumettistici e una biografia dell'artista.

Altre edizioni: Come quella consigliata non ce ne sono. Comunque gli Editori del Grifo riproposero il capolavoro di Battaglia in un'edizione senza infamia e senza lode nel 1986.

giovedì 10 gennaio 2013

300: Grant Morrison e Dave McKean – Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo


Play Press, 1997
(USA, Arkham Asylum: A Serious House on Serious Earth, 1989
)
Lasciarsi è un po' morire, tesoro!”

(Joker a Batman)

Grant Morrison e Dave McKean.
Forse mai un'opera a fumetti è stata così oscura e tetra come questa scritta da Grant Morrison.
Ci sono gli splendidi colori di Dave McKean per carità, che in tutta quell'oscurità risaltano come un sole di notte, ma resta il fatto che l'oscurità è la vera protagonista di questo grande cult del fumetto con protagonista l'uomo pipistrello.
L'oscurità lo ha sempre accompagnato fin dalle sue prime avventure tanto da divenirne un'amica, quasi una complice. Ormai siamo abituati a vedere un Batman che convive con la sua doppia personalità; quella di paladino della giustizia e difensore dei deboli e quella del suo lato oscuro, tenebroso che ritorna sempre a galla nei momenti più travolgenti della vita di Bruce Wayne.
Lui ha paura del suo lato oscuro e quest'angosciante sentimento è presente fin dalle prime pagine: “Quando sarò dentro quel manicomio e il portone si chiuderà alle mie spalle... sarà come essere di nuovo a casa!” esclama Batman confidandosi con l'amico Jim Gordon. La sua paura di varcare le porte dell'Arkham Asylum è reale. Ma lui è Batman, ha delle responsabilità e quel posto è pieno di criminali psicopatici da lui sconfitti che ora si sono impadroniti del manicomio e lo vogliono lì con loro; soprattutto il suo nemico di sempre, Joker. Lui sa come ferire l'animo del cavaliere oscuro. Lui conosce il suo tormento, la sua anima divisa a metà.
Quando Batman entra ad Arkham, anche noi entriamo con lui nell'oscurità; quando rivede i suoi storici nemici sa di intraprendere un viaggio da cui potrebbe non ritornare. Lui non ha paura di morire. Ha paura delle sue emozioni; è consapevole che lo possono tradire in ogni momento nel suo breve ma nello stesso tempo interminabile viaggio nei meandri di Arkham. L'incontro con Faccia di Creta, lo Spaventapasseri, il Cappellaio Matto e altri nemici storici sembrano quasi delle inevitabili tappe di un percorso nel quale il nostro tormentato eroe viene spinto da un'inevitabile confronto psicologico.
Un esempio del magistrale talento grafico di Dave McKean: le tonalità variopinte di Joker si contrappongono a quelle oscure di Batman: il criminale accetta la sua folle natura, l'eroe ha paura di scoprirla. 
E mentre Batman fa i conti con il suo lato oscuro, assistiamo con dei flashback alla tragica storia di Amadeus Arkham il fondatore del manicomio, anche lui intrappolato nella sua triste infanzia incapace di liberarsi dai suoi atroci segreti; segreti oscuri che lo porteranno a essere lui stesso un ospite del tetro manicomio da lui fondato.
Ed è proprio nella stanza segreta di Amadeus, in cima alle torri di Arkham, che termina il viaggio di Batman; un viaggio che porterà il nostro a sconfiggere l'ennesimo criminale psicopatico e ad abbandonare il manicomio lasciandosi i suoi più grandi nemici alle spalle: Due Facce (la cui moneta ha deciso le sorti dell'uomo pipistrello) ma soprattutto il Joker che lo rassicura quasi amorevolmente: “E non dimenticare che se le cose dovessero diventare insopportabili... Qui c'è sempre posto per te!”
Morrison, scozzese neanche trentenne, riesce a sfruttare tutte le infinite possibilità che un personaggio come Batman riesce a offrire: avvia l'uomo pipistrello nel suo viaggio più cupo, accentuandone la psiche, il tormento, ma soprattutto l'angoscia di scoprire la sua vera natura; crea una fiaba moderna (con tanto di citazioni da Alice nel paese delle meraviglie) e inquietante che a distanza di oltre vent'anni non ha perso un grammo della sua drammaticità.
L'oscurità è l'elemento dominante e McKean riesce a rappresentarla in una maniera quasi psicotica e forse realizza il suo lavoro più bello almeno dal punto di vista narrativo: accentua la cupezza di Batman disegnandolo quasi sempre in ombra, confuso nell'oscurità di Arkham mentre gioca egregiamente sul personaggio di Joker: Le tavole in cui i due si confrontano, in cui McKean esalta il verde dei capelli e il bianco volto del criminale su un blu notturno e tetro, sono dei capolavori artistici che lasciano letteralmente stupefatti.
Con Arkham Asylum, Morrison e McKean sono riusciti a delineare e raccontare Batman con una versione più adulta e sincera della sua personalità. Ma soprattutto sono riusciti a trascinarci nell'oscurità di un mondo irreale, quasi un incubo a occhi aperti.
Siamo lontani anni luce dai fumetti dell'uomo pipistrello degli anni precedenti. Qui si parla di psiche, di personalità diverse, di inconscio in cui non esiste l'infallibilità ma solo la paura; e i due autori ci presentano un Batman che ha paura. Come tutti gli esseri umani.
Un capolavoro epocale e dunque imperdibile.

La sofferenza dell'uomo pipistrello è presente in tutto il racconto insieme all'altra vera protagonista: l'oscurità.

Curiosità

A quasi venticinque anni di distanza, Arkham Asylum continua a essere citata e osannata: I recenti film di Batman diretti da Chris Nolan hanno senza dubbio omaggiato l'opera di Morrison e McKean a cui è stato anche dedicato un videogioco.
Alla fine del racconto, in modo inedito e particolare vengono presentati i protagonisti della storia.


Altre edizioni

personalmente ho scelto l'edizione Play Press perché rispetta il formato del comic book americano, ma sono anche consapevole che è reperibile a prezzi alti in quanto al tempo fu pubblicata in una tiratura limitata.
Ma vanno bene (anche perchè più abbordabili) le recenti edizioni realizzate rispettivamente da Planeta De Agostini e soprattutto Lion-RW Edizioni che presenta un volume di grande formato e con quasi trecento pagine; tenendo conto che il fumetto è lungo poco più di cento pagine, il resto è stato utilizzato secondo le nuove mode degli editori e cioè riempire i volumi di sketch, sceneggiature e qualsiasi contenuto speciale avesse a che fare con l'opera. Proprio come un dvd. 


martedì 8 gennaio 2013

300: Stan Lee e John Buscema – Silver Surfer (Marvel Omnibus)



Marvel Italia - Panini Comics, 2009
(USA, The Silver Surfer, 1968)
... è sempre così in ogni parte del pianeta! L'odio, la paura e un'irragionevole ostilità si sono impossessati del cuore degli uomini!”
(Silver Surfer)

La trasformazione di Norrin Radd in
Silver Surfer per mano di Galactus.
John Buscema e Stan Lee. 
La trama era già stata decisa ma quando Jack (Kirby) ha consegnato le tavole ho visto un tizio sopra un surf volante. Ho chiesto chi fosse e Jack ha risposto che Galactus doveva avere un araldo che lo precedesse.”
Questo ebbe da dire Stan Lee a proposito della creazione di Silver Surfer, quasi casuale, voluta dal grande Jack “the King” Kirby. Il noto scrittore americano poi ebbe a dire anche che il supereroe ricoperto d'argento che svolazza per le galassie su una tavola da surf era il suo preferito tra tutti quelli da lui creati; e a giudicare dal suo curriculum, che vanta personaggi come Spiderman e I Fantastici Quattro, viene immediatamente voglia di tuffarci nel mondo galattico di Silver Surfer, curiosi delle sue origini, delle sue imprese ma soprattutto per scoprire cos'ha di speciale questo viaggiatore dello spazio dall'animo nobile e tormentato allo stesso tempo, cosa che gli conferisce un fascino del tutto nuovo.
In questo bel volumone pubblicato dalla Marvel Italia (Panini Comics), viene racchiusa tutta la prima serie di avventure (dal n. 1 al n. 18) che vedono Silver Surfer assoluto protagonista. Sfogliando le pagine del libro, iniziamo a conoscere le sue origini, quando con il nome di Norrin Radd viveva felice nel pianeta Zenn-La con l'amata Shalla Ball fin quando non sacrificò la sua vita al divoratore di mondi Galactus per salvare il suo mondo altresì destinato a essere distrutto; successivamente intrappolato sulla terra come punizione di Galactus per essersi voluto unire ai Fantastici Quattro, lo vediamo difendere il pianeta che lo ospita dagli alieni Badoon per poi successivamente incontrare uno dei suoi nemici più acerrimi, quel Mefisto che pur di sconfiggerlo rapirà la sua amata Shalla Ball, che in seguito ritornerà per cercarlo ritrovando il suo amato nel corso di una guerra civile; lo vedremo coinvolto con l'inganno dal malvagio Dio Loki e combattere contro il mitico Thor; accettare l'amicizia di uno scienziato che potrebbe creare un congegno che lo renderebbe libero dalla sua prigionia sulla Terra e infine, in un ennesimo tentativo di penetrare la barriera che lo imprigiona nel pianeta, compiere un balzo temporale per ritrovarsi in un futuro in cui molti pianeti tra cui la Terra e il suo pianeta natale sono sull'orlo della rovina.
La plasticità di Silver Surfer e la sua carica energica si rispecchiano perfettamente negli
strepitosi disegni di John Buscema.
Leggendolo non possiamo che restarne avvinti e stupirci per l'ennesimo gran colpo messo a segno dal vecchio Stan che delinea un personaggio che ha l'elegia di un cavaliere e la cupezza di un antieroe ferito nell'anima e che si sente un diverso; lo vediamo intrappolato sulla Terra con una gran voglia interiore di libertà, conscio di non essere accettato e capito dalla gran parte dei suoi abitanti, inerme e tenero come un eroe romantico, mentre abbandona con la tristezza nel cuore la sua amata Shalla Ball, unicamente per salvarla dall'oscura malvagità dei suoi nemici.
Ma quello che davvero ci stupisce più di qualsiasi pianeta o galassia visitati da Silver Surfer sono i disegni dell'immenso John Buscema. Artista tra i più grandi e imitati in casa Marvel, “Big John” rende le tavole presenti in queste prime storie veri capolavori che sembrano contenere la stessa carica energica del suo protagonista: in oltre cinquecento pagine (cinquecento, non so se mi spiego) restiamo a bocca aperta davanti alla fluidità del suo tratto a pennello, al virtuosismo compositivo ed espressivo e alla caratterizzazione dei personaggi (Mefisto non si scorda tanto facilmente) che rendono Buscema, al pari di Neal Adams e John Romita (dopo Jack Kirby, ovviamente), il miglior artista del genere supereroistico che sia mai comparso nel mondo dei comics. Come disse lo stesso Stan Lee a proposito del lavoro di “Big John”: “... se c'è in attività un artista migliore di Jonh Buscema, questo mi è nuovo!”.
In verità tutto è nuovo in questo splendido fumetto epico che concludeva in maniera egregia il decennio dei '60, particolarmente fondamentale e decisivo per la casa editrice delle meraviglie che con Silver Surfer aggiungeva un nuovo e importante tassello in un mosaico che negli anni non avrebbe smesso di stupirci, nel bene e nel male.
Proprio come il nostro eroe dalla corazza luccicante ma dal cuore ferito.
Il doloroso ritorno di Silver Surfer a quello che era il suo mondo, il pianeta Zenn-La.

Curiosità: I primi diciotto episodi furono realizzati tra l'agosto del 1968 e il settembre del 1970.
Incredibilmente la serie ebbe uno sfortunato successo. Troppo originale e troppo avanti ma col tempo il suo indubbio valore storico e artistico è sempre aumentato.
Buscema per le rifiniture si è avvalso della collaborazione di Joe Sinnot, del fratello Sal, di Dan Adkins e di Chic Stone.
John Buscema ha origini italianissime: sia il padre che la madre erano siciliani. Per la plasticità del suo tratto, “Big John” è stato spesso definito il Michelangelo del fumetto.
Introduzione e commenti vari al volume consigliato sono di Stan Lee.

Altre edizioni: Quest'edizione della Panini si trova facilmente, anche a buon prezzo se avete pazienza e costanza, su internet. Tuttavia anche la Comic Art pubblicò nel 1992 un volume nella serie Grandi Eroi Marvel: Silver Surfer vol. 1, in cui venivano racchiuse le prime 6 avventure; ottima edizione e stampa da parte della casa editrice romana. Se trovate questo invece del volume consigliato vi garantisco che farà la stessa bella figura nella vostra biblioteca di “300”.
Anche la Play Press ha racchiuso la saga in quattro volumi brossurati: Play Book Silver Surfer classic.
Inoltre è possibile trovare i racconti di Lee e Buscema nel volume Silver Surfer Classic della serie Le grandi saghe in allegato al Corriere della sera.

sabato 5 gennaio 2013

300: Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo – Tom's Bar

Le Mani, 1999
(Italia, Tom's Bar, 1977)

Ti aspetterò. Ogni... Ogni Natale... al Blue Dahlia...”
È un'idiozia romantica, Iris! Non ci vedremo più!...”
(dialogo tra Iris e Tommy Steele)

L'ex gangsters Tommy Steele.
Berardi e Milazzo tra Mort Walker e Luciano Bottaro.
Si può tranquillamente affermare che Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo abbiano creato un loro universo. Certo, non grande e famoso come quello di Walt Disney o della coppia Stan Lee – Jack Kirby, ma senza ombra di dubbio della medesima importanza nella storia dei comics.
In questo piccolo universo creato dai due autori liguri, la stella più visibile, quella più luminosa, più studiata, ammirata e amata risponde al nome di Ken Parker. Attorno a quest'immensa stella, ruotano diversi pianeti per alcuni versi minori ma per altri della stessa grandezza della stella Ken. C'è il pianeta di Tiki ragazzo guerriero, poi anche quello del detective Marvin, di Giuli Bai, dell'uomo delle Filippine, di Welcome to Springville e delle tante piccole storie brevi che aleggiano sempre intorno alla stella madre.
E poi c'è anche Tom's Bar.
I quattro racconti che vedono protagonista Tommy Steele sono quanto di meglio la super coppia del fumetto italiano sia riuscita a creare, nel periodo post Ken Parker. Quattro storie brevi, che si leggono in un un tempo relativamente ridotto ma che invece sembrano durare un'eternità.
In poco meno di cinquanta tavole ci immergiamo nella Chicago degli anni '40, vista in centinaia di film hollywoodiani, in cui vive Tommy Steele ex gangsters in pensione che gestisce il Tom's Bar, un tranquillo locale in cui sorseggiare drink e caffè e ascoltare del buon blues.
A sinistra, tavola da Lady bee good e a destra tavola da Bianco Natale: Berardi e Milazzo al vertice della  loro carriera.
Ma a volte a rovinare la mite atmosfera di Tommy c'è un balordo che osa chiedergli il pizzo, o un amico che gli chiede rifugio in quanto ricercato da una gang rivale. Nella quiete della sua vita, di uomo vissuto, Tommy cerca sempre di arrotondare i magri guadagni del suo locale vendendo vecchie armi a giovanotti in cerca di guai; e pur conscio della saggezza che la sua vita movimentata gli ha donato, non si permette mai di giudicare o dare consigli: “... la gente la giudico dalla faccia non da quello che dice.” esclama con ferma certezza. E come tutti gli uomini anche lui possiede nel cuore le ferite lasciategli da un amore impossibile, Iris, donna del suo ex capo da sempre amata e che rincontra ogni anno a Natale, reo di vivere solo un'illusione giovanile e consapevole della triste realtà che la vita gli ha riservato.
Quasi Sempre, Delta Blues, Lady be good e Bianco Natale formano un affascinante affresco storico che parte dai giorni precedenti l'attacco di Pearl Arbur, fino al 1943; periodo centrale della seconda guerra mondiale in cui povertà e fallimento ruotano intorno a un'umanità disillusa dalle tristi vicende del conflitto (la marcia della morte di Bataan).
Il passato ritorna e ogni anno riapre una vecchia ferita nel cuore di Tommy Steele. L'amore l'ha abbandonato da tempo.
Berardi e Milazzo riescono a trasmetterci la nostalgia dei tempi andati, il senso di colpa, l'amicizia, il tradimento e l'amore costruendo un un personaggio che purtroppo ha avuto una vita editoriale troppo breve e che avrebbe meritato di essere approfondita come il suo degno fratello maggiore Ken Parker. Perché che ci crediate o no, Tommy Steele non ha nulla da invidiare al biondo antieroe, anzi; con solo quattro racconti il rivoluzionario duo è riuscito a compiere un vero e proprio prodigio artistico, un capolavoro che nell'edizione consigliata assume quell'epicità che spetta solo alle grandi opere.
Le parole di Berardi suonano con la stessa poesia e durezza usate da autori come Chandler e Hammet; i disegni di Milazzo sono quanto di più bello si possa desiderare da un artista; la sua Chicago, avvolta nell'oscurità e immersa nella neve, è un capolavoro di impressionismo artistico che ha pochissimi eguali nel fumetto.
Tutto è perfetto in Tom's Bar e sono disposto a usare qualsiasi aggettivo, dal più banale al più articolato, pur d'invogliarvi ad acquistare questo fumetto. È un capolavoro e scusatemi se lo ribadisco ma non conosco un'altra parola che possa andare oltre.
Se esiste, allora va accostata a Tom's Bar.
Chicago immersa nella neve e nella notte ricreata in maniera suggestiva da Ivo Milazzo

Curiosità: nello splendido volume consigliato, dopo aver letto i quattro racconti immergetevi nella bella postfazione in cui viene raccontata l'America di quegli anni tra musica e cinema.
In alcune tavole di Milazzo sono visibilissime le tracce a matita dell'artista.

Altre edizioni: diciamo subito che quella consigliata non ha eguali e quindi se riuscite a trovarla non esitate. Tuttavia le avventure di Tommy Steele furono ristampate in un volume dalla Parker editore (casa editrice degli stessi Berardi e Milazzo) nel 1991. È possibile trovare le avventure di Tommy anche nel volume Ken Parker Collection n. 43 pubblicato nel 2006 da Panini Comics.

venerdì 4 gennaio 2013

300: Frederik Peeters – Pillole Blu

Kappa edizioni, 2010
(Svizzera, Pilules Bleues, 2001)


... Si insomma... certo che la tua domanda è stupida! “perché mi ami?” neanche fossimo in Piccole Donne!...
ehilà!... il mio bel guerriero insensibile ha indossato la sua corazza!...”
(dialogo tra Frederik e Cati)

La paura del virus, incarnata da un maestoso
rinoceronte, incombe nella vita di Frederik e Cati.
Frederik Peeters
Non sono un grande fan degli autobiografismi a fumetti. Oddio, alcuni sono semplicemente splendidi; penso a Maus di Spiegelman, Verso la tempesta di Eisner, Pompeo di Pazienza e qualche altro titolo che ora mi sfugge. Devo dire però che prediligo il fumetto di pura fantasia, che, se anche parte da uno spunto autobiografico, si sviluppa successivamente in maniera del tutto fantasiosa.
Appena finito di leggere Pillole Blu ho subito capito di trovarmi di fronte a uno dei migliori fumetti del nuovo millennio, un fumetto che resterà vivo nella memoria del lettore, ma soprattutto un fumetto che ogni essere umano dovrebbe leggere.
In questo fumetto si parla di AIDS, e già la sola sigla fa paura, ma non vi aspettate i soliti patetismi o situazioni strappalacrime perché questa storia è tutt'altra cosa.
Pillole Blu è una bellissima storia d'amore che un talentuoso artista di nome Frederik Peeters è riuscito a raccontare con tenerezza, armonia e ironia e con la consapevolezza di chi veramente vive certe emozioni.
Frederik ama Cati, una ragazza sieropositiva con figlio a carico, sieropositivo anche lui; ecco quindi che il nostro protagonista s'immerge in una realtà a lui del tutto sconosciuta, ma consapevole di ciò che vuole fare: amare con tutto se stesso la dolce Cati; nello stesso tempo, però, il nostro protagonista è anche dubbioso circa i rischi di una simile relazione, rischi che ci racconta in prima persona attraverso le sue emozioni. Emozioni vere e autentiche così come è autentico il suo amore per Cati, nel volerla sostenere nei momenti di sconforto e nel prendersi cura del figlio di lei cercando di instaurare con il piccolo una relazione paterna che non sfoci in un confronto con il vero padre.
Leggendo Pillole Blu emerge la leggerezza con cui Peeters racconta tutto questo, passando da situazioni di ordinaria routine di coppia (i due che dialogano nel letto) a situazioni oniriche (la lunga sequenza di autoanalisi con il mammoth) e divertenti: da ricordare la sequenza in cui Frederik si reca dal medico per chiedere informazioni sui rischi che una simile relazione può comportare; e quando il medico lo rassicura sghignazzando sotto il naso è impossibile non cogliere il messaggio rivolto alle nostre paure ma soprattutto ai tanti pregiudizi che questo virus ha contribuito ad accentuare.
Un'opera poetica e coraggiosa, che mette a nudo le sensazioni dell'artista e che non sfocia mai nel banale e nel sentimento gratuito, riuscendo a essere altresì un viaggio emozionale fatto di parole, gesti, incomprensioni, paure, ombre ma soprattutto un viaggio accompagnato dall'amore dei due protagonisti: tenerissimi quando si lasciano trasportare fantasticamente su un divano nell'immensità dell'oceano quasi a volersi isolare da un mondo in cui lo spettro del virus è sempre in agguato, un'ombra che cerca di oscurare la storia, una malattia che si pone quasi come un elemento stesso del loro rapporto senza mai riuscire a comprometterlo proprio grazia all'armonia e alla forza di Frederik e Cati.
Armonia e forza espressiva che si riscontrano anche nel tratto di Peeters, nelle sue pennellate morbide e fluide che delineano volti e paesaggi donandogli una forte carica emotiva ed espressiva che ritroveremo nel successivo e splendido Lupus e negli altri lavori futuri in cui l'artista manterrà un livello artistico eccellente.
Citando le parole di Ettore Gabrielli: Se pensavate che la Svizzera producesse solo cioccolatai e orologiai, dovrete ricredervi leggendo questo volume di grande carica emotiva e di gran fumetto.”
Senza dubbio uno dei capolavori del nuovo millennio.

"Mio bel guerriero insensibile... Hai indossato la tua corazza?" Cati e Frederik.

Curiosità: Frederiks Peeters a proposito della sua opera: “Ho deciso di affrontare le Pillole blu dopo un libro […] lungo e pesante, e alla fine il mio disegno si era ‘raffreddato’ perché avevo dimenticato di disegnare con le mie emozioni interne. Per ritrovare queste sensazioni ho quindi deciso di divertirmi a raccontare qualcosa di più vicino a me, obbligandomi a lavorare senza sceneggiatura e senza matite. All’inizio era giusto per fare un’esperienza nuova. Ma la mia vita affettiva era abbastanza complessa, e mi sono reso conto che questo esercizio sollevava diverse domande e voglie… […]. Ogni pagina e ogni pensiero assomigliavano ai gradini di una enorme scala. Senza che nemmeno me ne rendessi conto”.


Altre edizioni: la Kappa Edizioni ha pubblicato Pillole Blu per la prima volta nel 2005 in un'edizione praticamente identica a quella consigliata.






mercoledì 2 gennaio 2013

300: Giancarlo Alessandrini e Alfredo Castelli – L'uomo di Chicago



Edizioni Cepim - "Un uomo un'avventura", 1977
(Italia, L'uomo di Chicago, 1977)
La mente umana è un mistero... Uno dei pochi che non sono riuscito a risolvere”
(Mabuse)

Un'efficace tavola de L'uomo di Chicago
Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini.
La coppia Castelli – Alessandrini è principalmente nota per un personaggio che appartiene alla storia dei comics italiani da oltre trent'anni: Martin Mystère.
Chi non conosce il mitico detective dell'impossibile? Con le sue imprese tra il fantastico, la storia e il mistero, ci ha emozionato per moltissimi anni e, soprattutto, ci ha permesso di conoscere e apprezzare uno scrittore bravissimo come Alfredo Castelli.
Un uomo, Castelli, che è stato uno dei veri protagonisti del fumetto italiano degli ultimi cinquant'anni (o quasi), fin dagli esordi nel 1965 con la prima fanzine italiana Comics Club 104, passando per personaggi come Topolino, Tiramolla e Pedrito, fino alla creazione della mitica rivista Horror (assieme a Pier Carpi) e fino a rinnovare l'altrettanto mitica rivista Eureka in compagnia dell'amico Silver. Poi ancora l'arrivo nella squadra Bonelli, la stesura delle sceneggiature per personaggi come Zagor, Ken Parker e Mister No e la definitiva consacrazione, nel 1982, grazie a Martin Mystère.
Del detective dell'impossibile parleremo in seguito: ora vorrei soffermarmi su un piccolo gioiellino che Alfredo Castelli scrisse in una sola notte (così si dice) dopo la metà degli anni '70.
L'uomo di Chicago fu la dodicesima avventura della collana Un uomo un'avventura ed è ancor'oggi la mia preferita: una bella storia dal ritmo cinematografico, semplice, scorrevolissima e che si rilegge volentieri col passare del tempo per assaporarne quel gusto retro che forse solo i fumetti riescono a darci.
La storia di questi cinque individui di diversa classe ed estrazione sociale che combattono il crimine (anzi un solo e unico criminale) al di fuori della legge, ricattati dal loro misterioso capo che conosce l'oscuro passato di ognuno di loro è una storia avvincente e allo stesso tempo affascinante; Castelli ci trascina in uno dei periodi più controversi e violenti degli Stati Uniti, in cui alcool illegale e gangsters varie dominavano le cronache di tutti i giorni e realizza così un fumetto i cui protagonisti (denominati Secret Six) non hanno proprio niente di eroico e combattono il crimine non per la nobile velleità di sconfiggerlo ma unicamente per un tornaconto personale.
La famosa e terribile strage di San Valentino raffigurata da Giancarlo Alessandrini
Nei disegni di un Giancarlo Alessandrini dallo stile grossolano ma efficace, la Chicago degli anni '30 assume un tono cupo, crudele e illusorio fin dalle prime sequenze in cui vengono illustrati i due volti degli States e in un crescendo di cinismo e violenza fino al tragico epilogo.
Leggendo L'uomo di Chicago ci accorgiamo anche del cambiamento che il fumetto iniziava a vivere: e' l'anno della grande rivoluzione di Ken Parker, per cui niente eroi infallibili ma antieroi più tormentati e ombrosi. E Castelli dipinge un piccolo affresco di antieroi cha hanno in comune il fallimento di una vita rassegnata al compromesso piuttosto che consacrata agli ideali; e di ideali non ve ne sono in questo sconosciuto gioiellino del fumetto italiano di cui nessuno parla ma che forse meriterebbe d'essere riscoperto. Perché L'uomo di Chicago è come quei film che amiamo e che ogni anno imperterriti rivediamo pur conoscendo a memoria ogni fotogramma.
E la storia di Castelli e Alessandrini ha questo grande privilegio: essere riletta più volte come se fosse la prima volta. E dopo l'ennesima lettura restiamo ancora sorpresi per come solo 48 tavole possano racchiudere una bellissima storia supportata da un gran ritmo e da una serie di personaggi quasi anonimi ma che non si dimenticano facilmente. Così come non si dimentica questa storia, simbolo di quando il fumetto era realizzato solo da veri professionisti.
E che professionisti.
Tipica scena che raffigura una sala da gioco nella Chicago degli anni '30. 
Curiosità: storicamente i Secret Six erano i membri di una banda abolizionista che aiutò John Brown uno dei primi antischiavisti della storia americana. Nel cinema i Secret Six è anche un film del 1931 diretto da George W. Hill e interpretato, tra gli altri, anche da Clark Gable e Jean Harlow.
Nel fumetto di Castelli e Alessandrini i riferimenti al cinema solo palesi: dalla somiglianza di alcuni personaggi a dei noti attori holliwoodiani, fino ai riferimenti ai film di cappa e spade e al classico di Fritz Lang Il dottor Mabuse.

Altre edizioni: solo una, trascurabile, della Hobby & Work, che ristampò tutta la collana Un uomo un'avventura

lunedì 24 dicembre 2012

300: Christmas Comics!



Little Nemo di Winsor McCay, sunday page 1908.



Krazy Kat di George Herriman sunday page.



Dino Battaglia: A Greccio come a Betlem (testi di G.M. Colasanti) tavola dal Messaggero dei ragazzi.



Mort Walker e Dick Browne: Hi and Lois sunday page del 1967.



 I Fantastici 4 in una tavola natalizia degli anni '60. 



Panoramica natalizia di Jacovitti.



Sunday page di Calvin e Hobbes di Bill Watterson.



Superman, Batman, Green Arrow e altri eroi della DC Comics riuniti attorno all'albero di Natale. 





sabato 22 dicembre 2012

300: Gui Peellaert e Pierre Bartier – Jodelle

Edizioni "il girabò", 1969
(Francia, Jodelle, 1966)

Il personaggio di Jodelle è la proiezione sessuata dei fantasmi che assillano la nostra società: una ragazza parodisticamente bella dove il fascino femminile e l'incubo erotico sono portati a livello di grottesca caricatura.”
(dall'introduzione di Rinaldo Traini)


Una delle tavole visionarie di Jodelle.
Gui Peellaert
La prima volta che ho letto Jodelle mi sono chiesto cosa diavolo stessi leggendo. Non è un fumetto di facile lettura soprattutto per un giovanotto che veniva da una formazione fumettistica abbastanza classica. Jodelle è stato uno dei volumi di cui osservavo continuamente la costa, senza avere il coraggio di riprenderlo per leggerlo; troppo complicato con questi colori che avevano il peso di un trip psichedelico. Poi qualche anno fa mi sono deciso e ho ripreso in mano l'opera di Peellaert e Bartier: affascinante. Recentemente l'ho riletto e ho capito: un capolavoro. Un fumetto quasi inclassificabile, intellettuale, politico, colto e dissacrante.
Le avventure di Jodelle sono davvero incredibili; ambientate in un'assurda Roma imperiale, in esse la nostra protagonista è coinvolta in avventure spionistiche (dai risvolti erotici) che bersagliano la moda, il costume, la cultura, la politica e tutti quei miti degli anni '60, dalla fidanzatina di Francia Sylvie Vartan ai Beatles; questa sorta di mondo “pop art” è governato da Augusto, un tizio circondato da seducenti ragazze in minigonna disposte a particolari situazioni orgiastiche.
A voler fare la cresta ad Augusto vi è un'inquietante figura femminile, la Proconsolessa, sadica e spietata che può essere fermata solo da un gruppo di agenti segreti bellissime di cui fa parte anche Jodelle; tutto questo in un mondo in cui per le strade circolano cadillac trainate da cavalli, e in cui si trasmettono spettacoli centrati su stragi di cristiani.
La bellissima Jodelle, col suo caschetto rosso e le sue agenti segrete piene di grande carica erotica.
Un fumetto che è un vero e proprio bombardamento d'immagini che inneggiano al delirio più puro; un segno grafico veramente nuovo e inusuale per il periodo (siamo poco dopo la metà degli anni '60), un'intraprendenza psichedelica nell'uso del colore e una serie di personaggi al limite dell'assurdo fanno di Jodelle un fumetto a più letture come ha giustamente detto Rinaldo Traini nell'introduzione all'unico volume pubblicato in Italia di questo fumetto.
Una fantapolitica davvero originale e coinvolgente, in cui il ruolo della donna come assoluta protagonista viene descritto da Gui Peellaert e Pierre Bartier come avente un solo scopo, quello di avere un maggiore controllo sugli uomini, di poterli schiavizzare e svirilizzare, al contrario di quel che accade in Barbarella, l'altro capolavoro del fumetto fantaerotico, in cui viene sviluppato maggiormente il lato fantastico.
Cadillac trainate da bianchi cavalli rappresentano solo una delle particolarità del fumetto di Peellaert e Bartier.
Ma in Jodelle vengono descritte anche altre sfumature che il lettore può divertirsi e ingegnarsi a cogliere in un fumetto che è un vero e proprio manifesto del pensiero libero, femminista e contestatario ben prima della contestazione studentesca, avvenuta verso la fine del decennio in cui Jodelle veniva pubblicato.
Un piccolo capolavoro da riscoprire e da ammirare se non altro per il coraggio avuto nell'osare a “sfidare” il pubblico abituato a vedere i fumetti in tutt'altra maniera.
La bella, spietata e crudele Proconsolessa vera antagonista della storia. 

Curiosità: la fama di Gui Peellaert si estende anche nel campo della musica e del cinema: sono suoi i manifesti pubblicitari di Taxi Driver, Paris Texas e America Oggi nonché alcune cover degli album di David Bowie e dei Rolling Stones.
Jodelle è modellata sulle fattezze della cantante Sylvie Vartan. Il personaggio di Bloc-Notes è palesemente modellato su Gandhi.

Altre edizioni: a parte quella delle edizioni “il girabò” non credo esistano altre edizioni.