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venerdì 15 febbraio 2013

300: Attilio Micheluzzi – Petra Chérie



Milano Libri Edizioni, 1982
(Italia, Petra Chérie, 1978)
Se penso che metà del genere umano è occupata a distruggere l'altra metà...”
(Petra Chérie)

Attilio Micheluzzi
La bellissima Petra Chérie.
C'era una volta un ragazzo, figlio di un comandante di squadriglia della Regia Aereonautica, con una grande passione per gli aerei. Un giorno, dopo aver preso la laurea in architettura, decide d'esercitare la professione in Africa, girovagando per vari paesi tra cui Marocco, Senegal, Nigeria, Tunisia e Libia; da quest'ultimo però viene mandato via in seguito al colpo di stato che porta al potere Muhamar Gheddafi. Rientrato in patria, il ragazzo è ormai divenuto un uomo di quarant'anni che non vuole più cimentarsi nella sua vecchia professione. Ecco quindi che decide di dedicarsi alla sua grande passione: i fumetti. Grazie a questi potrà coniugare con la prima anche l'altra sua grande passione, quella per gli aerei, disegnando tante di quelle storie fin quando il suo cuore non porrà fine alla sua vita piena di grandi avventure; in meno di vent'anni, questo ex architetto riesce a disegnare una quantità incredibile di fumetti, che vedono personaggi memorabili come Capitan Erik, Molly Manderling, Simon Flash, Marcel Labrume, Johnny Focus, Rosso Stenton, Roy Man, Air Mail, protagonisti d'avventure d'ogni genere; e come se non bastasse la sua fantasia lo spinge a raccontare anche le biografie di alcuni noti personaggi come Martin Luther King e Ghandi, nonché avvincenti storie ambientate in paesi come il Tanganyka, il Khyber, l'Etiopia, la Siberia, l'Afghanistan.

La sintesi di Micheluzzi: un segno essenziale contraddistinto da tratteggi e neri netti. 
Viene da chiedersi chi può fare tanto in così poco tempo. Sembra quasi impossibile lo so, eppure Attilio Micheluzzi l'ha fatto. Ma in realtà ha fatto molto di più perché io mi sono limitato a menzionare solo i lavori più noti.
Dimenticavo: Micheluzzi ha disegnato anche Petra Chérie. Ora, non so se con questo personaggio ha realizzato il suo capolavoro (difficile dirlo con una produzione come la sua) ma di sicuro so che le storie della bella eroina con le fattezze di Luoise Brooks sono quanto di meglio un fumetto può offrire.

Strepitoso esempio di composizione con cui
Micheluzzi coordinava le sue storie.
Micheluzzi: genio per molti versi inarrivabile
nell'uso del bianco e nero. 
Nel volume edito dalla Milano Libri, sono racchiuse alcune delle sue avventure più belle e significative, quelle in cui si percepisce pienamente la passione dell'autore per i paesaggi orientali, la ricerca e l'ambientazione storica, gli aerei ma soprattutto si percepisce l'innato talento di Micheluzzi per il racconto. E l'autore partenopeo di talento ne ha da vendere e lo esibisce tutto nelle storie di Petra Scérie. Quest'eroina bella e sensuale si muove durante la prima guerra mondiale: dall'Istria la ritroviamo in Montenegro, poi nel Bosforo, a Costantinopoli, per finire sul dorso di un cammello nella Siria settentrionale.
Petra porta con sé delle armi ineguagliabili: oltre ad avere una bellezza disarmante, cui s'inchinano i vari personaggi che incontra durante le sue storie, Petra è una donna capace di pilotare un aereo con la stessa disinvoltura con cui guida un'auto; proviene da una famiglia polacca molto ricca, possiede classe ed eleganza, parla sei lingue ed è talmente irruente da non temere i pericoli che le si presentano nelle sue avventure.
Avventure che lei stessa narra in prima persona, spesso interloquendo con lo stesso Micheluzzi (un espediente che l'autore userà per altri suoi personaggi) rendendo le storie avvincenti, drammatiche con quel pizzico d'ironia per niente invadente. E la bellezza della protagonista, dei personaggi di contorno, dei paesaggi, dei costumi e delle armi è sottolineata dal modernissimo disegno di Micheluzzi; una sintesi grafica fortemente innovativa, dominata da un magistrale uso del bianco e nero e del tratteggio. L'artista riesce a passare da un paesaggio marino al chiaro di luna, a un freddo scenario nevoso con una tale disinvoltura che francamente lascia stupefatti; nel suo disegno non si riscontra mai un solo momento d'incertezza ma altresì una grande carica espressiva che assorbe il lettore in quella viva drammaticità del primo conflitto mondiale. Come ha scritto Fulvia Serra: “Non ci sono concessioni a prologhi o presentazioni nelle sue storie, ci si cala dentro fin dal primo riquadro e la si vive d'un fiato fino in fondo quest'avventura di bianchi e di neri quasi solari, elegantissimi per forma e levigatezza. Un diluvio narrativo d'avventure mai sazie, di curiosità continuamente rinnovate.”

Un bellissimo esempio di grande atmosfera, sempre presente nelle storie di Petra Chérie
Il piccolo Conte Augusto, il Capitano Lekovi, Drina Bacovica, il Capitano Schneider Falkenhof sono solo alcuni dei personaggi che accompagnano la bella Petra nelle sue avventure: lei è una femme fatale che attira gli uomini come una calamita e loro la seguono a volte fino alla morte, come nel toccante finale de Il Contino de Lindenberg.
Petra Scèrie è uno di quei personaggi che si amano subito dopo aver letto la prima storia. È lontana anni luce dagli stereotipi che contraddistinguono le altre eroine del fumetto: non ha la stessa fama di Valentina o Wonder Woman ma la sua personalità complessa alla Matha Hari e il suo fascino intrigante fanno di lei uno degli eroi al femminile più belli e riusciti della storia del fumetto.
Attilio Micheluzzi irrompeva nel fumetto italiano senza particolari frastuoni; ma gli echi delle sue innovazioni, statene certi, sono arrivati in tutto il mondo dei comics e tutt'oggi si fanno ben sentire.

Attilio Micheluzzi: esempio di profondità in pochi tratti essenziali. 

Curiosità: Le storie presenti nel volume consigliato sono: Il Feldwebel galante, Il contino De Lindenberg, Tempesta di notte, La montagna nera, Le alte cime, Il ponte sulla Drugaritza, La rosa del Bosforo, Il cimitero di Psammatia, I cani di Costantinopoli, Sulla Strada di Aleppo. Le avventure contenute nel volume consigliato sono precedute da un prologo disegnato in cui Micheluzzi ci fa conoscere le origini di Petra Chérie.
Postfazione di Fulvia Serra.

Altre edizioni: Oltre a quella consigliata, la più bella in virtù della copertina telata che le dona quel particolare fascino retro, le avventure di Petra Chérie sono state pubblicate in due volumi dalla Visual Print e più recentemente dalla Lizard che ne ha proposto un'edizione economica tascabile.
Alcune avventure di Petra uscirono anche in un albo spillato allegato al settimanale Il Giornalino.
Di qualche anno fa invece, l'edizione realizzata da Panorama nella collana I grandi Maestri del fumetto dedicata a Micheluzzi e alla sua bella eroina.

mercoledì 13 febbraio 2013

300: Frank Miller – Ronin



Planeta DeAgostini, 2007
(USA, Ronin, 1983)
Osserva la mia spada! Guarda come beve sangue...”
(Il Maestro al suo allievo)

Un giovanissimo Frank Miller nel 1981.
In un mondo giunto al collasso
un Ronin trova l'amore.
Una delle riviste a fumetti più belle degli anni '80 era sicuramente “Corto Maltese”. Il grande personaggio di Hugo Pratt era sinonimo di garanzia e qualità per una rivista che pubblicava comics e articoli inerenti l'avventura.
Tra gli autori pubblicati c'era davvero l'imbarazzo della scelta: oltre allo stesso Pratt, si potevano leggere le storie di autori del calibro di Vittorio Giardino, Sergio Toppi, Attilio Micheluzzi, Will Gould, Alan Moore, Dino Battaglia, Guido Crepax, François Bourgeon, e scusate se è poco.
Vi basti pensare che grazie a questa rivista approdarono in Italia due capolavori assoluti come Watchmen di Alan Moore e Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller.
Avremo modo di parlare di queste due opere. Ma la mia attenzione ora si concentrerà su un'altra opera, precedente i due capolavori suddetti e per la quale ho, di fatto, amato la rivista “Corto Maltese”; un'opera ancora una volta realizzata per mano di quel giovane Miller che di lì a poco, proprio con uno di quei capolavori, avrebbe stravolto il mondo dei comics.
Se l'opinione pubblica ha dato grandissimo risalto al suo innovativo Batman, per quel che mi riguarda è con Ronin che Frank Miller aveva già iniziato la sua rivoluzione.

L'abilità di Miller nelle sequenze d'azione in una delle prime vignette di Ronin.
Non ci tengo più di tanto a raccontarvi la trama di Ronin; vi basti sapere che il Ronin è un samurai rimasto senza padrone che dall'antico Giappone si trova catapultato in una New York futuristica, piena di mutanti e criminalità: un vero incubo a occhi aperti. In quest'assurda metropoli il Ronin dovrà cercare di sconfiggere un antico demone il cui obiettivo è il dominio del mondo.
Mi limito a dirvi questo, perché Ronin è un fumetto da guardare più che da leggere. La storia è bellissima e i dialoghi sono più sintetici rispetto alle successive opere dell'artista americano, ma le innovazioni portate da Miller lasciano davvero a bocca aperta.

Una delle immagini più famose di Ronin: un fitto tratteggio adorna una grande composizione stilistica.
In primis l'impostazione grafica della tavola è quanto di più bello si possa vedere: sequenze a doppia pagina con minuscole vignette come contorno si alternano a tavole in cui le vignette sono ora completamente orizzontali ora completamente verticali, quasi una sorta di virtuosismo estetico cui Miller non impone alcun limite. Anzi, sfogliando le quasi 300 pagine si ha l'impressione di entrare in un caos artistico simile al disordine urbano con cui Miller disegna la sua New York in pieno collasso economico e sociale. Ma è un caos ben orchestrato, del quale l'autore ventiseienne sembra conoscere perfettamente tutti gli ingredienti, che hanno fatto di Ronin una storia epocale.
Un altro esempio dell'innovativa
composizione di Miller
E l'ingrediente principale di Ronin è costituito dal segno grafico di Miller, dotato di grande espressività; l'artista usa, infatti, un fitto tratteggio mai invadente e che sembra sposarsi a meraviglia con i bellissimi colori di Lynn Varley. Più si va verso il finale della storia e più ci si accorge di quanto, stilisticamente parlando, Il ritorno del Cavaliere Oscuro sembri un sequel di quest'opera.
Ma l'importanza di Ronin non si ferma soltanto alla bellezza della storia e dei disegni o alle innovazioni stilistiche apportate da Miller; Ronin fu uno dei primi fumetti che subì il fascino del fumetto giapponese, in cui l'artista omaggia a piene mani uno dei suoi fumetti preferiti, Lone Wolf and club di Kazuo Koike e Goseki Kojima incentrato proprio sulla vita dei samurai raccontata con grande realismo e violenza tipiche del periodo storico. Una violenza che si riscontra anche nelle sequenze d'azione del fumetto di Miller, quasi delle coreografie in cui i personaggi assumono un tono epico: splendide le scene iniziali di combattimento ambientate nel Giappone feudale e quelle mastodontiche nella metropoli futuristica e degradata.
Ronin non è un semplice fumetto: è un vero e proprio kolossal disegnato, in cui vengono mescolate egregiamente le culture orientali e occidentali, in cui l'azione si sposa perfettamente con l'introspezione dei personaggi senza mai, e ribadisco mai, una caduta di tono o di stile.
Frank Miller oggi è uno dei nomi di punta del fumetto mondiale: ha realizzato e rinvigorito fumetti come Batman, Elektra e Devil; ha sceneggiato film campioni d'incasso e dalle sue opere vengono tratte pellicole che diventano dei veri e propri cult.
Ma Ronin è sempre rimasto il fumetto di Frank Miller meno conosciuto. Vi è stato un abuso di squilli di trombe e riflettori puntati su opere come Sin City, 300 e naturalmente Il ritorno del Cavaliere Oscuro, mentre Ronin è stato considerato molto meno. Ma vi prego di credermi, questo fumetto possiede sequenze di gran lunga superiori a 300, un rivoluzionario segno artistico che lo pone al di sopra di Sin City e la stessa carica rivoluzionaria che ha contraddistinto The Dark Knight Returns. Carica che Miller ha perso negli anni e che in Ronin aveva la stessa potenza delle sequenze d'azione presenti nell'opera.
Uno dei più grandi capolavori della storia dei comics.

Ronin: grandi sequenze d'azione vengono accompagnate da uno stile netto e rivoluzionario.

Curiosità: Ronin segna la prima collaborazione tra Frank Miller e Lynn Varley moglie dell'artista.
Gli omaggi di Miller non si fermano solo al fumetto giapponese ma vanno oltre: Ronin uscì inizialmente in albi di 48 tavole (tipico della bande dessinée di cui Miller è appassionato). Inoltre le innovazioni grafiche tipo l'impostazione della tavola rimandano quasi certamente al lavoro che il nostro Gianni De Luca svolse sia per Il Commissario Spada sia per la trilogia delle opere di Shakespeare.
Nel 2007 gli stessi produttori del film 300 annunciarono di voler trarre un film dal fumetto di Miller, ma a tutt'oggi il progetto non sembra aver preso piede.

Altre edizioni: Quella consigliata, “absolute” della Planeta De Agostini è ottima. Buona anche quella che la Magic Press realizzò all'inizio del 2000 anche se di formato più piccolo rispetto all'edizione Planeta. Infine Ronin può essere recuperato anche nella sua prima edizione in volume a opera della Milano Libri.

lunedì 11 febbraio 2013

300: Bonvi e Cavazzano – La Città

Sergio Bonelli Editore, 1998
(Italia, La Città, 1998)


"La città è la mia casa, e ci vivo da Dio..."
(Il guardiano della città)

Il caos cittadino in una bella
inquadratura di Giorgio Cavazzano.
Franco Bonvicini in arte Bonvi e Giorgio Cavazzano.
Credo che alcuni fumetti dovrebbero essere esposti nelle vetrine (o riposti nelle casseforti) con la stessa cura che si riserva ai preziosi.
Il motivo è molto semplice: sono degli autentici gioielli. E mi piace pensare a un gioiello come a qualcosa d'immenso valore; in questo caso artistico e culturale.
Nello specifico, il valore di cui parlo è quello di un volume di rara bellezza e di grande importanza nello scenario del fumetto italiano di fine millennio, che vanta la firma di due fuoriclasse del mondo dei comics; se La città avesse anche solo una di queste due prestigiose firme, varrebbe comunque la pena di comprarlo senza neanche sfogliarlo. Ma avere tra le mani un'opera con la firma di due artisti del calibro di Bonvi e Giorgio Cavazzano vuol dire ritrovarsi uno di quei gioielli da custodire gelosamente per sempre.
La città è il testamento artistico del prematuramente scomparso Bonvi (vittima di uno stupido incidente stradale), uno degli autori più geniali del fumetto italiano. A lui dobbiamo una serie memorabile come Sturmtruppen, personaggi cult come Cattivik e Nick Carter, e capolavori assoluti come L'Uomo di Tsushima e Cronache del dopo bomba. Bonvi era dotato di un estro creativo formidabile e nelle sue opere satira, denuncia sociale e umorismo di tutti i tipi si fondevano in un equilibrio magico e demenziale, a volte squisitamente poetico. 

La metropoli e la sua varietà di personaggi nella visione di Bonvi e Giorgio Cavazzano
Le quattro storie che compongono La Città, raccolgono un po' quello che Bonvi era riuscito a disseminare durante la sua carriera. A cominciare dal poliziotto Pop, fascistoide e corrotto che odia gli immigrati, protagonista della prima storia, Un regalo per Victor Victoria, nella quale, infastidito dai modi cortesi del suo vicino, vuole a tutti i costi scovare qualche pretesto per rovinarlo; nella seconda storia, Sterminateli senza pietà!, vediamo un modesto impiegatuccio essere vittima di un mostriciattolo denominato Sukio, che altro non fa che impossessarsi del suo corpo donandogli una sensazione di assoluto benessere. A combattere il Sukio, intervengono gli Skuntz, degli omini verdi che cercano di scacciare il malvagio essere; con la terza, Il guardiano della città, assistiamo a un vero e proprio mini remake del film La vita è meravigliosa, vista però attraverso gli occhi di un barbone; mentre nella quarta e ultima storia, L'albergo del signor Gotié, un ragazzino piccolo e biondo è al centro di una vicenda che vede coinvolti due uomini, Verlaine e Rashid, ex commilitoni combattenti della Legione Straniera, intenti a cacciare un essere malvagio e pericoloso denominato Djinn.

"La città è la mia casa e ci vivo da Dio"... la libera vita del clochard nella grande città. 
Tutto avviene in una città caotica, sporca e degradata, magistralmente resa dai disegni di un Giorgio Cavazzano che con quest'opera raggiunge uno dei suoi risultati artistici di maggior spessore: a cominciare dalla caratterizzazione dei personaggi, fino alle sequenze che fotografano abilmente il caos cittadino proprio di una grande metropoli. Il tratto dell'artista veneziano è morbido e deciso, baciato da quella grazia espressiva che ne ha fatto uno dei capiscuola del fumetto umoristico italiano, cui s'ispireranno non pochi autori (da Corrado Mastantuono a Silvia Ziche).
E lo sposalizio artistico con un autore del calibro di Bonvi ha quel tocco magico e irripetibile che solo due autori di pari livello possono raggiungere. Perché un'opera come La città è un perfetto concentrato di situazioni divertenti ed esilaranti ma è anche una delicata metafora sulla routine quotidiana che lentamente divora chi ne fa parte e spinge a diversivi non proprio ortodossi (il poliziotto Pop che vuole danneggiare a tutti i costi il suo mite vicino, l'impiegato che lascia che la sua anima venga posseduta da un'entità malvagia). E alla fine chi ne esce “vincitore” è proprio il barbone, che non ha avuto niente dalla vita ma che crede, invece, di aver ricevuto tutto e addirittura di essere ricco (lui non possiede una casa in città poiché la città intera è la sua casa) mentre il ragazzino, protagonista di un'avventura che sembra il parto della sua fantasia e figlio di una prostituta alcolizzata, capisce che forse l'unica via d'uscita è proprio abbandonare la giungla cittadina e immergersi in un'avventura più pura in paradisiache isole immerse nella natura.
La malinconica, sognante e poetica vena di un raccontastorie come Bonvi interagisce con il prezioso segno postmoderno di Cavazzano; il risultato non poteva che essere un gioiello.
Un gioiello molto raro nel mondo dei comics.

Il piccolo protagonista dell'ultima storia: nel caos cittadino il desiderio di evadere è sempre più forte. 

Curiosità: I due autori hanno realizzato insieme anche il volume Maledetta Galassia, sempre per la Bonelli editore.
Giorgio Cavazzano disegnò tutte le storie che Bonvi era già morto.
La seconda storia, Sterminateli senza pietà! è un remake di una storia scritta e disegnata dallo stesso Bonvi dal titolo Sterminarli senza pietà e contenuta nel volume Incubi di provincia edito da Mondadori. Li gli Skuntz si chiamavano Helzapoppi mentre i Sukio erano gli Sgalbedri.
Le quattro storie sono introdotte da Martin Mystere: inizialmente l'albo doveva essere uno special del noto detective del mistero.
Ognuno dei personaggi compare brevemente anche nelle storie in cui non sono protagonisti.
Introduzioni di Sergio Bonelli e Alfredo Castelli.

Altre edizioni: L'albo uscì nella serie I grandi Comici del fumetto edito da Sergio Bonelli Editore.
A tutt'oggi non esistono altre edizioni.




venerdì 8 febbraio 2013

300: Jerome Charyn e François Bouq – Bocca del Diavolo



Comic Art, 1991
(Francia, Bouche du Diable, 1989)
Se devi vivere nella menzogna, a te stesso devi sempre dire la verità!”
(Il professor Grigori a Yuri “Bocca del diavolo”)

Jerome Charyn e François Boucq.
Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo visto un film del genere “Spy Story”. Quelle pellicole intriganti, piene di suspense, mistero e azione che tanto ci coinvolgono, con le spie segrete che danno la caccia al “cattivo” di turno oppure il contrario. Penso a Intrigo Internazionale, I tre giorni del Condor, i film di 007 e via dicendo, fino al recente ciclo dei Bourne Identity, Supremacy e Ultimatum, alla fine una Spy Story la si vede volentieri. Non ne parliamo, poi, se a sfidarsi sono le due super potenze protagoniste della guerra fredda come USA e URSS! praticamente il cinema e la letteratura si diedero da fare non poco; capirai, con del materiale così perché non approfittarne per divertire il pubblico e fare un po' di propaganda patriottica?
Sul finire degli anni '80, quando la tensione tra i due imperi iniziava ad allentarsi e prima del colpo di stato che pose fine all'era di Michail Gorbačëv, lo scrittore americano Jerom Charyn e il disegnatore francese François Boucq pubblicano Bocca del Diavolo, dando vita a una delle più belle Spy Story a fumetti mai realizzate.

Il rigoroso addestramento delle future spie dell'NKVD russo: il nemico americano è dietro l'angolo.
Charyn, già apprezzato scrittore di romanzi come Bronx e Il naso di Pinocchio, mette su carta una storia che ci porta in Russia, all'indomani della seconda guerra mondiale, e ci fa conoscere il piccolo Yuri, soprannominato “Bocca del Diavolo” per via di un difetto al labbro superiore; Yuri viene “adottato” dal servizio segreto russo che vuole farne un soldato del tutto devoto alla causa sovietica. Dotato di qualità sensitive speciali, il ragazzo verrà quindi spedito negli USA come spia sotto falso nome. Ma qui s'innamorerà di una ragazza e, nonostante il pericolo sia sempre dietro l'angolo, si ribellerà alla sua vita plagiata grazie anche all'aiuto di un misterioso pellerossa.
Una storia bella e avvincente, soprattutto nella prima delle tre parti di cui si compone, in cui assistiamo a tutta la fase dell'addestramento dove non si lesinano scene brutali e violente mirate a far immergere lo spettatore nel clima teso e volgare che avvolgeva l'ex Unione Sovietica.
Charyn dimostra di conoscere le potenzialità di un mezzo come il fumetto e di conseguenza sceglie una storia che avrebbe potuto adattare perfettamente ad un romanzo, realtà letteraria che più gli è congeniale. Scegliendo il fumetto, invece, ne ricava una storia piena di fascino, di quel fascino, però, sporco, privo di glamour, con personaggi per niente belli, gente esaltata e al limite della depravazione che vive in una realtà corrotta (in cui nessuno può godere della libertà di credere in qualcosa), una realtà in cui emerge l'odio che si consuma tra i due imperi.

L'incredibile senso di profondità di campo nelle tavole di Boucq.
Il protagonista, nonostante l'inusuale aggressività che lo possiede (accentuata dagli insulti e umiliazioni che i suoi coetanei gli infliggono per quel suo labbro leporino), subisce il fascino seduttivo della realtà occidentale ma da questa non si lascia corrompere (i due paesi finiscono col rappresentare le due facce della stessa medaglia) anzi, riesce perfino a conoscere quel lato saggio e umano rappresentato dal suo amico pellerossa, unico testimone di un mondo veramente libero e senza malvagità.
Un discorso a parte meritano i disegni di François Boucq; senza dubbio uno dei massimi artisti viventi, Boucq ci stupisce in quanto a inquadrature, ritmo e capacità d'immedesimazione nella storia e nei personaggi. Il suo tratto dettagliato e fitto di tratteggi scolpisce inesorabilmente le espressioni dei vari personaggi, conferendogli un tono cupo e sgradevole. Ma quello che più lascia esterrefatti è l'originale uso della prospettiva: ogni vignetta viene “fotografata” con un ottica grandangolare che ne esalta la profondità e dando un effetto tridimensionale stupefacente e visivamente spettacolare.
Bocca del Diavolo è coinvolgente e spettacolare come quei film citati sopra; un eccellente plot di mistero, azione e dramma psicologico che nelle parole di Charyn e nei disegni di Boucq hanno trovato una perfetta simbiosi per una grande Spy Story.
Di quelle che oggi, nei comics, si vedono molto raramente.

François Boucq: la spettacolarizzazione delle immagini.

Curiosità

Charyn e Boucq avevano già collaborato precedentemente con l'ottimo La moglie del mago realizzato nel 1984 e sempre pubblicato in volume dalla casa editrice Comic Art.
L'NKVD (Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del) era un commissariato governativo dell'Unione Sovietica finalizzato alla sicurezza dello stato. La storia ruota intorno a una delle più note leggende della narrativa spionistica: il progetto K-A (Kill America), un piano segreto dell'NKVD concepito negli anni '50 per invadere gli USA con le loro spie segrete, addestrate per essere americane ma che avrebbero dovuto colpire a tradimento qualora fosse stato necessario.
Il fumetto vanta numerose citazioni cinematografiche: i musical con Fred Astaire e Ginger Rogers, Humphrey Bogart, Ombre rosse di John Ford, Il cacciatore del Missouri con Clark Gable che, nella storia, venivano usati come strumenti al fine di studiare il comportamento degli americani.


Edizione consigliata 
La Comic Art, al tempo, realizzava dei volumi cartonati che racchiudevano le storie pubblicate a puntate sulle varie riviste come L’Eternata e, appunto, Comic Art. I volumi erano di formato medio e con una buona qualità di stampa (per il periodo). 

Altre edizioni

Oltre a quella consigliata nessuna, purtroppo. La storia originariamente fu pubblicata a puntate sulla rivista Comic Art all'inizio degli anni '90.

mercoledì 6 febbraio 2013

300: Seth – La vita non è male, malgrado tutto.



Coconino Press, 2001
(USA, It's A Good Life, If You Don't Weaken, 1996)
Una volta gli chiesi se gli mancava la sua vita d'artista...”
Che cos'ha risposto?”
Un po' di sofferenza fa bene all'anima”.
(Dialogo tra la madre di Kalo e Seth.)

Una delle poche vignette umoristiche di Kalo,
un artista che sembra svanito nel nulla.
Seth cerca di ricostruirne la storia.
Seth
Ho sempre sostenuto che in ogni storia a fumetti c'è sempre un po' della vita del suo autore; può trattarsi anche della storia più fantastica o più umoristica, ma qualcosa c'è. Nei Peanuts riconosciamo Schulz in Charlie Brown e in Tex Willer c'è tanto della personalità di Gianluigi Bonelli riversata nel noto ranger; possiamo affermare che spesso gli autori rielaborano la propria vita adattandola al mondo fantastico dei comics. Praticamente un'autobiografia irreale, ciò che, diciamocelo chiaramente, è una delle cose più belle per un fumettaro.
Ultimamente c'è un eccesso di autobiografismo nel mondo dei comics. Molti autori fremono davanti all'occasione di potersi raccontare, è quasi diventata la moda del momento. C'è chi è contento di questa nuova tendenza, c'è chi lo è un po' meno, essendo forse più legato a un tipo di fumetto più avventuroso e fantastico.
Personalmente apprezzo il fumetto che ha un punto di partenza autobiografico e che poi, in un secondo momento, riesce a svincolarsi da questo inizio per svilupparsi in qualcosa di più fantasioso.
La storia scritta e disegnata dal canadese Seth è sì autobiografica ma allo stesso tempo biografica; perché racconta la ricerca, da parte dello stesso autore di fumetti, di uno sconosciuto collega che negli anni '50 ebbe un lampo di notorietà grazie a una manciata di vignette pubblicate sul magazine The New Yorker. E questa ricerca si trasforma in un emozionante viaggio interiore che Seth intraprende per rintracciare Kalo, (quest'illustratore che tanto l'ha colpito per un'evidente somiglianza di stile) e al tempo stesso per riflettere sulla sua vita, fatta di amori non riusciti, collezioni di vecchie riviste e chiacchierate con il suo amico collega Chet.

Lunghe camminate in una provincia canadese piena di neve e suggestione: Seth ha molto per cui riflettere. 
È bello leggere questo fumetto in cui Seth ci accompagna nella provincia canadese, sommersa dalla neve e carica di suggestione. Qui lo vediamo, da una parte, ripercorrere i suoi luoghi d'infanzia e dall'altra ricercare caparbiamente qualche traccia della vita e della carriera di Kalo. Scoprirà quindi che lo sconosciuto artista tanto amato abbandonò l'arte per dedicarsi a un'attività imprenditoriale in grado di garantirgli una vita più tranquilla insieme alla sua famiglia. Una carriera artistica rinchiusa in poche vignette che Seth è riuscito a raccogliere e custodire gelosamente e che testimoniano una carriera quasi anonima per un artista che di talento invece sembrava proprio averne parecchio. Impossibile quindi non pensare ai fallimenti personali, a tutti quei sogni infranti (chi non ne ha almeno uno?), a “quella sofferenza che fa bene all'anima” (come Kalo confida all'anziana madre) ma che alla fine sembra necessaria per poter vivere una vita completamente diversa, forse non desiderata dal profondo di se stessi, ma più agiata grazie alla tranquillità economica.

La ricerca di Kalo porta Seth a mettere in discussione la sua vita privata, che non riesce a funzionare.

Il tratto di Seth è all'apparenza semplice e sintetico eppure riesce a raccontare questa storia con grande dovizia di particolari che possiamo scorgere in gran parte delle tavole; le stilizzazioni dei paesaggi sono visivamente bellissime; i tronchi neri degli alberi spogli che s'impongono sul paesaggio nevoso hanno una grazia grafica davvero notevole, influenzata da quell'illustrazione umoristica tipica degli anni '50 tanto amata e sbandierata dall'autore. E oltre alla ricchezza visiva, sono numerosi gli omaggi con cui l'artista canadese dichiara il suo amore per i fumetti: dall'amato Schulz al Tin Tin di Hergé, dalla Zoe di Bushmiller alla Little Orphan Annie di Harold Gray fino alle meno conosciute strip canadesi come Little Nipper di Doug Wright. Quasi una riconoscenza a questi autori cui Seth si è dichiaratamente ispirato per affinare il suo stile e conferirgli la giusta delicatezza espressiva per raccontare questa storia di passioni perdute e ritrovate: quelle che l'autore, per una buona parte dell'opera, cerca di far riaffiorare nella sua memoria e quelle che vuole conoscere cercando un artista che sembra svanito nel nulla.
Dubbioso, insicuro e pieno d'incertezze proprio come Charlie Brown, alla fine di quest'appassionante ricerca Seth capisce che in fondo La vita non è male, malgrado tutto.


C'è davvero tanta poesia in questi essenziali paesaggi canadesi, spesso i veri protagonisti di questa storia. 

Curiosità: il nome di Kalo sarebbe uno pseudonimo di Jack Kalloway. Nel volume consigliato, alla fine della storia, Seth ci mostra le uniche vignette dell'artista che è riuscito a raccogliere oltre a una sua vecchia foto. Inoltre sempre in coda al volume un glossario con tutti gli artisti citati e omaggiati dall'autore.
L'amico Chet è in realtà il collega Chester Brown, uno degli autori di fumetti indipendenti più apprezzati e autore delle splendido Non mi sei mai piaciuto.
Il vero nome di Seth è Gregory Gallant.

Altre edizioni: Quella consigliata è al momento l'unica, molto curata come tutte quelle della Coconino Press

lunedì 4 febbraio 2013

300: Osamu Tezuka – La storia dei tre Adolf

Hazard Edizioni, 2010
(Giappone, Adorufu ni Tsugu, 1983)

Basta una stella sul palco e tutti applaudono come idioti.”
(Sohei Toge, parlando di Adolf Hitler)

Un giovane Osamu Tezuka.
Provo un po' di disagio a parlare di Osamu Tezuka. È uno di quegli autori talmente grandi e inarrivabili che ogni parola scritta potrebbe risultare banale e ripetitiva.
Quando in Italia, all'inizio degli anni '90, ebbe inizio la “Manga-invasion”, la maggior parte degli autori, degli aspiranti fumettari (come chi scrive), insieme a una grande fetta di pubblico storse il naso; era un modo di fare fumetti troppo diverso così come diverse erano le culture che si scontravano, insomma l'eterna “lotta” oriente vs occidente. Eppure amavamo i cartoni animati che in qualche modo si ricongiungevano a quello stile dagli occhi enormi e capelli a punta; eravamo cresciuti guardandoli ogni pomeriggio ma il fumetto ebbe su di noi un effetto quasi contrario, forse per l'errata convinzione che il manga altro non fosse che un adattamento di quei cartoni tanto amati.
Però sono sicuro che tutti noi, o perlomeno parlo di chi i fumetti li realizza o li studia, eravamo e siamo concordi nel riconoscere il genio di Osamu Tezuka. In effetti non si può non farlo, in virtù di una gran produzione artistica che vanta personaggi come Astro Boy, Kimba, La principessa Zaffiro, per citare quelli arcinoti ormai annoverati nel culto dei comics. Un artista che nel suo paese viene considerato il “Dio dei manga”, amato a tal punto da dedicargli francobolli, statue e perfino un intero museo dove è possibile ammirare le sue opere che ancor oggi vengono ristampate senza sosta, confermando l'amore che il mondo orientale (e occidentale) nutre per quest'autore.
Con i suoi fumetti, Tezuka sapeva divertire ma anche far riflettere, riusciva a essere romantico e a suscitare sentimenti che andavano dalla paura all'odio al dolore, riuscendo ogni volta a stupire il lettore con la sua poliedricità. E il geniale autore continuò a disegnare finché non fu tradito dal suo cuore all'età di sessant'anni e non oso immaginare cosa sarebbe ancora riuscito a produrre.
Di qualche anno prima della morte, La storia dei tre Adolf rappresenta il testamento artistico di Tezuka nonché uno dei più grandi fumetti degli anni '80.
Adolf Kamil riceve un pacco da custodire gelosamente: al suo interno, i documenti che proverebbero le reali origini giudaiche di Adolf Hitler. 
La storia è quella di Adolf Kaufmann, figlio di un diplomatico tedesco e di una donna giapponese, e di un altro Adolf, Kamil, proveniente da una famiglia ebrea; questa storia inizia con un'amicizia adolescenziale e si disperde nei meandri della seconda guerra mondiale tra razzismo e persecuzione, venendo inesorabilmente segnata dal terzo Adolf e cioè Adolf Hitler, leader nazista e responsabile di alcune tra le più disumane atrocità della storia. Ma forse c'è un segreto che lo riguarda e che rischia di essere svelato: Hitler è ebreo. Una scoperta incredibile quanto allarmante che il giornalista Sohei Toge, inviato a Berlino, riceve dal fratello Isao, attivista di sinistra e per questo ucciso dalla Gestapo.
La prova delle origini giudaiche del Führer diviene così il motivo centrale con cui Tezuka orchestra quest'intreccio narrativo dal ritmo incalzante e toccante che si legge tutto d'un fiato nonostante la mole delle pagine non indifferente (oltre milleduecento). Ma la storia non si ferma e non vuole essere solo un mix d'avventura e dramma e lo s'intuisce dalla complessa personalità con cui Tezuka riesce a caratterizzarne i protagonisti: nel raccontare la sincera amicizia di due ragazzini; nel tratteggiare l'autoritarismo con cui il padre costringe Adolf Kaufmann a diventare un ufficiale nazista; nel descrivere l'assurdo indottrinamento nazista che piega anche chi non riesce o non vuole comprenderlo. Ma soprattutto il grande autore giapponese riesce a parlare al cuore di ognuno di noi e, con un'abilità narrativa strabiliante, realizza una grande opera di condanna verso la guerra, la violenza generata da essa, il razzismo, l'intolleranza e soprattutto l'odio. L'odio è in ognuno di noi (il pacifista Adolf Kamil partecipa a varie spedizioni militari in Palestina in cui muoiono donne e bambini innocenti) talmente radicato da indurre l'essere umano a odiare un suo simile; ognuno, ci dice Tezuka, porta avanti il proprio concetto di giustizia.
Una giovane donna ebrea trattata come una bestia: una consuetudine della Gestapo. 
Lo stile che il “Dio dei manga” usa per raccontarci questa splendida storia è perfetto: tratto e inquadrature essenziali, personaggi stilizzati in un mix di realismo e grottesco eccellenti (imperdibile questo Hitler dalle movenze irreali, quasi fosse fatto di gomma), espressività molto pronunciata ma mai esagerata; per dirla breve, c'è tutto Osamu Tezuka in quest'opera di immenso spessore artistico e culturale, ma c'è anche molto di più. C'è la consapevolezza, da parte di chi legge, di trovarsi di fronte a un fumetto che racchiude svariati generi narrativi: la costruzione del miglior giallo, l'audacia del romanzo storico, l'equilibrato miscuglio di amore e odio, la perfetta simbiosi tra reale e fantastico. Ma soprattutto c'è tutta l'arte e la denuncia di Osamu Tezuka.
C’è un solo principio che non cambierò mai, nemmeno se mi uccidono: ed è che noi non vogliamo nessun’altra guerra! Per questo, se non altro, mi sono messo a scrivere contro la guerra”
Parola del più grande autore manga della storia.

Sohei Toge rende omaggio all'amico Adolf Kamill.

Curiosità

Le origini ebree di Hitler sarebbero state accertate da un lungo studio condotto dal giornalista belga Jean-Paul Mulders e dallo storico Marc Vermeeren.
A proposito della sua opera, Tezuka disse: “Se insegui quello che la società ti fa credere che sia il vero principio di giustizia, ti accorgerai che esso conduce a una sorta di egoismo dello Stato. Questo è sempre stato il mio soggetto preferito e l’ho ritratto molte volte. Ma La storia dei tre Adolf è il lavoro in cui sono riuscito a renderlo proprio come intendevo”.
Pubblicato a puntate sulla rivista Shukan Bunshun dal 1983 al 1985.

Edizione consigliata

La casa editrice Hazard ha fatto conoscere al pubblico italiano questo capolavoro nel 1998, pubblicandolo in cinque volumi nel classico formato manga. L'edizione consigliata è stata ridotta a tre volumi con cofanetto.