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lunedì 17 febbraio 2014

300: J. Michael Straczynski e Tommy Lee Edwards – Bullet Points

Panini Comics-100% Marvel, 2007
(USA, Bullets Point, 2007)
Questo è un proiettile. Questo è quello che fa. Cambia la storia. Altera gli eventi futuri. Disperde le vite come palle su un biliardo.”
(frase tratta dal fumetto)


J. M. Straczynsky e Tommy Lee Edwards

In uno dei primi post di 300 affermavo di avere un rapporto di amore e odio con il mondo dei supereroi. Mi piacciono molto ma allo stesso tempo sopporto poco tutte le varie serie, restyling, morti e resurrezioni degli eroi in calzamaglia; uno finisce col gettare la spugna, col rinunciarci. Troppe idee già viste, situazioni trite e ritrite, ma forse è normale: gli eroi sono immortali e vanno al passo coi tempi.
Passando del tempo in una fumetteria ci si trova davanti a tantissimi albi con invitanti cover ma dall'inconsistente sostanza. Ma, a volte, tra i tanti volumi sfogliati, alcuni attirano la nostra attenzione; per me è stato così quando comprai lo splendido 1985 scritto da Mark Millar e illustrato da Tommy Lee Edwards. Ed è stato così con l'acquisto di Bullet Points che vantava ancora una volta le illustrazioni di Edwards ma soprattutto i testi di J. Michael Straczynski, uno degli sceneggiatori più originali degli ultimi vent'anni, anzi lo sceneggiatore di Babylon 5 una delle serie di fantascienza più belle degli anni '90.
Straczynski ha davvero tanta fantasia. Ricordo anche la bellissima miniserie Twelve o l'innovativa Rising Stars; solo leggendole possiamo veder emergere tutta l'originale creatività dello scrittore americano.
Un inedito Red Richards.
Bullet Points parte da una semplice domanda: cosa succede se il soldato Ben Parker viene ucciso in piena seconda guerra mondiale? E se la stessa sorte tocca al Dottor Abram Erskine un giorno prima che il suo siero per il super soldato venga sperimentato su Steve Rogers? La risposta in realtà è semplice: tutto l'universo Marvel come lo conosciamo noi va a farsi benedire. Un semplice e banale proiettile può cambiare la storia e Straczynski ci guida in quest'appassionante mutamento storico dove Steve Rogers (privato del siero del super soldato) non diverrà Capitan America accettando di partecipare a un nuovo progetto denominato Iron Man; Peter Parker cresce senza la guida di suo zio Ben e diventa una sorta di ragazzo ribelle che si ficca sempre nei guai tra cui quello di trovarsi in mezzo a un pieno esperimento atomico; Red Richards è a capo del progetto Iron Man ed è l'unico superstite del quartetto che sarebbe diventato i Fantastici 4; nel frattempo Bruce Banner viene morso da un ragno... Insomma l'intero corso degli eventi, come lo abbiamo sempre conosciuto, viene stravolto dalla fantasia di J.M. Straczynski con grande maestria e una certa dose d'astuzia (che non è certo un male visto il risultato), nell'intento di creare un enorme caos in cui il lettore non può che sguazzare allegramente, pagina dopo pagina, con quel vivo interesse di chi legge una storia ben congegnata.

Un proiettile colpisce il Dott. Erskyne e il soldato Ben Parker; la storia non sarà più la stessa. 
Perché in questo Straczynski è imbattibile; concepisce ogni sua opera con un'autenticità degna dei grandi maestri e fa di Bullet Points un autentico gioiello da leggere tutto d'un fiato, una di quelle storie che, dopo cento anni di comics, ti fanno venir voglia di correre in fumetteria e cercare qualcosa di simile.
E in tutto questo non bisogna dimenticare le immagini di Tommy Lee Edwards, che grazie a quest'opera e alla successiva miniserie 1985, si colloca come uno degli artisti dell'universo supereroistico più dotati di originalità, staccandosi nettamente dalla marea di artisti che si prodigano in disegni e tavole ultra dettagliate; il tratto di Edwards è fortemente espressivo, mai statico, e dona alla storia un senso cupo e malinconico. La storia descritta dai due autori americani è priva di quegli eroi che per decenni hanno combattuto per i più bisognosi; un mondo senza i Fantastici 4, senza Capitan America, con uno Spiderman privo dell'ironia di Peter Parker e un Iron Man senza Tony Stark. Un mondo cambiato da un proiettile, sparato l'8 dicembre 1940. Gli “esecutori materiali” si chiamano J. Michael Straczynski e Tommy Lee Edwards e la loro stravaganza ha regalato al nuovo millennio una delle opere più audaci e originali.

Una tavola di grande effetto realizzata dal bravissimo Tommy Lee Edwards

Curiosità

Bullet Points appartiene a un genere denominato What If... ? Cosa sarebbe successo se...?
J. M. Straczynski alterna la sua attività di fumettista con quella di sceneggiatore cinematografico: sua la scenggiatura di Changeling (regia di Clint Eastwood) e cosceneggiatore di World War Z.
I colori di Bullet Points sono sempre opera di Tommy Lee Edwards.

Edizione Consigliata

In USA la storia è uscita come miniserie in cinque albi poi racchiusi in questo volume dalla Panini nella collana 100% Marvel.

Altre edizioni

Essendo un fumetto di recente realizzazione non vi è nessuna edizione fuorché quella consigliata.



sabato 15 febbraio 2014

300: Tomaž Lavrič (TBC) – Racconti di Bosnia

Magic Press, 2000
(Slovenia, Fables de Bosnie, 1998)
"Non nevica sulla campagna per coprire la montagna, ma nevica perché le bestie feroci possano lasciare le loro tracce".
(proverbio bosniaco)

Tomaž Lavrič in arte TBC.
TBC possiede l'arte di saper trascrivere l'amaro gusto della vita...”. Ha ragione il critico Zlato Dizdarevic quando parla di Tomaž Lavrič, non è una frase di circostanza, tanto per scrivere un'introduzione ad un volume assolutamente imperdibile. L'autore sloveno sa davvero descrivere le amarezze della vita, anzi fa di più: attraverso le amarezze, la disillusione ma anche l'umanità dei vari personaggi, Lavrič riesce a raccontare la guerra in Bosnia quasi senza spari o guerriglie varie ma solo con la complicità di uomini, donne e bambini protagonisti di questi nove racconti pieni di follia, umanità e ironia.
Splendida tavola in bianco e nero tratta dal racconto Il cane.
Perché alla fine una guerra assurda, come quella combattuta in Bosnia, può essere raccontata facendone vedere le gratuite quanto bestiali atrocità che solo i conflitti bellici possono generare ma può anche essere raccontata attraverso le persone comuni, quelle che vivono il conflitto con la stessa drammaticità di chi lo vive in prima linea.
Lavrič descrive la guerra con l'umore dei suoi personaggi e riesce a raccontare con grande originalità artistica e narrativa; valga per tutti il bellissimo racconto La Mosca in cui l'autore sa descrivere perfettamente l'assurdità politica che si nasconde dietro la guerra, ma senza usare la classica retorica già presente in altre opere del genere; lui racconta tutto questo sfoderando un'ironia che nella sua assurdità è maledettamente divertente. Tomaž Lavrič non punta il dito contro qualcuno, non emette sentenze ma si limita a farci vedere gli effetti che una guerra sporca e ingiusta può avere sugli esseri umani; non vediamo azioni di guerra ma azioni ed emozioni di uomini che cercano di sopravvivere a tutto questo come nei racconti L'uccello, in cui un vecchio stanco e disilluso è costretto a un'azione disperata per procurare un po' di cibo alla moglie malata, oppure Il mulo in cui Lavrič racconta la vita di due giovani amici tra turni di guardia in trincea, desiderio di evasione e spensieratezza, la quale, di fatto, dovrebbe rappresentare la loro unica preoccupazione.
La politica e gli accordi di pace per certi uomini valgono poco...
Storie di ordinaria quotidianità in tempo di guerra in cui Lavrič esalta il suo modo di raccontare con uno stile grafico netto ed essenziale che sembra fondere la sintesi di Jaques Tardi con i giochi di luce di José Muñoz; esemplare in questo senso il racconto Il Cane, in cui l'autore creando un gioco di ombre e luci riesce a dare un senso quasi horror alla storia.
"Non è un conflitto tra nazioni o stati, né una guerra che si gioca sulla geostrategia o la politica, e neanche uno scontro tra eserciti e popolazioni civili...” dice Zlato Dizdarevic nella sua breve ma efficace prefazione al volume. “È un dramma assurdo che ha colpito l'uomo in quanto individuo. È il trionfo dell'irrazionalità, degli istinti primitivi e del cinismo. È una guerra contro l'individuo ed i suoi diritti a rimanere unico e distinto. È l'imbecillità collettiva e la sua violenza che si abbattono contro l'umanità".
Affermazioni queste che trovano piena conferma nel lavoro di Tomaž Lavrič; un insieme di storie che hanno per trait d'union l'assordante suono di un caccia bombardiere americano che compare nei cieli in quasi tutte le storie, tra la rabbia di alcuni: “FIGLIO DI UN CANE...!” e l'euforia di altri: “Portatemi con voi in America, sono uno dei vostri!! Lanciateci Sharon Stone...” a testimonianza di una rassegnazione ma anche di una gran voglia di mettere la parola fine a una guerra del tutto irrazionale.
Spensieratezza e allegria nei due giovani protagonisti del racconto Il mulo.

Curiosità

I racconti che formano il volume consigliato sono: Il pesce, La vipera, La mosca, L'uccello, Il cane, Il mulo, Il porco, La gatta, Il topo.
Racconti di Bosnia ha vinto il Grand Prix al Festival di Sierre (Svizzera) e il Lion D'Argent a Bruxelles.
L'opera è dedicata al giornalista e fumettologo Ivo Standeker, amico dell'autore, rimasto ucciso a Sarajevo.

Edizione consigliata

Una bella edizione questa realizzata dalla Magic Press, in puro stile francese: cartonato di grande formato, buona stampa patinata in bianco e nero.
Prefazione del giornalista Zlato Dizdarevic.

Altre edizioni

Al momento non sono disponibili altre edizioni nel nostro paese.  

venerdì 14 febbraio 2014

300: Sergio Toppi – La lacrima di Timur Leng (Il Collezionista)

Orient Express-I protagonisti n. 15, 1986
(Italia, La lacrima di Timur Leng, 1986)
...Chiedetemi ogni tipo di risarcimento perché si possa intuire un sorriso sotto quella maschera che portate...”
Siete molto gentile: vi do atto che anche nella giungla le buone maniere hanno il loro peso!”
(Dialogo tra il Collezionista e la signora dal viso bianco)

Sergio Toppi fotografato da Joe Zattere.
La grandezza di Sergio Toppi è sempre più riscontrabile col passare del tempo; le sue opere sono oggetto di ammirazione in tutto il mondo e, dopo la sua morte, lo sono ancora di più. E la bella notizia e che molti giovani, o comunque aspiranti fumettari che si avvicinano al fumetto e lo vogliono conoscere in maniera più approfondita, scoprono Sergio Toppi, sfogliano i suoi libri, rimangono affascinati e se ne innamorano completamente.
Del resto provateci voi a spiegare come sarebbe possibile non innamorarsi delle tavole del grande maestro milanese: come non rimanere esterrefatti di fronte alle sue tavole, alla loro composizione, a quella mescolanza di segni grafici forse unica al mondo. In realtà non serve guardare una sua intera opera; basterebbe una sola tavola per capire che siamo di fronte a qualcosa che era unico e lo rimarrà per sempre.
Una delle tavole in versione B/N.
Per fortuna Toppi di tavole ne ha prodotte parecchie, molte delle quali destinate all'universo delle nuvole parlanti. Ed è proprio nel fumetto che Toppi seppe essere unico e originale; non solo grazie al suo talento grafico ma anche alla sua capacità di raffinato e colto narratore. Ce lo testimoniano opere di folgorante bellezza visiva come Sharaz-de ma soprattutto, visto che parliamo di fumetti, l'unico suo personaggio seriale: Il Collezionista.
E che personaggio seriale; ad avercene di personaggi come questo, particolare e ambiguo raccoglitore di oggetti talmente preziosi che vale davvero la pena rischiare la vita per possederli.
Ad avercene di storie come La lacrima di Timur Leng in cui il maestro Toppi ci regala uno dei vertici della sua carriera, andando così ad arricchire il già vasto calderone magico degli anni '80, quando stregoni del calibro di Magnus, Pazienza, Giardino, Battaglia, Micheluzzi, Berardi, Milazzo estraevano vere e proprie magie di carta pronte a stregare letteralmente il pubblico.

Sergio Toppi: ogni sua vignetta è una piccola opera d'arte.

Sinceramente (come per altri personaggi per cui bisogna fare delle scelte) se avessi scelto “Il calumet di Pietra Rossa” o “L'obelisco della terra di Punt” vi garantisco che avreste amato ugualmente un personaggio come il collezionista. Tuttavia la mia scelta cade sulla terza avventura realizzata da Toppi per una serie di motivi: inutile dirvi: per la qualità della storia; altrettanto inutile ribadire: per la qualità (eccelsa) dei disegni. Ho scelto La lacrima di Timur Leng perché in essa Toppi dà vita ad un'antagonista degna di nota: la Signora dal viso bianco, una femme fatale perfida e calcolatrice, che non esita ad ammazzare, con metodi degni della miglior crudeltà, con la stessa freddezza disegnata sulla maschera bianca che le copre il volto. Tutto è bianco in questa donna: il suo vestito, i suoi guanti, il suo cappello; il bianco, simbolo di pace e purezza diventa invece l'emblema del terrore e della cattiveria.
Del resto in questa, come anche nelle altre cinque storie del Collezionista, non c'è posto per gli eroi; lo stesso protagonista si presenta al lettore come un uomo strano, per certi versi ambiguo, per altri un eroe inusuale e arrivista. In questa storia vuole a tutti i costi impossessarsi della lacrima di Timur Leng, una preziosa pietra nata dall'unica lacrima versata da un feroce condottiero mongolo; grazie alla sua ricchezza cerca di comprare il segreto dall'uomo che ha nascosto la pietra; non esita a nutrire sentimenti di vendetta (come nel bellissimo finale) anche se lo fa con l'animo del gentiluomo che non vuole mai infliggere la morte se non vi è costretto. E non esita nemmeno quando c'è da compiere una buona azione come nella sequenza della condanna a morte di un uomo voluta dalla Signora dal viso bianco, in cui si espone in prima persona. Ma questi eroi sono gli eroi di Sergio Toppi: disillusi come il sergente Whiteman dello splendido L'uomo delle paludi; pieni di speranza e tenacia come la principessa Sharaz-de; misteriosi ed enigmatici come il Collezionista, testimonianza di come l'arte nella sua forma massima incontri una forma popolare come il fumetto, generando così un autentico capolavoro.
Una delle splendide tavole con i due protagonisti della storia: Il Collezionista e la Signora dal viso bianco.

Curiosità

La lacrima di Timur Lang fu la terza avventura del Collezionista. Le altre sono (in ordine cronologico): Il calumet di Pietra Rossa, L'obelisco della terra di Punt, Lo scettro di Muiredeagh e La collana di Padmasumbawa, tutti pubblicati nella collana Orient Express – I Protagonisti tra il 1984 e 1986 a eccezione delle ultime due avventure che furono pubblicate sulle riviste Comic Art ed Eternauta verso la fine degli anni '80.

Edizione consigliata

Senza dubbio non è la migliore per qualità di stampa; ma questi piccoli grandi albi della serie I Protagonisti testimoniano un grande periodo del nostro fumetto e vale la pena recuperarli dal primo all'ultimo. Il colore, dato dallo stesso Toppi, è caratterizzato da una scala cromatica fatta di colori tenui che esaltano il bianco totale della Signora dal viso bianco.

Altre edizioni

Sicuramente quella delle Edizioni DI (Grifo Edizioni) che ha racchiuso tutte le cinque storie in eleganti volumi cartonati dalla raffinata stampa in bianco e nero.
La storia consigliata compare anche nel volume Sergio Toppi della serie I classici del fumetto di Repubblica”.


A sinistra: l'elegante volume a opera delle Edizioni Di.
A destra: l'omaggio a Sergio Toppi nella collana I classici del fumetto di Repubblica.

venerdì 17 gennaio 2014

300: Lee Falk e Phil Davis – Mandrake

Garzanti, 1972
(USA, Mandrake the Magician, 1934)

...Nessuno, ha mai raggiunto la “magia” (è il caso di dirlo) di Mandrake...”
(Dall'introduzione di Ida Omboni)

Lee Falk e Phil Davis
Credo che la bravissima Ida Omboni avesse proprio ragione, con questa sua affermazione che chiude la sua introduzione a uno dei personaggi più famosi della storia dei comics e non solo. Obiettivamente sono davvero pochi quelli che non conoscono questo mago con cilindro e mantellina rossa, vera icona degli illusionisti di tutto il mondo. Ricordo che durante la mia adolescenza (vi parlo della metà degli anni '80), prima ancora di conoscere i fumetti e intento in giochi dove si dava prova del proprio valore, una delle espressioni più comuni, mie e dei miei compagni di gioco, era una cosa tipo: “... E chi sono: Mandrake?”, a riprova del fatto che questo personaggio era davvero magico, inossidabile dal tempo che passa.
Mandrake insieme al suo fido servitore Lothar.
E tutt'oggi il suo mito continua a riecheggiare in tutto il mondo; certo tante cose sono cambiate nel frattempo, i suoi creatori sono passati a miglior vita da un pezzo, ma altri autori continuano a tramandare le avventure di questo personaggio che sembra essere davvero immortale.
Quando Lee Falk, sceneggiatore, e Phil Davis, affermato pittore, s'incontrarono e decisero di dare vita a un personaggio dotato di poteri sbalorditivi, certo non s'immaginavano di sfornare un simile successo. Soprattutto viste le prime avventure, alquanto sperimentali e un po' rozze, dotate di un disegno che certamente peccava in piattezza; Mandrake appariva come un mago dotato di poteri sovrannaturali, una sorta d'essere invincibile, ma ben presto gli autori riuscirono a delinearne con bravura sia la forma che la personalità, rendendolo un comune mortale, un maestro dell'ipnotismo e dell'illusionismo dotato di acuta intelligenza e senso dell'ironia.
Ogni suo gesto sembra incredibile davanti ai nostri occhi: nel bellissimo episodio “Il paese dei Fachiri” il nostro tramuta in oro tutto quello che il nobile Jehol Kahn tocca perché per lui l'unica cosa che conta è la ricchezza; ma la sua euforia iniziale si trasforma ben presto in strazio visto che non può più bere o mangiare nulla. Un lezione perfetta per una delle morali più vecchie del mondo: il denaro non è tutto. E davanti a tanta magia Mandrake dà quasi sempre una risposta vaga: “Non succede niente! È solo frutto della sua immaginazione!” dice il mago che non ricorre mai alla forza bruta in quanto non amante della violenza; se c'è da menare qualcuno, allora interviene il suo fedele servitore, Lothar, un gigantesco nero di origine nubiana che possiede la forza di dieci uomini messi insieme.
E' questa la coppia di cui si “servono” Falk e Davis per creare delle storie in cui davvero non vi è limite alla fantasia. Basterebbe leggere il primo episodio che dà il via alle tavole domenicali “Il regno degli assassini” dove i due autori costruiscono un buon plot con un cattivo di nome Bull Ganton che ha creato un'organizzazione che raggruppa i malfattori di tutto il mondo; ma è anche l'episodio dove compare uno dei personaggi femminili più belli disegnati da Phil Davis, ovvero Reetha, che occasionalmente si trasforma in una pantera.
Una bella striscia disegnata da Phil Davis tratta dalla prima avventura domenicale di Mandrake.

In verità le storie racchiuse in questo bel volume edito da Garzanti solo un piccolo incipit per intraprendere un viaggio fatto di tantissime avventure nei posti più strani e impensabili (Italia e Spazio cosmico compresi), con personaggi talvolta indimenticabili e storie piene di magia e sorpresa, che hanno incantato i lettori di mezzo mondo e suscitato l'ammirazione di illustri personaggi; Sergio Bonelli mi disse che adorava rileggere le avventure di Mandrake e registi del calibro di Federico Fellini e Alain Resnais erano grandi ammiratori dei disegni di Phil Davis.
Per usare le parole di Ida Omboni: “È dimostrato che dopo aver letto le avventure di Mandrake, sia pure con occhio critico e cinico, si rimane per un'oretta ben disposti e sorridenti...”
Come non credere a una simile affermazione? Sarebbe come dubitare del grande fascino che l'epoca d'oro del fumetto americano tutt'oggi continua ad avere su di noi.
Un'epoca piena di magia. Proprio come quella dell'indimenticabile Mandrake.
Un gesto di Mandrake e l'illusione diventa realtà.

Curiosità

Lee Falk e Phil Davis disegnarono le avventure di Madrake fino alla morte di Davis, avvenuta per un infarto nel 1964. A quest'ultimo succedette l'artista Fred Fredericks (ma sembra che alcune storie prima dell'arrivo di Fredericks furono disegnate dalla moglie di Davis, Martha) che disegnò su testi di Falk fino alla scomparsa di quest'ultimo avvenuta nel 1999. Da quel momento Fredericks curò anche le storie (non conosco l'eventuale apporto di altri autori non accreditati) fino al settembre di quest'anno, mese in cui ha annunciato il suo ritiro.
Recentissima è la notizia data dal King Features Sindacate di voler continuare la daily strip di Mandrake.
Per il volto del mago, Davis si rifece a quello di Lee Falk. Lo stesso Falk fu autore anche dei primissimi disegni di Mandrake prima di passare il testimone a Phil Davis.
Il nome Lothar venne scelto da Falk in omaggio a un suo amico tedesco.
Sono vari gli omaggi cinematografici dedicati al mago; val la pena ricordare quella fatta da Stanley Kubrik nel suo “Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, in cui un grande Peter Sellers interpreta il personaggio di Lionel Mandrake.
Pare che anche Fellini fosse interessato a realizzare un film sul mitico mago ma il progetto non decollò mai.
Degna di nota la divertentissima parodia di Jacovitti, Mandrago il mago in cui Lothar diventa Pappotar.

Edizione consigliata

Diciamo che il volume della Garzanti rappresenta tutt'ora la migliore raccolta delle prime e inimitabili avventure del mago più famoso del mondo.
L'edizione consigliata è buona: grande formato orizzontale, cartonata e con una bella introduzione di Ida Omboni che ha curato anche la traduzione. La qualità della stampa non è eccelsa e non valorizza a fondo il segno di Phil Davis ma credo non si potesse chiedere di meglio all'inizio degli anni '70.
Le storie contenute nel volume sono: “Il regno degli assassini”, “Il paese dei fachiri”, “Il popolo mignon” e “Il circo” che rappresentano le prime storie realizzate dalla coppia Falk-Davis sotto forma di tavole domenicali tra il 1935 e il 1936; “A Hollywood” e “La casa stregata” uscirono come strisce giornaliere nel 1938.

Altre edizioni

Le ultime due storie di Mandrake presenti nel volume consigliato furono pubblicate in un volume dalla casa editrice Comic Art nella collana New Comics Now – Gold Vintage n. 118.
La storia il “Paese dei Fachiri” fu racchiusa nel volume contenitore “I magnifici eroi del fumetto” pubblicato da Sansoni Editore nel 1970.

A sinistra: il volume edito da Sansoni, a destra quello della casa editrice Comic Art.




mercoledì 15 gennaio 2014

Il gusto degli altri – 11: Angelo Stano


Angelo Stano

 Angelo Stano
"Stano è un artista prestato al fumetto. Come lo sono stati Di Gennaro, Battaglia e Pratt. Artisti veri e completi, di grande cultura e sensibilità, che invece di fare quadri ed esporli in una mostra per pochi hanno scelto di far vedere le loro opere a tutti..."
Ha ragione Tiziano Sclavi nel parlare così dell'amico e collaboratore Angelo Stano. Perché l'artista di origine pugliese ricorda artisti del calibro di Battaglia, Pratt, Toth; li ricorda nella sua personalissima sintesi grafica, nel modo in cui "gioca" con luci e ombre nei suoi disegni e potrei andare avanti.
Uno splendido Dylan Dog di Angelo Stano. 
Angelo Stano è un artista da osservare in ogni suo lavoro. Ha legato il suo nome negli ultimi venticinque anni a Dylan Dog (dopo essersi fatto le ossa per vari editori tra cui Ediperiodici, Corrier Boy e Intrepido) realizzando vere e proprie storie di culto come L'alba dei morti viventi, Morgana, Storie di Nessuno, La storia di Dylan Dog, in un continuo percorso di ricerca grafica e mutazione stilistica che l'ha portato alla realizzazione di La legione degli scheletri in cui l'artista si trasforma in autore completo scrivendo soggetto sceneggiatura e disegni del personaggio che lui stesso ha contribuito a far diventare un vero e proprio caso editoriale unico in Italia.
"Stano è un artista prestato al fumetto!" dice Tiziano Sclavi. Ed ha ragione, a tal proposito mi viene naturale accostare il nome di Stano a quello di Carl Barks: tutt'è due sono riusciti a trasportare un personaggio a fumetti dentro un quadro, a dargli una dimensione epica attraverso i colori. Le illustrazioni di Dylan Dog realizzate da Angelo Stano , a cominciare dalle bellissime copertine, sono dei piccoli gioielli artistici in cui si può osservare la continua ricerca stilistica che, partendo dall'arte di Egon Schiele, prosegue poi nell'elaborazione della sintesi di maestri come Pratt e Toth, fino alle sperimentazioni digitali; un segno, da parte di Stano, della sua continua voglia di ricercare e di mettersi in gioco, scavando con profondità e originalità nell'arte ed estraendone sempre nuove soluzioni grafiche. 
Proprio come hanno fatto i maestri da lui più amati. 

Le splendide pennellate di Stano arricchiscono un personaggio complesso e romantico come Dylan Dog.

I gusti di Angelo Stano

1) Una Ballata del mare salato di Hugo Pratt


"Una Ballata del mare salato, di H. Pratt. Il primo vero romanzo a fumetti, oggi si direbbe "graphic novel". Inutile aggiungere altro, si è scritto in abbondanza su questa storia che vede in scena per la prima volta Corto Maltese, ma è dopo averla letta che ho deciso di avventurarmi nel mondo del fumetto."


2) Calvin & Hobbes di Bill Watterson


3) Ranxerox di S. Tamburini e T. Liberatore


4) Torpedo di E. S. Abuli e J. Bernet


5) Mort Cinder di H. Oesterheld e A. Breccia


6) L'Incal nero di Jodorowski - Moebius


7) Jack Mandolino di Benito Jacovitti


8) Fritz il Gatto di Robert Crumb


9) The Kin-der-Kids and Wee Willie's world di Lyonel Feininger


10) Weeling di Hugo Pratt



Per conoscere meglio il lavoro di Angelo Stanovisitate la sua pagina Facebook.


Il suo lavoro più bello: Morgana (Dylan Dog n. 25)

Cover di Morgana e tavola estratta dalla storia: una delle più belle e amate dai fan di Dylan Dog.
Davvero difficile scegliere tra il poker d'assi disegnato da Stano su testi di Sclavi: meglio la novità iniziale dell'esordio (L'alba dei morti viventi) o la maturità artistica ed espressiva di Storia di Nessuno e La storia di Dylan Dog? Alla fine ho scelto Morgana perché è davvero un albo unico. Al di la della storia che fonde amore, orrore e tenerezza, il tratto di Stano è davvero sorprendente, originale e pieno di belle soluzioni narrative. Un capolavoro.









martedì 26 novembre 2013

Il gusto degli altri – 10: Werther Dell'Edera

Werther Dell'Edera



Werther Dell'Edera
“Per essere un buon fumettista devi strutturarti e devi saper comunicare. Se sei un bravo pittore o un bravo illustratore non per forza sarai anche un bravo fumettista. Perché disegnare un fumetto non significa necessariamente dover fare in ogni vignetta la Cappella Sistina, bensì disegnare una vignetta funzionale a ciò che stai narrando: né una linea di più né una di meno. E questo sia a livello grafico che narrativo. Quello della sintesi è un discorso difficile, non lo metto in dubbio...”.

Con queste parole il grande Ivo Milazzo parlava della sintesi del suo stile in un'intervista rilasciata a Lo Spazio Bianco; e in effetti aveva ragione: quello della sintesi non è un discorso facile e soprattutto non è facile trovare gli artisti che riescono con pochi tratti a disegnare personaggi, scenari, tavole intere cariche di quella narrazione e dinamicità tipiche di un bel fumetto. Oltre al già citato Milazzo, di fumettari italiani mi vengono in mente Hugo Pratt, il primo Nicola Mari, Luca Vannini e... Werther Dell'Edera.
Splendido disegno dedicato a Daredavil.

Werther è un artista per molti versi unico nel panorama italiano: ha il “dono” della sintesi e credetemi se vi dico che è un elemento fondamentale per l'orizzonte dei fumetti. Il segno di Werther è fluido, dinamico, espressivo; ha un'immediatezza che raggiunge con rapidità il lettore. Penso per esempio ad alcune tavole di Loveless, una serie ideata da Brian Azzarello e disegnata da Werther (alternandosi con Zezelj e Frusin) con un'abilità quasi registica, se mi passate il termine. Ma anche le storie di John Doe e Detective Dante, la serie italiana Garrett e i lavori americani di Punisher War Journal (in coppia con Antonio Fuso) non sono da meno. Se si ha la fortuna di vedere le sue tavole in bianco e nero (soprattutto quelle per il mercato americano) non si può non ammirare la naturalezza e il perfetto equilibrio che le contraddistingue. Del resto gli autori da lui amati e citati in questo suo personale elenco hanno influenzato non poco il suo stile: da Miller a Mazzucchelli, da Mignola a Munoz, Werther è riuscito a coglierne gli insegnamenti e a metterli in pratica con intelligenza e personalità. E con la vera passione di chi fa questo lavoro.  
Particolare di una tavola tratta dalla mini serie Orfani. Il numero disegnato da W.Dell'Edera è previsto per Marzo 2014. 




I gusti di Werther Dell'Edera

1 - Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller


“Un concentrato di potenza emotiva. Dal disegno, alla china, ai colori alla storia. Mi è entrato dentro immediatamente e non se n'è più andato. Per me è il miglior fumetto del mondo!”.

2 - Ghost in the shell di Masamune Shirow

3 - Spider-Man: Torment di Todd McFarlane

4 - Akira di Katsuhiro Otomo

5 - X-men: Il fato di Fenice di C. Claremont e J. Byrne

6 - Davil: Rinascita di F. Miller e D. Mazzucchelli

7 - Grey di Yoshihisa Tagami

8 - Cosmic Odissey di J. Starlin e Mike Mignola

9 - Batman Anno uno di F. Miller e D. Mazzucchelli

10 - Alack Sinner: Nicaragua di J. Muñoz e C. Sampayo

“Alcune opere, comunque fondamentali per me, sono rimaste fuori dalla lista perché ho prediletto un unico aspetto nella cernita, ossia la prima lettura. Mi spiego; quello di seguito è un elenco composto da letture molto giovanili. Tanto giovanili che l'idea di poter fare il fumettista non era neanche in embrione e nonostante ciò, queste letture sono state un proiettile nel cervello per me tanto da spingermi a copiare e ricopiare alcune delle immagini che le componevano. Questa “Top Ten” rappresenta un elenco delle "prime volte" della mia adolescenza. Poi ci sono state numerose altre "prime volte" in altri stadi della mia vita e ancora continuano ad esserci, perché la ricerca è costante!”

Per conoscere meglio il lavoro di Werther visitate il suo blog: Watch Out

Il suo lavoro più bello: Loveless

Due splendide tavole e la cover n. 12 dell'uscita americana di Loveless

La sintesi artistica di Werther Dell'Edera si unisce all'estetica di Howard Hawks e Sergio Leone: inquadrature con una grande profondità di campo, efficace senso del ritmo e dell'azione unite al suo segno che riesce a distinguerlo dalla gran parte di autori in circolazione.