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domenica 14 luglio 2013

300: Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini – Martin Mystère, La Spada di Re Artù

Hazard Edizioni, 2001
(Italia, La Spada di Re Artù/Il mistero di Stonehenge,  1983)


“... Ciò che importa è che ora la lama è di nuovo un innocuo pezzo di metallo. E che nessun folle come Hitler... od Orloff... potrà impadronirsene mai più.”
(Martin Jaques Mystère)

Un disegno di G. Alessandrini che ritrae Martin Mystère con gli altri protagonisti/antagonisti delle sue avventure. A destra, anche Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini.
Alfredo Castelli non è un semplice fumettaro. È qualcosa di più: è un autore che ha attraversato e vissuto in prima persona le fasi più salienti del fumetto italiano; è uno sceneggiatore che ha dato vita a personaggi memorabili come Zio Boris (con Carlo Peroni) e Gli Aristocratici (con Ferdinando Tacconi); è un autore completo grazie al geniale personaggio de L'omino Buffo (in cui si cimenta anche come disegnatore); è anche uno storico del fumetto, con il volume Eccoci ancora qui, dedicato alle origine del comics americano. Ma Alfredo Castelli è anche un innovatore e un precursore del fumetto Italiano e della cultura mediatica in genere. Dopo tanto western e avventura, il più importante editore del fumetto Italiano, Sergio Bonelli, puntò su un personaggio di Alfredo Castelli per inaugurare un nuovo ciclo di personaggi che di lì a qualche anno avrebbe cambiato il fumetto italiano. Pensateci un momento: senza Martin Mystère non avremmo avuto l'horror di Dylan Dog, il poliziesco di Nick Raider e la fantascienza di Nathan Never. E la cosa incredibile è che le storie di Martin Mystère già possedevano tutti quei generi presenti negli illustri successori: mistero, giallo, fantascienza, fantasy, horror sono solo una parte dei ricchi ingredienti con cui lo “Chef” Alfredo Castelli condisce il suo fumetto più bello.
Sergej Orloff uno dei nemici più famosi di Martin Mystère. 
Martin Mystère è uno dei fumetti più belli e importanti degli anni '80; ricco di ritmo, azione, introspezione e ricerca meticolosa, in esso il mitico detective dell'impossibile è protagonista di una serie di splendide avventure indimenticabili: come dimenticare, infatti, l'avventura pilota Gli uomini in nero, ma anche La casa ai confini del mondo, Il segreto del Lusitania, Un vampiro a New York, La città dalle ombre diafane, La torre di Babele? Le prime avventure di Martin Mystère sono davvero come i primi amori: non si dimenticano mai. La Spada di Re Artù è una delle prime avventure di Martin; Castelli non poteva non toccare una delle storie che da sempre hanno affascinato l'essere umano. Re Artù, i cavalieri della tavola rotonda, Excalibur sono quanto di meglio si possa desiderare per una storia. Se poi al timone c'è uno studioso come Alfredo Castelli allora sì che nasce quel piccolo gioiello che col passare del tempo non perde un grammo della sua bellezza.

La mitica Excalibur in mano dell'altrettanto mitico Detective dell'Impossibile.
Attraverso un viaggio che porta il detective dell'impossibile dagli Usa all'Austria, dalla Svizzera all'Italia fino all'Inghilterra, Castelli costruisce un plot perfetto, pieno di enigmi, misteri, storie e leggende sul cavaliere più famoso di tutti i tempi. L'autore milanese sembra un regista, quasi si diverte a spiazzare il lettore con i suoi colpi di scena, con i suoi personaggi ambigui (come lo scrittore Von Eriksen), gli acerrimi nemici (lo scienziato pazzo Sergej Orloff), gli studiosi patiti per le leggende (Heinz Schmesser) e le bellissime donne che seducono Martin (la bellissima Hilda Schmesser); tutto in questa storia è ben congegnato, persino il fantascientifico e incredibile finale che non svela del tutto il mistero di re Artù, lasciando nel lettore quel ragionevole dubbio che, in egual misura, ne amplifica sia la storia che la leggenda.
Bella anche la prova di Giancarlo Alessandrini: stile veloce e dinamico che perfettamente si sposa con le avventure del biondo detective newyorkese; siamo ancora lontani da quello stile depurato dalle grezze pennellate iniziali e che confermerà l'artista marchigiano come uno dei disegnatori di punta non solo di Martin Mystère ma anche del nuovo fumetto popolare italiano, ma come dicevo all'inizio, la magia degli esordi non si scorda mai.
Ma Martin Mystère è soprattutto la palese testimonianza del genio di Alfredo Castelli; un uomo capace di anticipare il futuro, di vedere oltre, (basterebbe ricordare che la serie televisiva X-Files è di dieci anni successivo a Martin Mystère) e soprattutto di scrivere storie memorabili, storie che a rileggerle fanno rimpiangere quel meraviglioso periodo in cui il fumetto era pieno di vita, pieno di idee, pieno di innovazioni, zeppo di splendidi personaggi e autori meravigliosi. Come Alfredo Castelli.
Lui è come il suo personaggio, un uomo che riesce nell'impossibile: scrivere e meravigliarci ancora oggi come trent'anni fa.

Il finale della storia tre le monumentali pietre di Stonehenge.

Curiosità

La spada di Re Artù fu pubblicata in due albi distinti: il primo, omonimo, e il secondo dal titolo Il mistero di Stonehenge.
Le città italiane visitate da Martin nella storia sono Modena e Otranto. La spada che Martin deve trovare e distruggere è la Lancia Sacra (Heilige Lance) oggi custodita nel museo Hofburg a Vienna.
Omaggi di Alfredo Castelli allo scrittore tedesco Erich Von Daeniken (sostenitore della teoria extreterrestre) a cui si ispira il personaggio di Von Eriksen, e anche al personaggio di Zagor (citazione della foresta di Darkwood).
Castelli e Alessandrini hanno nuovamente ripreso il personaggio di Re Artù in una storia breve per la casa editrice Comic Art (Collana Best Comics n. 33).

Edizione Consigliata

Bellissima iniziativa (purtroppo interrotta dopo pochi volumi) da parte della Hazard di ristampare le avventure di Martin Mystère in un'elegante versione cartonata: ottima qualità di stampa.
Dell'edizione consigliata esiste anche la versione brossurata.

Altre edizioni

La storia consigliata compare nell'edizione Oscar Mondadori - I Mondi Perduti di Martin Mystère del 1992.


lunedì 4 febbraio 2013

300: Osamu Tezuka – La storia dei tre Adolf

Hazard Edizioni, 2010
(Giappone, Adorufu ni Tsugu, 1983)

“Basta una stella sul palco e tutti applaudono come idioti.”
(Sohei Toge, parlando di Adolf Hitler)

Un giovane Osamu Tezuka.
Provo un po' di disagio a parlare di Osamu Tezuka. È uno di quegli autori talmente grandi e inarrivabili che ogni parola scritta potrebbe risultare banale e ripetitiva.
Quando in Italia, all'inizio degli anni '90, ebbe inizio la “Manga-invasion”, la maggior parte degli autori, degli aspiranti fumettari (come chi scrive), insieme a una grande fetta di pubblico storse il naso; era un modo di fare fumetti troppo diverso così come diverse erano le culture che si scontravano, insomma l'eterna “lotta” oriente vs occidente. Eppure amavamo i cartoni animati che in qualche modo si ricongiungevano a quello stile dagli occhi enormi e capelli a punta; eravamo cresciuti guardandoli ogni pomeriggio ma il fumetto ebbe su di noi un effetto quasi contrario, forse per l'errata convinzione che il manga altro non fosse che un adattamento di quei cartoni tanto amati.
Però sono sicuro che tutti noi, o perlomeno parlo di chi i fumetti li realizza o li studia, eravamo e siamo concordi nel riconoscere il genio di Osamu Tezuka. In effetti non si può non farlo, in virtù di una gran produzione artistica che vanta personaggi come Astro Boy, Kimba, La principessa Zaffiro, per citare quelli arcinoti ormai annoverati nel culto dei comics. Un artista che nel suo paese viene considerato il “Dio dei manga”, amato a tal punto da dedicargli francobolli, statue e perfino un intero museo dove è possibile ammirare le sue opere che ancor oggi vengono ristampate senza sosta, confermando l'amore che il mondo orientale (e occidentale) nutre per quest'autore.
Con i suoi fumetti, Tezuka sapeva divertire ma anche far riflettere, riusciva a essere romantico e a suscitare sentimenti che andavano dalla paura all'odio al dolore, riuscendo ogni volta a stupire il lettore con la sua poliedricità. E il geniale autore continuò a disegnare finché non fu tradito dal suo cuore all'età di sessant'anni e non oso immaginare cosa sarebbe ancora riuscito a produrre.
Di qualche anno prima della morte, La storia dei tre Adolf rappresenta il testamento artistico di Tezuka nonché uno dei più grandi fumetti degli anni '80.
Adolf Kamil riceve un pacco da custodire gelosamente: al suo interno, i documenti che proverebbero le reali origini giudaiche di Adolf Hitler. 
La storia è quella di Adolf Kaufmann, figlio di un diplomatico tedesco e di una donna giapponese, e di un altro Adolf, Kamil, proveniente da una famiglia ebrea; questa storia inizia con un'amicizia adolescenziale e si disperde nei meandri della seconda guerra mondiale tra razzismo e persecuzione, venendo inesorabilmente segnata dal terzo Adolf e cioè Adolf Hitler, leader nazista e responsabile di alcune tra le più disumane atrocità della storia. Ma forse c'è un segreto che lo riguarda e che rischia di essere svelato: Hitler è ebreo. Una scoperta incredibile quanto allarmante che il giornalista Sohei Toge, inviato a Berlino, riceve dal fratello Isao, attivista di sinistra e per questo ucciso dalla Gestapo.
La prova delle origini giudaiche del Führer diviene così il motivo centrale con cui Tezuka orchestra quest'intreccio narrativo dal ritmo incalzante e toccante che si legge tutto d'un fiato nonostante la mole delle pagine non indifferente (oltre milleduecento). Ma la storia non si ferma e non vuole essere solo un mix d'avventura e dramma e lo s'intuisce dalla complessa personalità con cui Tezuka riesce a caratterizzarne i protagonisti: nel raccontare la sincera amicizia di due ragazzini; nel tratteggiare l'autoritarismo con cui il padre costringe Adolf Kaufmann a diventare un ufficiale nazista; nel descrivere l'assurdo indottrinamento nazista che piega anche chi non riesce o non vuole comprenderlo. Ma soprattutto il grande autore giapponese riesce a parlare al cuore di ognuno di noi e, con un'abilità narrativa strabiliante, realizza una grande opera di condanna verso la guerra, la violenza generata da essa, il razzismo, l'intolleranza e soprattutto l'odio. L'odio è in ognuno di noi (il pacifista Adolf Kamil partecipa a varie spedizioni militari in Palestina in cui muoiono donne e bambini innocenti) talmente radicato da indurre l'essere umano a odiare un suo simile; ognuno, ci dice Tezuka, porta avanti il proprio concetto di giustizia.
Una giovane donna ebrea trattata come una bestia: una consuetudine della Gestapo. 
Lo stile che il “Dio dei manga” usa per raccontarci questa splendida storia è perfetto: tratto e inquadrature essenziali, personaggi stilizzati in un mix di realismo e grottesco eccellenti (imperdibile questo Hitler dalle movenze irreali, quasi fosse fatto di gomma), espressività molto pronunciata ma mai esagerata; per dirla breve, c'è tutto Osamu Tezuka in quest'opera di immenso spessore artistico e culturale, ma c'è anche molto di più. C'è la consapevolezza, da parte di chi legge, di trovarsi di fronte a un fumetto che racchiude svariati generi narrativi: la costruzione del miglior giallo, l'audacia del romanzo storico, l'equilibrato miscuglio di amore e odio, la perfetta simbiosi tra reale e fantastico. Ma soprattutto c'è tutta l'arte e la denuncia di Osamu Tezuka.
“C’è un solo principio che non cambierò mai, nemmeno se mi uccidono: ed è che noi non vogliamo nessun’altra guerra! Per questo, se non altro, mi sono messo a scrivere contro la guerra”
Parola del più grande autore manga della storia.

Sohei Toge rende omaggio all'amico Adolf Kamill.

Curiosità

Le origini ebree di Hitler sarebbero state accertate da un lungo studio condotto dal giornalista belga Jean-Paul Mulders e dallo storico Marc Vermeeren.
A proposito della sua opera, Tezuka disse: “Se insegui quello che la società ti fa credere che sia il vero principio di giustizia, ti accorgerai che esso conduce a una sorta di egoismo dello Stato. Questo è sempre stato il mio soggetto preferito e l’ho ritratto molte volte. Ma La storia dei tre Adolf è il lavoro in cui sono riuscito a renderlo proprio come intendevo”.
Pubblicato a puntate sulla rivista Shukan Bunshun dal 1983 al 1985.

Edizione consigliata

La casa editrice Hazard ha fatto conoscere al pubblico italiano questo capolavoro nel 1998, pubblicandolo in cinque volumi nel classico formato manga. L'edizione consigliata è stata ridotta a tre volumi con cofanetto.




giovedì 11 ottobre 2012

300: AA.VV – Tijuana Bibles



Hazard Edizioni, 2001
“I Tijuana Bibles... la carica anarchica del proibito!”
(Art Spiegelman)
Ainsworth H. "Doc" Rankin il presunto autore di circa duecento Tijuana Bibles.

Ricordate quando negli anni '80, da buoni dodicenni sulla via del brufolo in faccia e gli ormoni alla stelle, sfogliavamo i mitici giornaletti porno? Ricordate quel senso di trasgressione, quel leggerli di nascosto come se stessimo facendo qualcosa di proibito agli occhi del mondo, dei nostri genitori o ancora peggio delle varie parrocchie d'appartenenza?
Un tipico Tijuana Bibles: brutto, sporco e cattivo. 
Eppure, alla fine, i giornaletti porno erano legali (ma naturalmente la vendita era consentita a un pubblico maggiorenne) e poi, che diamine, gli anni '8o sono stati il decennio della rivoluzione sessuale e niente in seguito sarebbe stato più come prima: aperture di cinema a luci rosse a manetta, film dai titoli al limite della libido e naturalmente i mitici fumetti porno che hanno accompagnato la nostra adolescenza prima dell'avvento di internet.
Arcibaldo nell'episodio intitolato Fiuu.
Ora proviamo a fare un passo indietro, più o meno di sessant'anni; spostiamoci dagli anni '80 alla fine degli anni '20; cambiamo paese e dall'Italia andiamo negli USA, dove era in atto una vera e propria rivoluzione culturale che coinvolgeva anche il fumetto.
Poldo e Olivia come non li avete mai visti.
Negli anni '20 s'imposero artisti come George Herriman, E.C. Segar, Hal Foster, Winsor McCay, Rube Goldberg, i fratelli Young ecc... che con i loro personaggi riempivano i quotidiani di mezza America, con le loro storie intrise di humor, azione, poesia e soprattutto morale.
Perché, attenzione, siamo negli Usa, il paese dalla nascosta immoralità che però sbandiera a tutto vento e a tutto il mondo la sua moralità. E affinché non vi sia qualcuno che voglia compromettere quest'integrità morale, chi di dovere si affrettò a fare qualche linea guida, tipo il codice Hays che negli anni '30 ammoniva chi, tramite i film, inviava messaggi “malvagi” offensivi verso la religione e naturalmente proibiva qualsivoglia sequenza di nudo parziale e integrale.
Parodia porno dell'episodio di Gordon Il mare del mistero.
Che frustrazione per tutti i ragazzi americani non poter vedere qualcosina in più delle bellissime star del tempo come Clara Bow o Mae West, donne dalla forte carica erotica repressa dai vari codici morali americani.
Ma se i benpensanti volevano fare dell'America la succursale di un paradiso moralistico, non avevano ancora fatto i conti con dei piccoli albetti, stampati un po' alla buona e rilegati alla meno peggio, ma dal contenuto esplosivo e oltre la trasgressione più assoluta: i Tijuana Bibles.
Negli anni '20, l'epoca in cui il proibizionismo non fece che aumentare il vizio di bere di ogni americano, questi albetti venivano spacciati in totale clandestinità mettendo letteralmente a nudo i più noti personaggi della politica, del cinema e soprattutto del fumetto rendendoli protagonisti di esilaranti e deliranti avventure porno, per la gioia di tutti quegli americani che leggevano le eroiche avventure di Braccio di Ferro, Topolino, Flash Gordon, Tarzan e Dick Tracy che difendevano il bene con le loro micidiali armi sui più importanti quotidiani d'America, per poi rileggerli in versione per adulti in cui davano sfogo alla loro natura sessuale usando ben altre armi.
Topolino, Minnie e Paperino: uno strano triangolo bollente!
Una trasgressione pura, clandestina spesso nascosta in enormi volumi di etica, (un po come quando chi comprava le riviste porno in edicola, usava nascondendole tra le pagine del Corriere della sera) lontano dalle gelosie delle donne che nei Tijuana Bibles venivano dipinte come puro oggetto di libido maschile.
Ma I Tijuana Bibles erano famigerati e offensivi per chiunque, non tenevano conto di razze, etnie, sesso, religione o ceto sociale; tutti erano dei perfetti bersagli per questi “Dirty Comics” che hanno sancito una vera e propria rivoluzione nel mondo dei fumetti e perché no della cultura in genere. Perché se le pagine di questi albetti erano un concentrato di sesso e stereotipi negativi che se ne fregavano di qualsiasi tipo di moralità, è anche vero che hanno rappresentato la prima vera forma di comic book americano, spianando la strada a tutto quel fumetto underground che verrà innalzato a forma d'arte, influenzando artisti come Robert Crumb, Art Spiegelman, Gilbert Shelton, e gran parte del fumetto indipendente a venire.
Quindi diciamo grazie alla Hazard che ha racchiuso in un volume (che riprende il tipico formato degli albetti clandestini) alcuni dei più noti personaggi della golden age; Gordon, Li'l Abner, e Braccio di ferro come non li avete mai visti, realizzati da artisti sconosciuti non particolarmente talentuosi che tra gli anni '20 e gli anni '60 riuscirono a ritrarre il lato più oscuro, perverso e osceno di quel falso perbenismo americano... quello sì parecchio perverso.
Personaggi dei comics presi di mira. Ma i Tijuana Bibles parodiavano anche star del cinema e della politica. 

Curiosità

Il nome Tijuana Bibles era un palese riferimento alla città del peccato posta ai confini con il Messico; era un modo per depistare eventuali tutori della legge dagli ignoti produttori.
Nonostante i numerosi sequestri avvenuti nelle principali città americane, non si conoscono casi di eventuali autori che siano stati portati in tribunale per aver realizzato i famigerati albetti.
Anche al grande maestro Will Eisner fu proposta la realizzazione di uno degli albetti clandestini a tre dollari a pagina. Il maestro racconta l'episodio nel suo bellissimo libro Il Sognatore definendo il suo rifiuto “Una delle decisioni morali più difficili della mia carriera!”.
Omaggi alle Tijuana Bibles compaiono i Watchman di Alan Moore e Dave Gibbons e nel film Il miglio verde di Frank Darabont.

Edizione consigliata

Quella della Hazard è l'unica in Italia, per il momento. Un'edizione ben fatta, che rispetta il formato "clandestino" originale  e con un apparato critico introduttivo degno di nota.