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venerdì 21 febbraio 2014

300: Jean-Michel Charlier e Jean Giraud – Il fantasma dai proiettili d'oro (Blueberry)

Mondadori, 1978
(Francia, Le spectre aux balles d'or, 1972)
Inutile fare progetti! L'unica cosa certa è una corda che t'aspetta!”
(Blueberry)

Jean-Michel Charlier e Jean "Gir" Giraud.
Il fantasma di proiettili d'oro è il sequel della precedente avventura di Blueberry La miniera del tedesco eppure, da un punto di vista narrativo, è da preferirsi a quest'ultima. L'azione si svolge praticamente tra i monti della superstizione, in territorio indiano ma gli Apache compaiono solo in una manciata di tavole; tutta la storia è praticamente retta dai due protagonisti Blueberry e il compagno di ventura Jimmy McLure e dall'antagonista Werner Amadeus Von Luckner detto “Prosit”, inseguito dai due, prima catturato, poi nuovamente a piede libero fino al beffardo finale tra vari colpi di scena in cui compare un fantasma che spara proiettili d'oro e per questo temuto dagli Apache.
Una serie come quella di Blueberry è come una di quelle estrazioni alla lotteria, con la differenza che qualunque numero pescherete sarete comunque fortunati. E con il personaggio creato da Charlier e Giraud qualunque sia storia che si sceglie di leggere è praticamente impossibile rimanerne delusi perché fin dalla prima avventura, Fort Navajo i due autori hanno creato uno dei migliori western europei; descrizione storica rigorosa, impostazione letteraria d'alto livello e disegni che si commentano da soli per l'ampia sequenza d'inquadrature dal taglio realistico e incisivo. Non per niente dietro il nome di Jean Giraud si nasconde Moebius e credo che non ci sia bisogno d'aggiungere altro.
Blueberry è un personaggio anticonformista; ben presto si libererà della sua divisa militare, abbandonerà l'esercito dedicando le sue giornate a dare la caccia a banditi e prepotenti di ogni tipo, simpatizzando più per gli indiani vittime dei costanti soprusi dei bianchi.

Primi piani, azione, ritmo ed espressività nelle splendide tavole di Gir.

Il fantasma dai proiettili d'oro è una storia mozzafiato, ambientata, come dicevo prima, tra i monti della superstizione e con buona parte dell'azione svolta di notte; il ritmo è sempre serrato e le sequenze sono sempre di gran classe come in tutte le storie di Blueberry. Tuttavia questa rimane tra le mie preferite proprio per l'incredibile abilità di Charlier di essere riuscito a costruire una storia con pochissimi personaggi e dando grande rilievo all'ambientazione che assume toni spettrali e minacciosi; merito anche dei favolosi disegni di Giraud (che per Blueberry usava firmarsi Gir), ricchissimi nei dettagli e che alternano serrati primi piani a splendidi campi lunghi, ottime sequenze d'azione a momenti più introspettivi, senza che la storia cali mai di tono. E in quest'avventura si vede più che mai la malvagità di uno dei cattivi più riusciti delle avventure di Blueberry, Prosit, balordo senza scrupoli, preoccupato solo di riempirsi le tasche dell'oro nascosto in qualche posto nella miniera del cavallo morto: bella e agghiacciante la sequenza in cui nasconde un serpente nello stivale di un suo nemico per poi farlo morire lentamente in balia del veleno.
Una storia perfetta, impeccabile, che ancora una volta mostra il talento di una coppia di europei con un genere che è, in tutto e per tutto, americano; Ma Charleir e Giraud con tutta la saga di Blueberry, hanno realizzato un capolavoro western proprio come quindici anni prima aveva fatto un'altra formidabile coppia di europei, Gianluigi Bonelli e Galep creando Tex Willer, e come faranno esattamente quindici anni dopo un'altra coppia d'europei, Berardi e Milazzo con il loro Ken Parker.
Per quanto mi sforzi non ricordo un fumetto western americano che possa anche lontanamente avvicinarsi a Blueberry. E soprattutto alle sue splendide avventure.
Grande senso d'azione e profondità di campo in una vignetta di Jean Giraud.

Curiosità

La saga di Blueberry è composta da 29 volumi; fino al numero 23 scritti e disegnati da Charlier e Gir, dal numero 24 completamente realizzati da Gir.
Il volto di Blueberry ricorda parecchio, soprattutto nelle avventure iniziali, quello dell'attore francese Jean-Paul Belmondo. Il vero nome di Blueberry è Mike Donovan.
Oltre alla serie regolare esiste anche una collana di volumi dedicata alla giovinezza di Blueberry: al momento sono una ventina di storie di cui le prime tre furono realizzate da Charlier e Gir; dopo l'abbandono di quest'ultimo i disegni furono affidati a Colin Wilson che li disegnerà fino al numero 9, sostituito poi da Michel Blanc-Dumont. Dopo l'improvvisa morte di Charlier (che aveva sceneggiato la giovinezza fino alla sesta storia) succedette lo sceneggiatore FrançoisCorteggiani.
Esiste una terza e breve serie dedicata al personaggio: Marshal Blueberry, tre storie scritte da Charleir e disegnate da William Vance e Michel Rouge.
Il fantasma dai proiettili d'oro e il precedente La miniera del tedesco sono stati alla base della trama del film Blueberry del 2004 con Vincent Cassel, neanche lontanamente paragonabile al fumetto.

Edizione consigliata

L'edizione di Alessandro Editore sarebbe, forse, da preferirsi in quanto molto più recente e realizzata con tecniche di stampa all'avanguardia. Tuttavia resto fedele alla collana “Le avventure del Tenente Blueberry” della Mondadori perché per essere un volume del 1978 è fatto bene: formato grande, cartonato e con la traduzione della bravissima scrittrice Alba Avesini. Mi piace pensare che una biblioteca del fumetto abbia una varietà d'edizioni realizzate nel corso degli anni.

Altre edizioni

Oltre quella di Alessandro la più recente è stata realizzata dall'Editoriale Aurea che in un unico albo da edicola ha racchiuso sia Il fantasma dai proiettili d'oro che la precedente avventura La miniera del tedesco. Visto il prezzo molto basso l'acquisto conviene.
Negli anni' 80 (se non erro) la casa editrice Nuova Frontiera pubblicò la storia sia come Le Avventure del Tenente Blueberry sia come Collana Eldorado (Totem-Comics).

Da sinistra: L'edizione di Alessandro Editore, l'albo dell'Editoriale Aurea e quello della Totem Comics.


giovedì 20 febbraio 2014

Il gusto degli altri – 12: Danilo Maramotti

Danilo Maramotti

Una bella tavola in cui Maramotti 
omaggia Dashiell Hammet.
Danilo Maramotti nel 1990. 
Quando vidi per la prima volta i fumetti di Danilo Maramotti non mi fecero una grande impressione. Avevo quattordici anni, età in cui iniziavano i miei primi approcci con il fumetto. I miei gusti erano piuttosto classici, appartenevo alla scuola di Raymond o Foster; lo stile di Maramotti non mi attirava.
Passarono gli anni, tante cose cambiarono e i miei gusti in fatto di fumetti si ampliarono notevolmente. All'inizio del 2000, per un periodo, gestii una fumetteria e tra un'ordine e l'altro mi capitò un'edizione della Milano Libri, quelle di grande formato a colori con degli ottimi apparati critici. Il titolo del volume era Bad Cat e l'autore era quel Danilo Maramotti, lo stesso autore che dieci anni prima avevo, in maniera ingenua e superficiale, snobbato.
Il volume mi conquistò subito, fin dalla copertina, ma soprattutto mi conquistarono le storie che erano realizzate con quella sintesi che partiva da Wilson McCoy per poi svilupparsi in un disegno che avrebbe contraddistinto l'autore in tutte le altre sue opere: dai racconti gialli che fanno il verso all'Hard Boiled di Hammet fino a L'uomo che incontrò il Piccolo Drago (realizzato su testi di Stefano Benni e ristampato recentemente); dalle vignette per l'Unità e Linus fino alla sua collaborazione con la Smemoranda.
Danilo Maramotti è un autore dallo stile personalissimo, con una grande passione per i fumetto dell'epoca d'oro, per il giallo e per l'avventura e con la grande capacità di fondere questi generi nelle sue storie con un tocco di classicità e allo stesso tempo di modernità.



Una strip tratta da una delle sue opere più belle: Bad Cat.

I gusti di Danilo Maramotti


1 - L' Uomo Mascherato di Lee Falk e Wilson McCoy 



Perché è fumetto PURO! Le storie diedi soprattutto quella degli Skorpia ma in realtà tutte di quel periodo (anni '50).

2 - Blake e Mortimer di E. P. Jacobs

3 - Tin Tin di Hergé

4 - Brick Bradford di William Ritt e Clarence Gray

5 - Terry e i Pirati di Milton Caniff

6 - Rip Kirby di Alex Raymond

7 - Buck Ryan di Jack Monk

8 - Marcel Labrume di Attilio Micheluzzi

9 - Barney e la blue note di Loustal e Paringaux

10 -Lloyd Llewellyn di Daniel Clowes


Per conoscere meglio il lavoro di Danilo Maramottivisitate il suo sito Danilo Maramotti.it

Il suo lavoro più bello: Bad Cat


Un fumetto bello, con rimandi e citazioni al cinema hollywoodiano e con una trama sempre avvincente. Il disegno di Maramotti è al massimo della sua espressività. Un piccolo gioiello.

mercoledì 19 febbraio 2014

300: Hermann – Babette (Le torri di Bois-Maury)

Alessandro Editore, 2002
(Belgio, Babette, 1987)
...Devo essere in catene per riuscire a vederti più facilmente che da libero...!”
(Germian rivolto a Babette)


Hermann Huppen
Il belga Hermann Huppen (più noto a tutti col solo nome di Hermann) è uno di quei disegnatori un po' fuori dal comune. Ricordo che Sergio Bonelli, durante una mia intervista, alla domanda se ci fosse un artista con cui non avesse mai lavorato e col quale gli sarebbe piaciuto farlo, mi rispose: “... Quel belga bravissimo, Hermann. Abbiamo mangiato non so quante volte insieme ma la sua risposta alle mie proposte di collaborazione è sempre stata negativa”. E se lo diceva l'editore di Tex, che di grandi artisti ne ha conosciuti e con loro ci ha lavorato, allora state sicuri che Hermann è un vero fuoriclasse.
Fin dagli esordi con lo sceneggiatore Greg con cui creò il personaggio Bernard Prince e successivamente la bellissima serie western Comanche, fino alla metà degli anni '70 quando esordì come autore completo con la serie fanta-apocalittica Jeremiah, l'autore belga ha sempre dimostrato un talento e una classe artistica invidiabili per chiunque faccia questo mestiere.
Babette e Germain: amore clandestino e impossibile. 
Provate a sfogliare un suo lavoro a caso: un episodio di Comanche o di Jeremiah per esempio; pagina dopo pagina avrete l'impressione di vedere un grande film, fatto di ardite inquadrature, pieno d'azione, con una grande ricchezza nel dettaglio e senza che venga mai smarrito il filo del racconto. Proprio così: Hermann è un gran narratore, oltre che un formidabile disegnatore. Le sue storie scorrono via come quei serial mozzafiato di cui le reti televisive sono ormai zeppe. Non importa quale genere l'autore affronti; il risultato è sempre degno di nota.
Con la serie Le Torri di Bois-Maury Hermann sfodera il suo capolavoro, un punto in più rispetto a Jeremiah. L'artista questa volta sceglie il medioevo per ambientare una serie di bellissime storie, dense di ritmo e di atmosfera e con una sfilza di personaggi ben caratterizzati e dalle alterne personalità. Il medioevo messo in scena da Hermann è fatto di uomini rudi, ignoranti e violenti, siano essi di ceto alto o basso, le similitudini che li accomunano sembrano essere le stesse. Tutto ciò è presente fin dalla prima storia, Babette, nome di una povera contadina innamorata di un muratore, Germain e per questo vittima di costanti e brutali maltrattamenti da parte della sua famiglia, che la porteranno alla morte. 
Fin dalle prime tavole, quindi, la brutalità e la ferocia dell'essere umano vengono messi in risalto da Hermann; la sequenza in cui Aymar, cavaliere di Bois-Maury (dal nome delle due torri, “le più alte e belle del mondo” a suo dire, che il cavaliere vuole riconquistare essendo appartenute in passato alla sua famiglia) scopre il cadavere di Babette, massacrato di botte davanti a un padre colpevole di un delitto così orrendo, lascia davvero senza parole; Aymar è il personaggio che più s'avvicina alla lealtà e alla dignità ma è anche consapevole del mondo in cui vive e della gente che lo popola. “Dentro di me gridano così tante voci che non so più quale ascoltare...” dice a se stesso Aymar; in un periodo in cui uccidere un uomo con le maniere più atroci è routine, la sua coscienza si ribella e cerca, desiderosa, un'alternativa. Ed Hermann è davvero bravo a trasmettere queste sensazioni al lettore, perché mai come in nessun altro suo lavoro, l'autore belga è riuscito a delineare in maniera così chiara la psicologia dei suoi personaggi: non c'è posto per eroi belli ma solo per gente comune quasi sempre brutta e volgare.
L'assurda morte di Babette, tra l'indifferenza della famiglia; la sofferta rassegnazione di Aymar.
Fin dal titolo si deduce che Babette può essere una protagonista della storia; per questo la sua morte dopo una manciata di tavole lascia il lettore quasi interdetto, ma questa morte è necessaria alla resa lucida e coerente del contesto storico, narrato da Hermann con una precisione e una cura del dettaglio a dir poco encomiabili. La morte della poveretta dà il via a un susseguirsi di vicende che avranno per protagonista lo sfortunato Germain il quale, privato del suo grande amore e torturato, prima d'essere salvato da morte certa da Aymar, cerca di trovare il suo posto nel mondo barbaro e meschino che sembra rifiutarlo e che per lui non sembra avere nessun altro progetto se non un destino cupo e all'insegna della meschinità.
Babette dà il via ad altre storie bellissime che compongono questa serie per molti versi imperdibile e che consacrano definitivamente Hermann ad un posto di primo piano nella scuola franco belga; anche il suo disegno assume un tratto meno grossolano rispetto agli esordi e quindi molto più espressivo e perfetto a rappresentare un medioevo pieno di violenza e perdono, di ricchezza e povertà, di commiserazione e morte.
Inutile andare per le lunghe: un capolavoro.
La straordinaria arte del grande Herman.

Curiosità

La serie è ambientata nel XII secolo in Francia. I disegni di Hermann sono colorati da Fraymond.
Gli altri episodi che compongono la serie de Le torri di Bois-Maury, in ordine di pubblicazione, sono: Eloisa di Montgri, Germain, Reinhardt, Alda, Sigurd, William, Il Selgiuchida, Khaled e Oliver.
La serie poi è diventata solo Bois Maury continuando con gli episodi Assunta, Rodrigo, Dulle Griet, Vassya e Occhio di cielo.

Edizione Consigliata

Il volume (e gli altri che compongono la serie) si presenta in una veste elegante a colori in puro stile “edizione francese”. Francamente sui volumi editi da Alessandro Editore non si può dire niente.

Altre edizioni

Il volume consigliato fu riproposto in un volume cartonato a colori dalla casa editrice Comic Art nella collana Grandi Eroi serie regolare n. 68; buona edizione ma non a livello di quella consigliata. Tutte le altre avventure della serie sono state edite da Alessandro Editore. Recentemente la Mondadori nella collana Historica ha riproposto le ultime avventure in un volume dal titolo Bois Maury - La croce e la spada.

A sinistra: l'edizione di Babette della casa editrice romana Comic Art.
A destra: le ultime storie della serie Bois-Maury raccolti in volume dalla Mondadori.




lunedì 17 febbraio 2014

300: J. Michael Straczynski e Tommy Lee Edwards – Bullet Points

Panini Comics-100% Marvel, 2007
(USA, Bullets Point, 2007)
Questo è un proiettile. Questo è quello che fa. Cambia la storia. Altera gli eventi futuri. Disperde le vite come palle su un biliardo.”
(frase tratta dal fumetto)


J. M. Straczynsky e Tommy Lee Edwards

In uno dei primi post di 300 affermavo di avere un rapporto di amore e odio con il mondo dei supereroi. Mi piacciono molto ma allo stesso tempo sopporto poco tutte le varie serie, restyling, morti e resurrezioni degli eroi in calzamaglia; uno finisce col gettare la spugna, col rinunciarci. Troppe idee già viste, situazioni trite e ritrite, ma forse è normale: gli eroi sono immortali e vanno al passo coi tempi.
Passando del tempo in una fumetteria ci si trova davanti a tantissimi albi con invitanti cover ma dall'inconsistente sostanza. Ma, a volte, tra i tanti volumi sfogliati, alcuni attirano la nostra attenzione; per me è stato così quando comprai lo splendido 1985 scritto da Mark Millar e illustrato da Tommy Lee Edwards. Ed è stato così con l'acquisto di Bullet Points che vantava ancora una volta le illustrazioni di Edwards ma soprattutto i testi di J. Michael Straczynski, uno degli sceneggiatori più originali degli ultimi vent'anni, anzi lo sceneggiatore di Babylon 5 una delle serie di fantascienza più belle degli anni '90.
Straczynski ha davvero tanta fantasia. Ricordo anche la bellissima miniserie Twelve o l'innovativa Rising Stars; solo leggendole possiamo veder emergere tutta l'originale creatività dello scrittore americano.
Un inedito Red Richards.
Bullet Points parte da una semplice domanda: cosa succede se il soldato Ben Parker viene ucciso in piena seconda guerra mondiale? E se la stessa sorte tocca al Dottor Abram Erskine un giorno prima che il suo siero per il super soldato venga sperimentato su Steve Rogers? La risposta in realtà è semplice: tutto l'universo Marvel come lo conosciamo noi va a farsi benedire. Un semplice e banale proiettile può cambiare la storia e Straczynski ci guida in quest'appassionante mutamento storico dove Steve Rogers (privato del siero del super soldato) non diverrà Capitan America accettando di partecipare a un nuovo progetto denominato Iron Man; Peter Parker cresce senza la guida di suo zio Ben e diventa una sorta di ragazzo ribelle che si ficca sempre nei guai tra cui quello di trovarsi in mezzo a un pieno esperimento atomico; Red Richards è a capo del progetto Iron Man ed è l'unico superstite del quartetto che sarebbe diventato i Fantastici 4; nel frattempo Bruce Banner viene morso da un ragno... Insomma l'intero corso degli eventi, come lo abbiamo sempre conosciuto, viene stravolto dalla fantasia di J.M. Straczynski con grande maestria e una certa dose d'astuzia (che non è certo un male visto il risultato), nell'intento di creare un enorme caos in cui il lettore non può che sguazzare allegramente, pagina dopo pagina, con quel vivo interesse di chi legge una storia ben congegnata.

Un proiettile colpisce il Dott. Erskyne e il soldato Ben Parker; la storia non sarà più la stessa. 
Perché in questo Straczynski è imbattibile; concepisce ogni sua opera con un'autenticità degna dei grandi maestri e fa di Bullet Points un autentico gioiello da leggere tutto d'un fiato, una di quelle storie che, dopo cento anni di comics, ti fanno venir voglia di correre in fumetteria e cercare qualcosa di simile.
E in tutto questo non bisogna dimenticare le immagini di Tommy Lee Edwards, che grazie a quest'opera e alla successiva miniserie 1985, si colloca come uno degli artisti dell'universo supereroistico più dotati di originalità, staccandosi nettamente dalla marea di artisti che si prodigano in disegni e tavole ultra dettagliate; il tratto di Edwards è fortemente espressivo, mai statico, e dona alla storia un senso cupo e malinconico. La storia descritta dai due autori americani è priva di quegli eroi che per decenni hanno combattuto per i più bisognosi; un mondo senza i Fantastici 4, senza Capitan America, con uno Spiderman privo dell'ironia di Peter Parker e un Iron Man senza Tony Stark. Un mondo cambiato da un proiettile, sparato l'8 dicembre 1940. Gli “esecutori materiali” si chiamano J. Michael Straczynski e Tommy Lee Edwards e la loro stravaganza ha regalato al nuovo millennio una delle opere più audaci e originali.

Una tavola di grande effetto realizzata dal bravissimo Tommy Lee Edwards

Curiosità

Bullet Points appartiene a un genere denominato What If... ? Cosa sarebbe successo se...?
J. M. Straczynski alterna la sua attività di fumettista con quella di sceneggiatore cinematografico: sua la scenggiatura di Changeling (regia di Clint Eastwood) e cosceneggiatore di World War Z.
I colori di Bullet Points sono sempre opera di Tommy Lee Edwards.

Edizione Consigliata

In USA la storia è uscita come miniserie in cinque albi poi racchiusi in questo volume dalla Panini nella collana 100% Marvel.

Altre edizioni

Essendo un fumetto di recente realizzazione non vi è nessuna edizione fuorché quella consigliata.



sabato 15 febbraio 2014

300: Tomaž Lavrič (TBC) – Racconti di Bosnia

Magic Press, 2000
(Slovenia, Fables de Bosnie, 1998)
"Non nevica sulla campagna per coprire la montagna, ma nevica perché le bestie feroci possano lasciare le loro tracce".
(proverbio bosniaco)

Tomaž Lavrič in arte TBC.
TBC possiede l'arte di saper trascrivere l'amaro gusto della vita...”. Ha ragione il critico Zlato Dizdarevic quando parla di Tomaž Lavrič, non è una frase di circostanza, tanto per scrivere un'introduzione ad un volume assolutamente imperdibile. L'autore sloveno sa davvero descrivere le amarezze della vita, anzi fa di più: attraverso le amarezze, la disillusione ma anche l'umanità dei vari personaggi, Lavrič riesce a raccontare la guerra in Bosnia quasi senza spari o guerriglie varie ma solo con la complicità di uomini, donne e bambini protagonisti di questi nove racconti pieni di follia, umanità e ironia.
Splendida tavola in bianco e nero tratta dal racconto Il cane.
Perché alla fine una guerra assurda, come quella combattuta in Bosnia, può essere raccontata facendone vedere le gratuite quanto bestiali atrocità che solo i conflitti bellici possono generare ma può anche essere raccontata attraverso le persone comuni, quelle che vivono il conflitto con la stessa drammaticità di chi lo vive in prima linea.
Lavrič descrive la guerra con l'umore dei suoi personaggi e riesce a raccontare con grande originalità artistica e narrativa; valga per tutti il bellissimo racconto La Mosca in cui l'autore sa descrivere perfettamente l'assurdità politica che si nasconde dietro la guerra, ma senza usare la classica retorica già presente in altre opere del genere; lui racconta tutto questo sfoderando un'ironia che nella sua assurdità è maledettamente divertente. Tomaž Lavrič non punta il dito contro qualcuno, non emette sentenze ma si limita a farci vedere gli effetti che una guerra sporca e ingiusta può avere sugli esseri umani; non vediamo azioni di guerra ma azioni ed emozioni di uomini che cercano di sopravvivere a tutto questo come nei racconti L'uccello, in cui un vecchio stanco e disilluso è costretto a un'azione disperata per procurare un po' di cibo alla moglie malata, oppure Il mulo in cui Lavrič racconta la vita di due giovani amici tra turni di guardia in trincea, desiderio di evasione e spensieratezza, la quale, di fatto, dovrebbe rappresentare la loro unica preoccupazione.
La politica e gli accordi di pace per certi uomini valgono poco...
Storie di ordinaria quotidianità in tempo di guerra in cui Lavrič esalta il suo modo di raccontare con uno stile grafico netto ed essenziale che sembra fondere la sintesi di Jaques Tardi con i giochi di luce di José Muñoz; esemplare in questo senso il racconto Il Cane, in cui l'autore creando un gioco di ombre e luci riesce a dare un senso quasi horror alla storia.
"Non è un conflitto tra nazioni o stati, né una guerra che si gioca sulla geostrategia o la politica, e neanche uno scontro tra eserciti e popolazioni civili...” dice Zlato Dizdarevic nella sua breve ma efficace prefazione al volume. “È un dramma assurdo che ha colpito l'uomo in quanto individuo. È il trionfo dell'irrazionalità, degli istinti primitivi e del cinismo. È una guerra contro l'individuo ed i suoi diritti a rimanere unico e distinto. È l'imbecillità collettiva e la sua violenza che si abbattono contro l'umanità".
Affermazioni queste che trovano piena conferma nel lavoro di Tomaž Lavrič; un insieme di storie che hanno per trait d'union l'assordante suono di un caccia bombardiere americano che compare nei cieli in quasi tutte le storie, tra la rabbia di alcuni: “FIGLIO DI UN CANE...!” e l'euforia di altri: “Portatemi con voi in America, sono uno dei vostri!! Lanciateci Sharon Stone...” a testimonianza di una rassegnazione ma anche di una gran voglia di mettere la parola fine a una guerra del tutto irrazionale.
Spensieratezza e allegria nei due giovani protagonisti del racconto Il mulo.

Curiosità

I racconti che formano il volume consigliato sono: Il pesce, La vipera, La mosca, L'uccello, Il cane, Il mulo, Il porco, La gatta, Il topo.
Racconti di Bosnia ha vinto il Grand Prix al Festival di Sierre (Svizzera) e il Lion D'Argent a Bruxelles.
L'opera è dedicata al giornalista e fumettologo Ivo Standeker, amico dell'autore, rimasto ucciso a Sarajevo.

Edizione consigliata

Una bella edizione questa realizzata dalla Magic Press, in puro stile francese: cartonato di grande formato, buona stampa patinata in bianco e nero.
Prefazione del giornalista Zlato Dizdarevic.

Altre edizioni

Al momento non sono disponibili altre edizioni nel nostro paese.  

venerdì 14 febbraio 2014

300: Sergio Toppi – La lacrima di Timur Leng (Il Collezionista)

Orient Express-I protagonisti n. 15, 1986
(Italia, La lacrima di Timur Leng, 1986)
...Chiedetemi ogni tipo di risarcimento perché si possa intuire un sorriso sotto quella maschera che portate...”
Siete molto gentile: vi do atto che anche nella giungla le buone maniere hanno il loro peso!”
(Dialogo tra il Collezionista e la signora dal viso bianco)

Sergio Toppi fotografato da Joe Zattere.
La grandezza di Sergio Toppi è sempre più riscontrabile col passare del tempo; le sue opere sono oggetto di ammirazione in tutto il mondo e, dopo la sua morte, lo sono ancora di più. E la bella notizia e che molti giovani, o comunque aspiranti fumettari che si avvicinano al fumetto e lo vogliono conoscere in maniera più approfondita, scoprono Sergio Toppi, sfogliano i suoi libri, rimangono affascinati e se ne innamorano completamente.
Del resto provateci voi a spiegare come sarebbe possibile non innamorarsi delle tavole del grande maestro milanese: come non rimanere esterrefatti di fronte alle sue tavole, alla loro composizione, a quella mescolanza di segni grafici forse unica al mondo. In realtà non serve guardare una sua intera opera; basterebbe una sola tavola per capire che siamo di fronte a qualcosa che era unico e lo rimarrà per sempre.
Una delle tavole in versione B/N.
Per fortuna Toppi di tavole ne ha prodotte parecchie, molte delle quali destinate all'universo delle nuvole parlanti. Ed è proprio nel fumetto che Toppi seppe essere unico e originale; non solo grazie al suo talento grafico ma anche alla sua capacità di raffinato e colto narratore. Ce lo testimoniano opere di folgorante bellezza visiva come Sharaz-de ma soprattutto, visto che parliamo di fumetti, l'unico suo personaggio seriale: Il Collezionista.
E che personaggio seriale; ad avercene di personaggi come questo, particolare e ambiguo raccoglitore di oggetti talmente preziosi che vale davvero la pena rischiare la vita per possederli.
Ad avercene di storie come La lacrima di Timur Leng in cui il maestro Toppi ci regala uno dei vertici della sua carriera, andando così ad arricchire il già vasto calderone magico degli anni '80, quando stregoni del calibro di Magnus, Pazienza, Giardino, Battaglia, Micheluzzi, Berardi, Milazzo estraevano vere e proprie magie di carta pronte a stregare letteralmente il pubblico.

Sergio Toppi: ogni sua vignetta è una piccola opera d'arte.

Sinceramente (come per altri personaggi per cui bisogna fare delle scelte) se avessi scelto “Il calumet di Pietra Rossa” o “L'obelisco della terra di Punt” vi garantisco che avreste amato ugualmente un personaggio come il collezionista. Tuttavia la mia scelta cade sulla terza avventura realizzata da Toppi per una serie di motivi: inutile dirvi: per la qualità della storia; altrettanto inutile ribadire: per la qualità (eccelsa) dei disegni. Ho scelto La lacrima di Timur Leng perché in essa Toppi dà vita ad un'antagonista degna di nota: la Signora dal viso bianco, una femme fatale perfida e calcolatrice, che non esita ad ammazzare, con metodi degni della miglior crudeltà, con la stessa freddezza disegnata sulla maschera bianca che le copre il volto. Tutto è bianco in questa donna: il suo vestito, i suoi guanti, il suo cappello; il bianco, simbolo di pace e purezza diventa invece l'emblema del terrore e della cattiveria.
Del resto in questa, come anche nelle altre cinque storie del Collezionista, non c'è posto per gli eroi; lo stesso protagonista si presenta al lettore come un uomo strano, per certi versi ambiguo, per altri un eroe inusuale e arrivista. In questa storia vuole a tutti i costi impossessarsi della lacrima di Timur Leng, una preziosa pietra nata dall'unica lacrima versata da un feroce condottiero mongolo; grazie alla sua ricchezza cerca di comprare il segreto dall'uomo che ha nascosto la pietra; non esita a nutrire sentimenti di vendetta (come nel bellissimo finale) anche se lo fa con l'animo del gentiluomo che non vuole mai infliggere la morte se non vi è costretto. E non esita nemmeno quando c'è da compiere una buona azione come nella sequenza della condanna a morte di un uomo voluta dalla Signora dal viso bianco, in cui si espone in prima persona. Ma questi eroi sono gli eroi di Sergio Toppi: disillusi come il sergente Whiteman dello splendido L'uomo delle paludi; pieni di speranza e tenacia come la principessa Sharaz-de; misteriosi ed enigmatici come il Collezionista, testimonianza di come l'arte nella sua forma massima incontri una forma popolare come il fumetto, generando così un autentico capolavoro.
Una delle splendide tavole con i due protagonisti della storia: Il Collezionista e la Signora dal viso bianco.

Curiosità

La lacrima di Timur Lang fu la terza avventura del Collezionista. Le altre sono (in ordine cronologico): Il calumet di Pietra Rossa, L'obelisco della terra di Punt, Lo scettro di Muiredeagh e La collana di Padmasumbawa, tutti pubblicati nella collana Orient Express – I Protagonisti tra il 1984 e 1986 a eccezione delle ultime due avventure che furono pubblicate sulle riviste Comic Art ed Eternauta verso la fine degli anni '80.

Edizione consigliata

Senza dubbio non è la migliore per qualità di stampa; ma questi piccoli grandi albi della serie I Protagonisti testimoniano un grande periodo del nostro fumetto e vale la pena recuperarli dal primo all'ultimo. Il colore, dato dallo stesso Toppi, è caratterizzato da una scala cromatica fatta di colori tenui che esaltano il bianco totale della Signora dal viso bianco.

Altre edizioni

Sicuramente quella delle Edizioni DI (Grifo Edizioni) che ha racchiuso tutte le cinque storie in eleganti volumi cartonati dalla raffinata stampa in bianco e nero.
La storia consigliata compare anche nel volume Sergio Toppi della serie I classici del fumetto di Repubblica”.


A sinistra: l'elegante volume a opera delle Edizioni Di.
A destra: l'omaggio a Sergio Toppi nella collana I classici del fumetto di Repubblica.