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sabato 23 giugno 2012

Jac e Ned 3° capitolo - 300.000 lire


Quella domenica, agli inizi di ottobre del 1992, fu per molti versi indimenticabile. Troppe emozioni. Troppe sensazioni. Un anno prima ero eccitatissimo per il passaggio da una piccola città a una delle città più belle del mondo, e ora mi trovavo a dover fare i conti con uno dei più grandi autori di fumetti del mondo. Una cosa decisamente grande per uno studente di scuola del fumetto. Ma la cosa più incredibile era un'altra: MA CHI CI PENSAVA PIU' ALLA SCUOLA DEL FUMETTO. Mi iscrissi al secondo anno per via di un vincolo sul contratto che mi obbligava alla frequenza biennale della scuola ma, francamente, se l'anno precedente avevo fatto di tutto per non perdere neanche una lezione, durante il secondo anno ne persi parecchie. Del resto sono convinto che se mai avessi preferito le lezioni della scuola alla collaborzione con Jacovitti, sarei stato preso per un idiota totale.
Insomma, Jacovitti tutta la vita.
Ho avuto fortuna, lo ammetto. La fortuna di andare a “bottega” dall'artista che Carl Barks definiva come “il più grande fumettaro europeo”. Scusate se è poco.

I miei primi soldi guadagnati alle "dipendenze" di Jacovitti: 300.000 lire, per 3 disegni. 

Come detto nel secondo capitolo, il primo disegno realizzato per Jacovitti fu un disegno di Cocco Bill, per degli orologi da muro a tiratura limitata. Un disegno, ci tengo a precisarlo, non commissionato da lui ma solo approvato e realizzato completamente da me. Me la sbrigai in un paio di giorni e l'orologio venne stampato e presentato alla fiera del fumetto di Lucca nel 1992 con il seguente slogan: LUCCA 92, L'ORA DI JACOVITTI (vi rimando al capitolo successivo).
Nel frattempo, mi ero riappropriato della mia stanzetta nella pensione “Villa Bassi” sul gianicolo. Il tempo di sistemare un piano in legno con due cavalletti che orgogliosamente chiamavo tavolo da disegno che suonò il citofono (era così che in quella pensione ci avvisavano dell'arrivo di una telefonata). Risposi con una certa sicurezza (in sostanza mi chiamavano solo i miei): “Pronto?”
“Pronto Nedeljko?”
“Si?”
“Sono Jacovitti”
Colpo al cuore, tachicardia, sudore. Naturalmente non sapevo come rispondere. Dalla bocca mi uscì qualcosa del tipo: “Buongiorno, maestr... signor Jacovitti”. E lui: “Ciao. Potresti venire questo pomeriggio da me perché ho tre disegni da farti fare”.
Credetemi se vi dico che sudavo freddo. Non lo so, forse era emozione o forse paura. Magari tutt'e due insieme.
Mi diede un orario in cui andare e ci salutammo. Chiusi il telefono, uscii dalla cabina e per la gioia feci un salto degno del miglior Carl Lewis, a rischio di finire in portineria rotolando per le scale.
Ma come si possono descrivere certi momenti? Io che ho conosciuto il fumetto con Jacovitti, che leggevo solo Jacovitti, che mangiavo quello che mangiava Jacovitti, che, quindicenne nella sperduta Lecce, mi chiedevo se mai un giorno avrei potuto stringergli la mano, ora mi trovavo in questa incredibile situazione.
Roma, ottobre 1992. Chino sul mio tavolo da lavoro, intento a disegnare
uno dei tre disegni commissionatimi da Jacovitti. Per inchiostrare usavo un
rapidograph della Rotring 02.

Guardate, se avessi avuto il Titanic a disposizione, mi sarei precipitato a prua urlando: “Sono il re del mondoooooooooo!!”. Ma a disposizione, avevo solo l'autobus n. 46 che quel pomeriggio mi portò direttamente a casa di Jacovitti.
Appena salito mi fece accomodare nel suo studio e prima di parlarmi dei disegni, mise in chiaro una cosa a cui teneva molto: “Se vuoi lavorare con me, devi darmi del TU. Niente maestro, o signor Jacovitti. Io sono Franco, per gli amici. Chiaro?”
E io: “Certo maestro...” e lui di nuovo: “TU, mi devi dare del TU!”, ridendo. Mi ci è voluto del tempo per abituarmi a questa confidenza e sono sicuro che lui sotto sotto si divertiva.
Mi fece immediatamente vedere tre bozzetti a matita realizzati su tre fogli F2 Fabriano ruvidi 70x50. Rappresentavano tre presonaggi delle varie epoche romane. Il mio compito era completare le matite e inchiostrarli. Si raccomandò di usare un tratto spesso in quanto dovevano servire per realizzare delle magliette. Successivamente le avrei riportate a Jacovitti che avrebbe passato la mezzatinta per poi darle al suo colorista di fiducia, per la colorazione.
Subito dopo, mi porse un assegno dicendomi: “Te le pago in anticipo. 100.000 lire a disegno, per te va bene?”
Ricapitoliamo velocemente: 17 anni + collaboratore di Jacovitti + 300.000 lire = Extasy totale!
Comunque, le avrei inchiostrate anche gratis. Una simile scuola per me non aveva prezzo.
Ci salutammo baciandoci sulla guancia, come quando un nonno bacia il nipote. E sarebbe stato così fino al nostro ultimo incontro. Era davvero affettuoso con tutti.
Jacovitti nel suo studio. In primo piano la
ristampa della sua versione di Pinocchio, illustrata
dal maestro negli anni '60 per i Fratelli Spada.
Camminavo per strada con i disegni di Jacovitti e con quell'espressione che voleva dire: “Guardatemi gente, IO sono il collaboratore di Jacovitti. Non so se rendo l'idea. Qui ho dei suoi disegni originali e IO ho il grande onore di cancellare il suo tratto, se lo riterrò necessario. Sarò IO a inchiostrarli. Sarò IO a dare l'impronta finale.”
Non giudicatemi male. Ero semplicemte al settimo cielo.
Quando riportai i disegni, Jacovitti colse l'occasione e mi invitò a pranzo. Si complimentò con me per il lavoro svolto con una frase del tipo: “Ma sei bravissimo!”. In quell'occasione, conobbi sua moglie, la signora Floriana della Lilli (lui la chiamava sempre così), una bella donna dall'aspetto minuto e gentile, che si contrapponeva all'aspetto imponenete di Jacovitti.
Franco e Lilli erano molto innamorati.

Pranzammo in un ristorante in via Baldo degli Ubaldi, a due passi dalla sua casa. Lui insistette affinché mangiassi antipasto, primo, secondo, contorno e dolce. Lui saltò il secondo, il contorno, ma non rinunciò al dolce. In realtà Franco doveva stare attento coi dolciumi per via del diabete, ma a volte si concedeva uno strappo. “Tanto non mi vede nessuno”, amava ripetere.
Parlammo di fumetti. Di autori come Lino Landolfi, Bonvi, Schulz, Quino. Mi disse che gli piaceva l'ultimo stile di Landolfi, quello del Don Chichotte per intenderci, adorava Shulz ma graficamente gli preferiva Quino e Mordillo. Parlammo di Segar, Craveri e dei tempi del Vittorioso.
Di ritorno verso casa parlammo di Cocco Bill e mi accennò a un lavoro da fare dopo la fiera del fumetto di Lucca (fiera in cui Jacovitti ricevette lo Yellow Kid alla carriera). In quella stessa occasione mi parlò della sua eredità artistica, del suo desiderio che le avventure di Cocco Bill continuassero anche dopo di lui.
Ma anche questa è una storia che merita un capitolo a parte.

4 commenti:

  1. Grazie Roberto... C'è tanto da raccontare si quest'esperienza.. cerco di trarre le cose più importanti.. Ci sono voluti 15 anni affinché mi decidessi a raccontare il tutto.
    A presto:)

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  2. I più grandi, spesso, si rivelano anche come i più alla mano. :)

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    Risposte
    1. E Jacovitti era davvero alla mano.. come tutti i grandi che ho conosciuto: Galep, Magnus, Breccia... Tutta gente umilissima a cui non gliene fregava niente d'apparire, ma solo di disegnare e raccontare....
      Grazie Giovanni!

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