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sabato 8 dicembre 2012

Jac e Ned 19° capitolo - Questione d'eredità.

Uno smorfioso Jacovitti con mio fratello Pier Andrea nel 1993.
Jac era solito fare smorfie e gestacci quando provavo a fotografarlo. 


Quando un grande artista lascia questo mondo, viene sempre da porsi una domanda: chi sarà il suo erede? Chi raccoglierà il testimone per portarne avanti l'opera?
In realtà la domanda corretta da porsi è la seguente: si può davvero continuare l'opera di un grande maestro? Entrare nel suo mondo, farlo suo, immedesimarsi totalmente nel suo genio con la consapevolezza di non esserne alla pari? La risposta non può che essere negativa.
Non si possono rifare i grandi maestri. Pensiamoci un attimo e torniamo indietro fino agli albori dei comics: Krazy Kat di Herriman, Pogo di Kelly, i Peanuts di Schulz, Corto Maltese di Pratt, Calvin e Hobbes di Watterson, Valentina di Crepax, Zanardi di Pazienza, Il commissario Spada di De luca. Tutti artisti geniali che avevano una cosa in comune: la non imitabilità.
È inutile, per quanto bravo possa essere un artista, Valentina apparteneva a Crepax così come Krazy Kat non poteva che essere disegnata da Herriman.
Ed è ovvio intuire che un personaggio come Cocco Bill non poteva che essere realizzato solo da Jacovitti.
Dopo la sua morte l'eredità artistica passò nelle mani di Luca Salvagno. Luca aveva un'esperienza artistica maggiore della mia (essendo più grande di tredici anni) ma non nello stile di Jacovitti, visto che la sua collaborazione con Jac coprì solo l'ultimo anno e mezzo della vita di Franco, a fronte della mia collaborazione che vantava un periodo di quasi cinque anni.
In questi cinque anni, in più di un'occasione, Franco mi citò come suo erede.
Uno stralcio dell'intervista di E. Colabelli a Jacovitti (fonte: Jacovitti Magazine n. 3, settembre 1994)
In primis sullo Jacovitti magazine n. 3 del settembre 1994. In un'intervista a Jacovitti realizzata da Edgardo Colabelli nel luglio dello stesso anno, alla domanda “Tra i tanti giovani disegnatori italiani chi consideri il tuo erede e chi, nonostante abbia stile diverso dal tuo, merita attenzione?” Jacovitti rispose “Cavazzano, l'autore della storia sul Giornalino che mi vede addirittura protagonista, come sono bravi tanti altri che lavorano su Topolino e com'è grande Foratini nella satira politica, ma ho trovato adesso un giovane che si chiama Nedeljko Bajalica, e speriamo che lui sia il mio erede.”
Nel frattempo erano passati due anni dalla nostra collaborazione e nell'ambiente si sapeva che un giovane di nome Nedeljko Bajalica inchiostrava i disegni di Jacovitti. A volte succedeva addirittura di firmarli insieme, come nel caso della copertina per la fanzine Cronaca di Topolinia (n. 2 gennaio 1994).
Il due febbraio del 1995 il Corriere della sera dedicò un'intervista a tutta pagina a Jacovitti. Tra le domande poste a Jac dal giornalista Carlo Galeotti vi era anche questa: “Hai dei “discepoli”?” Jac rispose: “Si, un ragazzo di vent'anni che mi sembra proprio bravo. È figlio di un immigrato dalla Russia e vive in Puglia. Si chiama Nedeljko Balaica”. A parte qualche inesattezza sulla mia famiglia (mio padre è serbo non russo) e il cognome scritto alla buona il senso direi che è chiaro.
Intervista a Jacovitti: ho evidenziato in rosso il pezzo in cui Jac parla di me. (fonte: corriere della sera? rubrica "Non solo Libri" del 2 febbraio 1995)
Anche sulla Nazione di Firenze, in un'intervista rilasciata da Jacovitti a Leonardo Gori alla domanda del giornalista se fra gli autori di fumetti odierni ci fosse qualcuno che il maestro considerasse suo erede ideale, Jac rispose: “... Cavazzano è bravissimo: visto che è molto più giovane di me penso che sarà lui a seguire la mia strada. Poi c'è un ragazzo, Nedeljko Balaika, figlio di ex esuli russi, che lavora con me. Per ora ripassa solo i miei disegni, ma è in grado di fare anche delle storie autonome. Sta realizzando, tutto da solo, una storia di Cocco Bill, dal titolo Little Cocco, che racconterà l'infanzia del personaggio...”. A parte insistere sul fatto di essere figlio di esuli russi (ripeto, mio padre è serbo e mia madre italiana) e di sbagliare il cognome, direi che anche qui il maestro fu assolutamente chiaro.
Nel frattempo uscì il mio primo fumetto, RAP (1996). Fu presentato dallo stesso Jacovitti in una serata al ristorante romano Villa dei Cesari, dove Franco davanti al pubblico dello Jacovitti Club, mi presentò come suo collaboratore e realizzatore del fumetto RAP.
In qualità di collaboratore di Jac e realizzatore con lui del fumetto RAP, mi aspettavo il premio Lisca di Pesce (visto che la precedente edizione non lo ottenni in quanto mi fu detto che il premio, indetto dallo Jacovitti Club, non poteva essermi assegnato perché ero privo di una mia pubblicazione.) Ma, come disse Edgardo Colabelli, direttore editoriale dello Jacovitti Club, “non appena pubblicherai ti verrà assegnato sicuramente!”.
Ebbene, RAP uscì per Expocartoon 1996, firmato da Jacovitti e il sottoscritto, ma del premio Lisca di Pesce d'argento (la Lisca d'oro premiava i big mentre quella d'argento le giovani promesse) neanche l'ombra. Ma credetemi, non era questo il problema, quanto l'essere preso in giro da persone a cui volevo davvero bene (non parlo di Jac che di queste cose, per fortuna, non ne voleva sapere).
Come potete vedere, nonostante le varie affermazioni scritte e orali di Jacovitti, l'eredità non fu certo raccolta da me. Dopo cinque anni di fedele collaborazione, fu preferito un altro artista. Niente da dire sulle sue doti artistiche, ci mancherebbe.
Negli anni ho provato molta rabbia, ma solo oggi ho capito che se avessi raccolto il testimone di Franco e avessi continuato i suoi personaggi, sarei diventato solo un suo clone. Niente di più . Staccarmi da Jac mi diede la possibilità di trovare la mia strada.
Ma non preoccupatevi. Io mi sento in tutto e per tutto erede di Jacovitti. Perché ho imparato la sua lezione: non fare quello che ha fatto lui... Ma fare come ha fatto lui.
A destra: Jacovitti in posa nel suo studio davanti alla mia macchinetta fotografica.
A sinistra: il giovane Ned a Expocartoon '94, ripreso dal sempre attento obbiettivo di G. Boschetti.


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